Ambrosia Imbornone
In attesa di nuove conferme da Brunori e Vegetable G, Missincat e Lucia Manca, riflettori su alcuni artisti dell’anno. Wow, antologia anti-melodica di stili, resterà un acme nella discografia allucinata dei Verdena, ormai solida live-band alla consacrazione. A cui può aspirare anche Dente con le sue solitudini anti-retoriche. Da scrivere sui muri il nome da esportazione dei Toys, con la classe onirica delle loro canzoni. Infine, due maestri imprescindibili, anche se non al disco migliore, Benvegnù nel suo avvolgente carisma filosofico e Canali, cantore quasi intransigente del disincanto.
Francesco Maggisano
La scelta è caduta su Mannarino e il suo Supersantos, per la sua potenza espressiva che nel panorama di oggi ha pochi pari. Poi c’è La lingua segreta delle donne: le sfumature vocali di Susanna Parigi risultano davvero convincenti. Giorgio Conte, oramai una certezza nel panorama cantautorale “gustoso”, col sapore di un tempo, in C.Q.F.P. E come far mancare dall’elenco un Gianmaria Testa che sa sempre emozionare con le sue storie quotidiane in Vitamia. Infine una scommessa: quella giovane proposta sanremese che sapeva poco di festival, Raphael Gualazzi con Reality and fantasy, tra le maggiori promesse al pianoforte col suo sound eclettico che spazia dal jazz al soul fino allo swing.
Francesco Paracchini
Riecco la fine dell’anno e con lei l’inevitabile occasione di ripensare alle uscite discografiche degli ultimi dodici mesi. Un compito a cui non ti obbliga nessuno, è vero, ma che in cuor nostro facciamo senza volerlo, giusto per capire cosa di buono ci è passato per le mani e per i padiglioni auricolari.
Come già altre volte, anche quest’anno mi sono trovato in contraddizione con me stesso, visto che ho cambiato giudizio su alcuni dischi ascoltati nove o dieci mesi fa e che mi sembravano validi e che ora, riascoltandone qualche brano, mi lasciano dei dubbi, ma di contro ho ri-trovato album che avevo accantonato troppo velocemente e che invece durante l’anno mi hanno accompagnato e convinto di più (per esempio Iosonouncane, uscito però a fine 2010). E per compilare una classifica serve anche a questo, rimettersi a riascoltare qualcosa che ti aveva colpito e che per mancanza di tempo avevi accantonato.
Ecco comunque i cinque titoli che porto volentieri con me nel prossimo anno, convinto che tra dodici mesi li riascolterò senza cambiare parere. Lascio indietro altri preziosi lavori come quello di Paolo Benvegnù, Carlot-ta o di Susanna Parigi e Niccolò Agliardi, ma solo perché il setaccio ha cinque tasselli. Per fortuna nello zaino c’è più spazio e San Silvestro è più indulgente di ogni inutile classifica.
Riguardo questa annata, la scelta musicale è caduta su cinque titoli in particolare che salvo nella marea confusionaria del mondo discografico. È stato un anno dove si è dato più spazio nel mercato musicale ad antologie (vedasi Lucio Dalla, Paolo Conte) ed ho riscontrato poca ispirazione e poca originalità in artisti che sono da anni in circolazione.
Annata molto (fin troppo) ricca, da un punto di vista quantitativo, meno da quello qualitativo, per alcuni motivi ben precisi.
Intanto determinati generi musicali, in special modo l’indie-rock, stanno assumendo piano piano uno status quasi mainstream, per cui le produzioni si stanno moltiplicando con il serio rischio di diventare ripetitive in tempi brevi, determinando un effetto inflattivo.
Inoltre l’evidente crisi del cantautorato “classico”, soprattutto nelle sue figure storiche ormai giunte quasi tutte ad un punto tale per cui poco hanno da aggiungere alle loro carriere, è stata solo in minima parte controbilanciata da un numero importante di novità. Pochi nomi, dunque, ma questo non è necessariamente un male, anzi: la speranza è che la qualità, ottima peraltro, di questi nuovi artisti, faccia sì che il mercato musicale non si intasi più di prodotti mediocri ,ma offra la possibilità, a chi ascolta musica, di poter avere nel proprio iPod - o lettore cd - lavori di spessore.
Simonetta Tocchetti
Questo 2011 mi è piaciuto e molto. Grandi album, grandi ritorni (penso a Vinicio Capossela, Ivano Fossati e i Subsonica - solo per citarne alcuni – che, pur essendo fuori da questa cinquina, sono comunque tra gli album che non devono mancare in una discografia domestica che si rispetti), debutti interessanti (Dead Cat in a Bag, Great Northern X), belle conferme (Dente). Sullo sfondo talent show e la solita vecchia abitudine delle major di raschiare il fondo del barile con alcuni progetti.
Certo, sceglierne solo cinque è un po’ limitativo per noi che ascoltiamo tanta musica, mossi da passione e curiosità onnivora. Potrei definirli Cinque pezzi facili i miei cinque, perché la scelta è stata puramente dettata dalla piacevolezza, dall’immediatezza, da quella sensazione di pienezza che ti dà la musica quando senti che è indubbiamente, inesorabilmente bella e coinvolgente, ti resta addosso e in testa, o addirittura ti rappresenta fino a diventare un tuo personalissimo inno al quotidiano.
Arrivare a stilare una cinquina di titoli preferiti, quest’anno non è stata impresa semplice. Tutto questo per merito soprattutto di produzioni indipendenti, artisti magari non troppo celebri ma che vivono la musica con passione e non per rispettare obblighi contrattuali e spietate regole di marketing. Accanto a due nomi ormai affermati come Paolo Bonfanti e Michele Gazich ho affiancato i progetti di Tiziano Mazzoni e dei Red Wine Serenaders che meriterebbero di essere scoperti. Ho voluto inserire anche un cofanetto live, Prog Exhibition, veramente imprescindibile per gli amanti del progressive. Fuori dalla cinquina, ma davvero notevoli per essere al loro CD di esordio, vale la pena citare i valdostani Orage e i veneti Quartetto Desueto, due gruppi che riserveranno piacevoli sorprese in futuro.
Ci sarebbe dovuto essere anche Fossati in questa mia lista, e magari anche il buon Capossela. Poi avrei voluto aggiungere l'eleganza di Pilar e il talento di Bugo. Avrei volentieri inserito Gianmaria Testa e l'Io di Marco Notari. Non avrebbero sfigurato neanche album di artisti come Mango, Tiziano Ferro e Gianluca Grignani, tre lavori discografici validissimi di quest'anno che si avvia alla conclusione. Ma tant'è, le classifiche questo fanno... escludono. Anche chi un posticino lo meriterebbe molto.
Dobbiamo ammetterlo: il secondo anno della seconda decade del secondo millennio, è iniziato con un numero primo. Una sola parola per accoglierlo e definirlo: Wow. I Verdena hanno inauguraro gennaio con un magnum opus che probabilmente, una volta definitivamente compreso, svetterà non solo nelle varie classifiche della contingenza 2011, ma come uno dei massimi risultati della discografia italiana del decennio. Ha avuto un illustre competitore, il demiurgo Capossela, che con il doppio Marinai, profeti e balene ha dato corpo e visione ad un’epopea degna di un grande compositore, di un Wagner delicato e saggio, con Melville sul comodino. Midnight (R)evolution è un sequel, e vi è stato timore di chiedere alla Toys Orchestra un successore all’altezza di Midnight Talks: siamo stati esauditi, e questa volta il sangue scorre ancor più caldo, più fluido. Gli Aucan hanno sfornato un’opera di scienza e di euforia, shakerando generi, voci e partiture Idm, tra synth e un math rock aborigeno nella sua primordiale efficacia. Infine Paolo Cattaneo, il wanderer solitario della canzone d’autore italiana, con una svolta minuta ma sorprendente, un cambio di tavolozza cromatica ad alta digeribilità solare, che fa sperare in future vette dal piacere prolungato. Un 2011 alla prova del nove: insolite ambizioni, conferme e piccoli preparativi per grandi lanci. Un’armonia ritrovata, ben estesa in quella convulsa babele sonora che è la discografia italiana.
Il 2011 è stato un anno musicalmente avaro, sono fioccate le raccolte dedicate ai vecchi della canzone d’autore, un Fossati che cerca di fare rumore con l’addio al palco, molta musica in dialetto che si fa largo, un Capossela di grande pregio letterario e qualche solito nome che prosegue di buona lena ma senza innovare (Dente, Verdena, Caparezza) mentre alcuni “minori” realizzano dischi davvero sorprendenti come Patrizia Laquidara con il prezioso album in dialetto che le è valso la targa Tenco, Tiziano Mazzoni si segnala per il piglio da “classico”, i Red Wine Serenaders con un disco di respiro internazionale e la grande poesia di un Gazich tutto solo, infine gli ottimi Rusties che insieme a Cheap Wine, Lowlands e Ruben Minuto sono i veri “americani” d’Italia.