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Patrizia Cirulli interpreta Achille Lauro

Patrizia Cirulli, cantautrice milanese, rilegge e reinterpreta C'est la vie di Achille Lauro.   di Paola Piacitelli                                                               VEDI IL VIDEO Il singolo, accompagnato dal videoclip ufficiale, è distribuito dall’etichetta La ...

La canzone d’autore è libera.

La musica come telecomanda Sanremo.

Quinta e ultima serata.

di Ambrosia J. S. Imbornone

I have a dream: mi piacerebbe vedere calcare il palco dell’Ariston per il Festival della Canzone italiana, oltre che per il Premio Tenco, nomi quali quelli della Leva Cantautorale degli Anni Zero, dagli Amor Fou e Brunori Sas a Beatrice Antolini, da Ettore Giuradei agli Jang Senato e Dino Fumaretto, dai Mariposa a Maler e Samuel Katarro. E artisti ovviamente ancora molto meno visibili. Perché è triste rendersi conto che una buona percentuale di italiani, che non buttano il naso e l’orecchio al di fuori dei circuiti di produzione e diffusione commerciali, sia convinta che Sanremo sia uno spaccato fedele di quello che è la musica in questo paese nell’Anno Domini 2011 e si lasci andare spesso a commenti pessimistici e rassegnati. Con la moltitudine anche eccedente di proposte artistiche di ogni tipo che pullulano dentro e fuori l’underground!

Ma accontentiamoci per ora di questo risultato: quest’anno la canzone d’autore con la C maiuscola, seppure grazie a nomi che non possono dirsi rivelazioni dell’ultim’ora, ha trovato una buona vetrina anche al Sanremo più nazional-popolare. Mentre tra i giovani ci si può rallegrare che abbia approfittato della vetrina televisiva un genere nobile come il jazz, spesso confinato tra le pareti di manifestazioni molto settoriali.

Veniamo però alla cronaca della serata. Non vanno oltre la settima posizione, ancora una volta sommando i voti della Sanremo Festival Orchestra e i televoti da casa, Anna Tatangelo, che, definitivamente abbandonati i tentativi di un’interpretazione alternativa più rancorosa e urlata, avvicenda sempre più visibile commozione e rabbia educata da eroina romantica sedotta e abbandonata, e il duo Luca Barbarossa-Raquel Del Rosario, che ha migliorato nelle serate l’affiatamento vocale (ma entrambi appaiono appena un pochino più freddi del solito questa volta…forse perché in soggezione per la presenza del di lei marito Fernando Alonso in prima fila?). E poi Giusy Ferreri, con una canzone interpretata con le consuete difficoltà, eppure di sempre più evidente solidità strutturale, tra momenti strumentali e rallentamenti con inserti di violini, un brano che funziona ritmicamente e di cui ricorderemo i riff alternative di Marco Trentacoste, e Nathalie, fragile creatura quasi dark che pare uscita da un libro di mitologia nordica, che con la sua voce delicata dal fondo roco lacera la pelle sulle note di un piano-pop-rock etereo come un incantesimo.

Sicuramente avrebbero potuto ambire al podio tre campioni del cantautorato nostrano, che hanno dato un piccolo esempio della vasta pluralità di stili del campo. Tra questi c’è ovviamente Davide Van De Sfroos, il cui folk ha radici antiche, ma, con tanto brio di chitarre acustiche, fisarmoniche e fiati, gli consente (complice il look molto casual con muscoli in evidenza!) di essere l’anticonformista del gruppo, con tanto di sdoganamento presso più ampie fasce di pubblico del suo laghée, di serata in serata più comprensibile ad abituarcisi l’orecchio. Un po’ emozionato forse sembra nella performance della finale Mauro Ermanno Giovanardi: d’altra parte questa dovrebbe essere la sua ultima esibizione con il compagno di strada Cesare Malfatti, che ancora una volta intanto inietta nel brano l’allure struggente e deliziosa dei suoi arpeggi di chitarra acustica. Sempre grandi maestri di classe ed eleganza, per cui scappa la lacrimuccia nel pronunciare le parole: «addio, La Crus (ma in fondo…speriamo non sia per sempre)». Un po’ di commozione suscita anche l’idea che possa essere l’ultima volta che al Festival abbiamo il piacere di contemplare i segni del tempo, della saggezza colta e della pacatezza intensa e poetica sul volto di Franco Battiato, generosamente e umilmente ospite per aumentare i riflettori su Luca Madonia, autore di una buona canzone che atteggia il senso di estraneità annoiata e insoddisfatta in forme lievi ed evanescenti.

I loro nomi girano in rete (profeticamente?) molto presto, ma si giocano la partita finale a colpi di sole preferenze televotate tre artisti emblemi di generazioni e filosofie musicali molto distanti, ovvero Vecchioni, simbolo gene razionalmente trasversale della canzone di spessore lirico e sociale, Al Bano, idolo conservatore di sonorità ad un passo dall’operistico, e i Modà con Emma, bandiera della carica facile di un pop-rock da classifica che conquista molti giovani con lacrimevoli/speranzosi furori emotivi ed anche incarnazione del potere massmediatico di certi noti talent-show.

Il Professore effonde con calore la sua sinfonia civile, che unisce nella prima strofa piano e voce le tragedie dell’immigrazione, i problemi occupazionali e le manifestazioni per la cultura messe in campo da quei giovani troppo spesso bollati come “fannulloni” o facinorosi agitatori. E ogni volta sulle stesse parole ti stringe il fiato in gola, in tempi di disorientamento a volte disperato, ma mai domo e sempre più desideroso di trovare una voce. Le sue «musica e parole» tracciate sul ricamo tenue di violini sommessi come via d’uscita dalla notte in cui siamo immersi, che ognuno di noi di volta in volta può sentire come crisi economica, morale, culturale di quel paese al 150° compleanno, suonano quasi come un nuovo canto risorgimentale. Di quelli che nella battaglia perigliosa per i propri ideali risuonavano come una potente medicina contro ogni sconforto, come per quel giovane Mameli che Benigni ci ha consentito di “vedere”.

“Kekko” Silvestre dei Modà ed Emma, ottimi comunicatori, dimostrano di essere sempre più consapevoli dell’importanza di quell’affiatamento appassionato che molto spesso è necessario per compattare un duetto che contrapponga e affianchi maschile e femminile ed esibiscono una complicità sempre più stretta in un pop-rock spumeggiante d’effetto prevedibile, che trae energia anche dalla loro prossemica (e prossimità fisica). Al Bano è una tautologia, eppure lascia l’impressione che Amanda è libera per lui sia un’occasione mancata: senza eccessi di patetismo, magniloquenze corali o esibizionismi lirici, questa canzone avrebbe potuto essere un bel ritratto di ingenuità bruciata nelle speranze tradite e nella vergognosa schiavitù che inchioda all’abisso della prostituzione ragazze che magari sognavano l’abito bianco e non conoscono di certo i favolosi mondi e guadagni delle “ragazze immagine”.

Raphael Gualazzi intanto torna sul palco dell’Ariston anche per ricevere l’annuncio che rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Contest, l’ex Eurofestival; la sua ultima esibizione festivaliera conferma che ormai ci ha ampiamente convinto come musicista, ma che come cantante, considerate le potenzialità che non ci sembra di aver intravisto a torto nei colori e nel timbro della sua voce, ha ancora un po’ di strada da fare. Ma è abituato a studiare seriamente. E può sicuramente migliorare, imparando a gestire meglio i suoi mezzi vocali e a dominare le ansie (e magari a superare la timidezza per cui molto scorrettamente è diventato bersaglio di satira).

Ma questa è ovviamente soprattutto la serata dei verdetti. La sala stampa premia con il Golden Share lo stesso Vecchioni, non promuovendo nella terna nessuno dei primi tre esclusi d’eccellenza (forse temendo che mosse maldestre scalzassero inopinatamente il cantautore dal trio dei papabili vincitori?). E il televoto finale per poco non raggiunge il quorum per il Professore, premiato da un bel 48% di preferenze (a fronte del 40% dei Modà e solo del 12% per Al Bano, forse penalizzato, considerato il suo target di base, anche dall’ora tarda verso cui stancamente e inutilmente si prolunga la serata, dopo la concentratissima gara dei 10 Artisti). Avrà influito la chiusa ecumenica/evangelica della sua canzone nel consentirgli livelli di popolarità di questo tipo? E’ riuscito effettivamente a provare all’Italia che la canzone d’autore può e deve essere popolare? Una cosa è certa: la canzone d’autore italiana è viva. Noi lo sapevamo di già, ma è cosa buona e giusta ricordarlo all’immenso pubblico del piccolo schermo, che spesso si dimentica che senso abbia nel 2011 acquistare ancora dei dischi.

E l’Orchestra del Festival, che l’anno scorso (che fosse una farsa programmata oppure una forma di autentica protesta) si diede allo sport del lancio degli spartiti alla notizia che Malika Ayane non fosse tra i primi tre classificati, quest’anno ha coperto il palco di fiori (nella foto il maestro Marco Sabiu).

     

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