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Patrizia Cirulli interpreta Achille Lauro

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La musica come tele-comanda Sanremo

Sanremo 2011, Prima Serata

Big: più chitarre e autorato per tutti.

di Ambrosia J.S. Imbornone

Non saprei dire da quale età posso dire di ricordare Sanremo: so solo che resta uno dei pochi festival di inediti al mondo e che da bambina ero addirittura emozionata ogni anno alla fatidica domanda: “che musica ci riserverà quest’anno?”. Ora che l’emozione è bilanciata dal disincanto, cercare una risposta a quell’interrogativo, con occhio ed orecchio critico, resta comunque un must.

Ascoltati i 14 big del 2011, si può dire che quest’anno aumenti la percentuale di canzoni autocomposte o più propriamente di mano cantautorale, ma anche (per fortuna) la marginalizzazione delle pomposità orchestrali, classicamente “sanremesi”. Esemplare in entrambi i sensi Vecchioni, che non aveva niente da dimostrare, eppure ha cantato e le ha cantate. Forse anche sotto il pungolo di polemiche gratuite preventive o agevolato dal non essere impegnato a suonare, il Professore ha dato nell’interpretazione vibrante una lezione di cui i più giovani dovrebbero fare tesoro. Lancia un grido fermo e musicalmente minimale, terso di poesia, a favore della libertà del pensiero, in difesa della cultura, nella speranza che la dignità umana e l’amore siano residui incombustibili in questi difficili modern times. La Crus (qui nella foto) nella loro media, che è ovviamente al di sopra della media degli artisti in gara: un pathos iperfascinoso da cantautorato anni ’60 avvolge con un manto di romanticismo le colpe wildianamente esibite dall’impareggiabile crooner Giovanardi, il Nick Cave italiano. Scendendo nell’età anagrafica, delicato songwriting al femminile per immagini propone Nathalie (nella foto qui sotto), in un’ostica cavalcata di intensità in crescendo con violini tempestosi da una partenza con voce elfica+piano. Synth-pop d’autore e solarità elettroacustica per alleggerire il peso della solitudine nel brano di Luca Madonia, con breve “apparizione” di Battiato voce e pianoforte,  mirabilmente crepuscolare e surreale il Tricarico interprete di Mesolella a riflettere sulle origini e le sorti del tricolore, ma il vero alieno in questo contesto è Van De Sfroos, con il suo ottimo folk tra violini celtici e fiati latini e un divertente ritratto (a colpi di vocaboli poco sanremesi) di nuovi “pirati” poco salgariani, spacconi stagionati e modaioli che ambirebbero all’ “eppi auar” ma poi si ritrovano in osteria con il «riis in biaanch e la magnesia». Bernasconi ci è apparso svantaggiato: sarebbero serviti i sottotitoli e/o una più ampia valorizzazione della canzone dialettale con altri artisti, a sottolinearne con maggiore forza il valore e ad evitare nel pubblico nazional-popolare reazioni perplesse. Pezzali, mascherato da Peppone, scopre di non avere più vent’anni, ma il suo “secondo tempo” musicalmente è fermo al ’93. E non c’è più neanche Repetto. Piacerebbe vincere facile ai Modà, il cui “emozionalismo” da diario per diari facebookiani incontra la voce potente di Emma: ingredienti sicuri la loro enfasi pop, i giovani dolori, la spinta verso la speranza.

La Tatangelo è indecisa se mascherarsi da Anna Oxa degli esordi o da Edward Mani di Forbice, ma esibisce sulle spalle anche l’iniziale del suo titolo “Bastardo” sulle orme di Marcella Bella: ingabbia/innova il suo stile vocale tipico in una prova di grinta un po’ urlata, nonostante la melodia d’alessiana resti in agguato, ma per ora forse è punita per lesa maestà del giginazionale (o per essersi presentata troppo vestita?). Stessa sorte per l’Anna dotata di ben più netta personalità, una Oxa sempre contro i luoghi comuni, azzurra e graffiante amazzone tra sperimentazione e melodia. Gran classe. Incompresa (in tutti i sensi). Patty Pravo, travestita da Turandot, si muove male tra chitarre da ballata pop-rock alla Vasco e crescendo di archi e batteria. Potrebbe salvarla Morgan. A disagio anche Giusy Ferreri, quasi persa su quel palco così ampio e nella metrica/melodia vocale di una buona canzone anche made in Bungaro, un pop-rock d’autore per fortuna lontano da quella Winehouse che Gaetana non eguaglierà mai. Non male l’incontro della voce morbida di Raquel Del Rosario e quella asciutta di Luca Barbarossa, prima costretto su tonalità troppo basse, poi in crescita quando può spingere il fiato. Però sbavature e banalità testuali, anche se “su su su nel cielo, giù giù giù nel mare” è il nuovo “in tutti i luoghi, in tutti i laghi”: ogni festival ha il suo tormentone (e il suo kamasutra). Al Bano presenta una canzone sociale: il tema poco esposto agli onori di cronaca fa onore al leone di Cellino S. Marco, ma a tratti pare banalizzato e musicalmente il brano sembra pasticciato tra cori da musical, momenti da romanza e violini arabeggianti.

Vedremo come crescerà o scemerà la forza di questa canzoni serata per serata. Per ora una stroncatura netta intanto la meritano gli stacchetti che introducono gli artisti: hit storiche, da “My Sharona” a “Rock  the Casbah”, ma mai appropriate al big di turno.

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