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La scomparsa di Richard Benson

Tra le molte immagini che fanno parte di quel campionario di figure, aneddoti e modi di fare che compongono l’intera “mitologia” di Richard Benson c’è anche il fatto che è “scampato alla morte 11 volte”. O meglio, qualche volta diceva 11, qualche volta 13. Non si è mai capito bene. Supponiamo siano 13. La quattordicesima (martedì 10 maggio) purtroppo ce lo ha portato via. E noi Benzoniani ancora non riusciamo a crederci.

Inglese di nascita ma romanissimo d’adozione, non è di certo un personaggio inquadrabile in un mestiere preciso. Era un musicista? Sì. Era un presentatore? Anche. Divulgatore? Altroché! Un personaggio? Decisamente. Lui era tutto questo, ma anche di più. Era un caso unico. Anche nelle foto da giovanissimo aveva sempre e inossidabilmente lo stesso look. Chioma fluente (vera o finta poco importa), occhiali da sole tamarrissimi e l’immancabile chiodo. Quasi a voler dire che lui non impersonava un personaggio: lui era quel personaggio.

Come i più, anch’io l’ho conosciuto con il passaparola su internet; come i più sono stato inizialmente attratto dal livello di trash dei suoi monologhi. Inevitabile non ridere a crepapelle davanti a quella rabbia, sentendolo urlare le sue sentenze durante le sue divulgazioni musicali nella trasmissione Cocktail Micidiale di Televita, emittente romana. Le sue recensioni erano divertentissime soprattutto quando i dischi non erano stati esattamente di suo gradimento. Come non ricordare il “disco solistico” di James LaBrie, oppure i commenti sulle foto di copertina di Yngwie Malmsteen. Per non parlare delle sue uscite su Steve Vai, e della danza sexy improvvisata su Feelings di Morris Albert, da cui Steve Vai aveva copiato.

Non solo, si aggiungono anche tutti i vari aneddoti: la storia del signor “Gionz”, o quella del bambino magro magro che poi è diventato Marilyn (o Marlin?) Manson. Si passava dai baci dati al demonio, con il rossetto e il coltello, alle grandi dissertazioni sulla società consumistica moderna (io non so mai se è giusto o no augurarsi buon compleanno!) fino alle frasi iconiche come “Ti Devi Spaventareee!” e “Ultimiiiii!”

I veri Benzoniani però sono andati oltre. I concetti espressi, seppur spiegati in quel modo lì, erano validissimi, con delle analisi ricchissime di riferimenti, date, nomi e dettagli che solo un vero esperto di musica può trasmettere. Ed è così che, dopo un iniziale avvicinamento dovuto al trash, si finisce con il dire: “ah però, interessante!”, e si finisce con l’ascoltare, apprendere interessanti aneddoti sulle band progressive rock, fino addirittura a scoprire chitarristi che il buon Richard aveva invece apprezzato, come Patrick Rondat, Neal Nagaoka o Joe Bonamassa. Trash, ma anche competenza. Chi altri poteva unire queste due sfere?

Unico anche lo svolgimento dei suoi concerti. Nelle sue serate la gente andava apposta per urlargli contro e tirargli addosso di tutto. Ed è in questo contesto grottesco che emergono altre perle della sua mitologia, una su tutti: il pollo. Dopo la performance, quegli stessi fan che gli hanno urlato per tutta la sera cose indicibili e lanciato di tutto e di più, facevano la fila davanti al camerino per conoscerlo, stringergli la mano, avere la foto insieme, l’autografo e il disco, chiamandolo Maestro. Situazioni decisamente “eccentriche”. Le sue, certo, ma anche quelle del pubblico.

Dopotutto da giovane lui era un ottimo chitarrista. Negli anni ‘70 e ‘80 ha militato in gruppi progressive tra cui Buon Vecchio Charlie e nei suoi videocorsi non solo si vedeva una certa tecnica, ma emergeva anche una solida competenza teorica. Siamo rock, d’accordo. Siamo ribelli, ok. Ma se vogliamo ottenere risultati sulla chitarra dobbiamo avere disciplina e seguire delle regole. Di quel periodo però ci sono poche informazioni certe, è tutto ammantato da un alone di mistero che contribuisce alla leggenda. Quel che è certo è che ha avuto dei problemi alle mani e da allora non ha potuto suonare come un tempo.

Forse, ma forse, è per la depressione derivante che una ventina d’anni fa si è gettato dal ponte Sisto. Quella, nella suddetta mitologia, è stata la prima volta in cui è scampato alla morte (e i fan rispondono “Manco il Tevere t’ha voluto!”).

Dopo Televita c’è stata una parabola discendente. La malattia è peggiorata, e la carriera è rallentata. Ma ne è uscito. Negli ultimi anni era tornato attivo sui social: interventi video, dirette con il pieno di domande dei fan, e un nuovo disco in uscita. Eravamo convinti che fosse tornato in forma, pronto per tornare alla grande sulla cresta dell’onda. Ed è anche per questo che la notizia ci ha sconvolto. Gli amici riferiscono che le sue ultime parole sono state “se muoio, muoio felice”. E d’altronde, come lui stesso ci ha insegnato, “la vita è il nemico!”. Siamo intrappolati in un “involucro umano”, destinati ad andare oltre. Anche alla fine è stato capace di insegnarci qualcosa. Un ‘maestro’ fino alla fine, che ci lascia un grande vuoto, e che non dimenticheremo mai. Vai grande Richard. Ci vediamo di là.

Gionata Prinzo

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