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Nuovo disco per gli Acustimantico

Sabato 14 gennaio grande ritorno live degli Acustimantico, la band romana che dopo aver segnato positivamente la nuova scena italiana di inizio anni Duemila aveva scelto di spargere creatività artistica ...

Milano in festival: il nostro report dal MIAMI

Al Miami si fanno cose, si vede gente. I gruppi sul palco vedono gente (quando più, quando meno) e quindi fanno cose, molte cose. La gente vede i gruppi sul palco e continua a fare cose, vedere gente. A volte si ascolta, alcuni temerari ascoltano con attenzione e passione. Non pochi, onestamente: non tutti evidentemente sono al Miami per esclusive ragioni di public relations e per farsi vedere in questa piccola grande kermesse dell’indie (soprattutto, ma non solo) nostrano. Ma la questione immagine non è in alcun modo da trascurare: o sei al Miami, o non ci sei, nel bene o nel male. Per molte band, che per motivi di genere o di promozione non avranno mai più un’occasione di tale visibilità; per molti operatori del settore, stretti nella morsa di un mercato che non esiste più e che quando esisteva nessuno se ne è mai accorto; per molti comuni mortali, musicistoidi o artistoidi o fotografoidi o comunque aspiranti oggetti di attenzione di chi non ha di meglio da fare; per gli stessi organizzatori di Rockit, archetipi assoluti della filosofia del “fare cose, vedere gente”, che si rimboccano le maniche di camicia e pantaloni per dimostrare di non essere solo eccellenti intrallazzatori, ma di essere anche eccellenti organizzatori. Onore al merito, ci riescono. Problemi tecnici e di volumi a parte, l’unica notevole pecca non è imputabile a loro: decisione della Provincia di Milano infatti, è quella di fissare a 8 euro (5+3 per l’esattezza) il prezzo del parcheggio giornaliero dell’Idroscalo. Molte invece le belle idee del Miami: dall’abbonamento a prezzi popolari nei giorni precedenti la manifestazione al servizio navette, ai free drink per gli spettatori ciclo-muniti, al programma musicale tutt’altro che scontato.

 

Entro subito nel dettaglio, in merito ai primi due giorni del festival (per il terzo sono assente giustificato, dunque mi astengo): contrariamente alle aspettative, nessuno o pochi gruppi dei rami storicamente collegati al “gusto” Rockit, come indie-pop o new wave di riporto. Tra questi segnalo senz’altro gli Annie Hall, autori di un live delicato e suggestivo alla Collinetta: dalle loro chitarre fluiscono eleganti piccole canzoni (perchè sia “canzoncine” che “canzonette” suona dispregiativo?) che dai più recenti Jayhawks ed Elliott Smith mi sospingono fino ai più antichi lidi di Eric Andersen e Crosby Stills & Nash.

 

Tornando al programma, a sorpresa quest’anno è il Miami dei chitarroni: Waines e Bud Spencer Blues Explosion il venerdì, Cut e Movie Star Junkies il sabato, tutte band ad alto tasso di cuore&sudore e invariabilmente dotate di una carica davvero notevole. Cuore, sudore e carica a parte però, rimane la sensazione di girare un po’ a vuoto: spettacolari Cut, poderosi i BSBE ma nessuno dei loro pezzi lascia veramente il segno, e allora sono i batteristi e i chitarristi a farsi in quattro per attirare l’attenzione del pubblico, che reagisce comunque bene. Dal canto mio, se eccettuiamo i Waines che avevo apprezzato su disco e di cui purtroppo ho fatto in tempo a sentire solo due pezzi, rimango piuttosto colpito dai Movie Star Junkies. Lo show sul palco è di prim’ordine, col cantante Stefano Isaia in un’improbabile mise femminile che si arrampica ovunque facendo impazzire i fonici, percuote qualunque cosa o persona gli si avvicini e attorciglia attorno a se stesso le già contorte linee di cantato.

Come dicevo però c’è molto altro oltre alla tenuta del palco, evidentemente uno dei punti di forza dei Junkies: il loro sound è un ibrido volutamente brutto sporco e cattivo, dove i lampi garage sono più alla Cramps che alla Sonics, e le bordate di feedback intrecciano noise e psichedelia alla 13th Floor Elevators. Aggiungete a tutto ciò un frontman innegabilmente ispirato al primissimo Iggy o al Nick Cave dei Birthday Party... una bella miscela insomma.

 

I gruppi sono molti, e causa anche un piccolo sfasamento tra gli orari comunicati è praticamente impossibile riuscire a vedere tutte le band proposte. Peccato, perchè chi sta seguendo sul palco principale i trascurabili Zen Circus si perde per forza di cosa l’irruenza cieca e genuina dei Cosmetic (il loro “Non siamo di qui” va a mio modesto parere tra i migliori dischi dell’anno passato, il loro live alla Collinetta non è da meno). Chi, trascinato dall’incontenibile violenza catartica del Teatro degli Orrori (a onor del vero, un po’ più contenibile del solito: effetti probabilmente del lungo tour, senz’altro si avverte la mancanza di quel musicista straordinario che è Giulio Favero) si gode le bellissime “Compagna Teresa”, “La canzone di Tom” e “Mai Dire Mai”, rinuncia a scoprire le gemme ancora non levigate degli A Classic Education, penalizzati purtroppo da un impianto non all’altezza. Una scrittura fine, la loro, con qualche margine di miglioramento: mentre i primi brani rimandano inequivocabilmente a band come Arcade Fire e Okkervil River, le nuove canzoni, proposte per la prima volta dal vivo, lasciano intravedere un orizzonte più ampio, che abbraccia anche suggestioni wave. Alla Collinetta apprezzo anche l’avvolgente inquietudine dei Vessel e i raffinati strumentali dei Ronin, questi ultimi per loro stessa ammissione poco entusiasti (per usare un eufemismo) della sistemazione sul “palco piccolo”, seppure a conclusione di serata e di fronte a un pubblico davvero numeroso.

 

La dicotomia tra first e second stage si respira anche nelle performance di alcuni degli headliner, per cui senz’altro influisce il nome dei protagonisti. E se per i Kalweit & the Spokes la classe cristallina di Georgianne Kalweit (ex Delta V) sopperisce al suono live a tratti troppo spoglio della band e ai brani eleganti ma non certo facili, per gli Amor Fou è più l’ambientazione festivaliera a nuocere: Alessandro Raina, Giuliano Dottori e Leziero Rescinodei La Crus scrivono canzoni apparentemente lievi ma in realtà molto dense, nell’immaginario e nelle sonorità, che richiedono un lavoro cesellato e studiato sui volumi per rendere al loro meglio. Ovviamente, un line-check sbrigato in dieci minuti sul palco Pertini non aiuta a presentare adeguatamente sound complessi come quello degli Amor Fou.

 

Avvicinandomi alla fine (quando verso sera il Magnolia si riempie il Miami raggiunge il suo apogeo...) non posso non spendere una parola in più su tre dei veri e propri main acts: in ordine sparso parto dagli Africa Unite, a sorpresa apprezzatissimi dal pubblico nonostante fino a un paio d’anni fa il reggae fosse uno dei generi più negletti e snobbati dai sedicenti cultori della musica indipendente. Bunna è la solita forza della natura compressa in un metro e sessanta, Madaski sciorina i suoi versi più crudi come un Linton Kwesi Johnson di Pinerolo; e gli Africa suonano molto molto rock, senza bisogno di distorsori o contaminazioni troppo esibite. La gente balla, suda e si diverte, per un attimo mi dimentico di essere al Miami all’Idroscalo e mi ritrovo con la testa alla Festa di Radio Onda d’Urto nel Bresciano: tanti altri come me ballano, anzichè fare cose e vedere gente. Meglio per loro...credo. Solo il tempo ce lo dirà.

 

Venerdì sera, subito dopo gli Amor Fou, sale sul palco un gruppo che a molti sembrerà fuori dal tempo: i Giardini di Mirò, da Cavriago, il loro primo splendido The Rise And Fall Of Academic Drifting risale a quasi 10 anni fa. Molto è cambiato, Raina non è più il loro cantante ma diversi sono i brani proposti dai Giardini che ci riportano a quell’album, a quelle intricatissime trame di chitarre, violino e synth che in breve tempo sollevano da terra me e altri poveri illusi che ancora si lasciano ipnotizzare dal loro magico post-rock, senza considerarli passati di moda, vecchi, inutili.

 

Li ho lasciati alla fine, non a caso perchè li aspettavo al varco: sono di parte e dico subito che sono i miei prediletti, gli A Toys Orchestra. Lo sono per un’infinità di motivi, il primo senz’altro è la differenza abissale che intercorre tra loro e altri pur validi interpreti dell’alternative rock italiano, per ciò che riguarda scrittura dei pezzi. Melodie semplicemente perfette, arrangiamenti studiati al millimetro e una ricerca dei suoni che per una volta non ha nulla da invidiare a quella dei colleghi inglesi: così ricordavo gli A Toys, pochi mesi dopo Technicolor Dreams e la partecipazione al Miami 2007, sempre sul palco principale ma nel tardo pomeriggio. Dal vivo però erano un pochino timidi, non si può negare.

Stavolta gli A Toys Orchestra ci credono. E fanno bene. Si capisce dalla grinta con cui presentano le primi tre canzoni, tutte tratte dal nuovo Midnight Talks. Beatrice Antolini li accompagna alternandosi tra basso e tastiere, ma è soprattutto la vitalità di Enzo Moretto a stupire. Emozionato ma con lo sguardo sempre rivolto al pubblico, il cantante-chitarrista-pianista trascina la band partenopea in un’interpretazione davvero sopra le righe, decisamente più aggressiva rispetto al disco e che rende giustizia soprattutto ai nuovi brani, meno Beatles e più Stones, meno Eels e più Dinosaur Jr.

E ancora, i cavalli di battaglia come “Invisible” e “Cornice Dance” prendono nuova vita, grazie al granitico asse ritmico composto dal batterista Andrea Perillo e dal bassista Raffaele Benevento, quest’ultimo impegnato alternativamente come secondo chitarrista con Ilaria D’Angelis. “Un live provato in maniera quasi ossessiva, ci tenevamo tantissimo” mi dice più tardi quest’ultima al loro banchetto, oltre a ringraziarmi per i complimenti, che ovviamente non lesino, con la consueta umiltà e disponibilità che caratterizza i componenti dell’Orchestra. “Vorrei solo dire che gli A Toys Orchestra sono persone come ce ne sono poche” dice di loro dal palco Beatrice Antolini. Lo immagino, per quelle poche parole che ci siamo scambiati. Di sicuro, se anche tenevano tanto a questo palco e a questo pubblico, non si sentono in dovere di fare i fenomeni, di ostentare chissà quale flemma o immagine dall’alto del Pertini. Hanno un piccolo invidiabile bagaglio di canzoni, ora hanno imparato anche bene come farle rendere on stage. Basterà tutto questo per far raccogliere loro la fama che meritano o dovranno ancora fare cose e vedere gente, magari non più al Miami ma al South By Southwest? Voglio credere che laggiù ad Austin il mondo della musica “indipendente” non funzioni nel nostro stesso modo...

 

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