ultime notizie

Patrizia Cirulli interpreta Achille Lauro

Patrizia Cirulli, cantautrice milanese, rilegge e reinterpreta C'est la vie di Achille Lauro.   di Paola Piacitelli                                                               VEDI IL VIDEO Il singolo, accompagnato dal videoclip ufficiale, è distribuito dall’etichetta La ...

Misura vs retorica. E zero rivoluzioni

"La musica come telecomanda Sanremo"

Terza serata, giovedì sera

Di Ambrosia J.S. Imbornone

E siamo giunti alla serata delle cover d’annata a ripercorrere musicalmente i 150 anni dall’Unità d’Italia. La retorica e la tentazione di scivolare nel banale e nel nostalgico, tra tarantella e melodramma, è sempre dietro l’angolo. Con le reinterpretazioni di brani classici – lo insegnano i talent-show – si va sempre sul sicuro, ma perché di Musica con la m maiuscola si tratti e non di karaoke, servono arrangiamenti ed interpretazioni che diano la presunzione dell’autenticità al brano in questione e mettano in luce la personalità dell’artista. In diversi casi è proprio quello che è successo. In principio c’era Van De Sfroos a cimentarsi con l’italiano e a cantare Viva l’Italia di Degregoriana memoria: dalle Alpi all’Etna è ancora più facile, senza l’ostacolo linguistico, notare a questo giro la sua carica di folk-rocker; inoltre Davide sfodera un fervore che rammenta la canzone impegnata di Bertoli e riempie con fisarmonica e violini irlandesi quel concetto generico di Italia dai profumi fisici di terre diverse, aumentandone allo stesso tempo l’universalità. Un piccolo capolavoro è poi O’ sole mio della Oxa, sacerdotessa pagana dei suoni, che anche nel suo brano, in gara per il ripescaggio, alterna vibrati e sussurri, graffia felina e si abbandona alla melodia, seduce e ride, inafferrabile. Violini poetici e sinuosi portano i colori dell’alba e accarezzano i paesaggi, mentre chitarre e basso preparano un ottimo crescendo. Lodi. Ma non convince tutti e con La mia anima d’uomo va a casa. Immaginavamo già quale sinergia artistica sarebbe scaturita dal suo incontro con l’eclettismo dei Marta sui Tubi oggi: forse sarebbe stato il momento più “rivoluzionario” del festival. Ma niente da fare.

La canzone che però maggiormente ci sembra condensare e concentrare emozione è La notte dell’addio proposta da Luca Madonia, incentrata su note di piano ora acute e struggenti, ora profonde e malinconiche, con la grazia e la sontuosità magica del Battiato di Fleurs, qui direttore d’orchestra. L’addizione di violini essenziali porta un’enfasi controllata, eppure commossa, come lucida di un pianto discreto e nascosto: questo brano trova un senso nella serata come fotografia-testimonianza di un modo di descrivere i sentimenti in cui la passione e la sofferenza trovavano una misura dignitosa. Anche la Parlami d’amore, Mariù dei La Crus con i GNU Quartet riporta ad un universo dotato di un contegno ammirevole, in cui l’amore filtrava come il calore del sole dalle imposte chiuse in un’intenzione di ardore elegante, distante dalla dissacrazione dell’intimo in troppo esibiti (e spesso finti) patemi di certa poco ispirata “pornografia sentimentale”. Non di meno, questa cover, con flauto traverso, archi e ritmo da ballo del mattone, si colma di fascino e sensualità, grazie alla voce art-rock di Giovanardi.

Sinceramente appassionata e giustamente lontana dalla teatralità da sceneggiata la versione di O’ surdato ‘nnamurato di Vecchioni, che nelle strofe resta solo voce e chitarra (suonata magistralmente da Massimo Germini), come un accorato canto sottovoce privato, mentre nel ritornello sembra ammiccare quasi al sirtaki. Opinabile il finale mirabolante con girandola di cori e tripudio orchestrale, però il Professore si diverte ed esalta: chapeau.

Meritano una menzione anche l’intensità intimista acquistata da Il mio canto libero, aperta da un riff di piano struggente, nell’interpretazione di Nathalie, la drammaticità cinematografica del canto popolare Addio mio bella, addio tra parole di una semplicità toccante, arazzi di violini e marcia di tamburi (Barbarossa-Raquel Del Rosario), la grinta black sul modello di Tina Turner sfoderata da Emma nelle parti non tradotte di una Here’s to You trasformata in stadium-rock dai Modà e la dialettica antico-moderno istituita tra violini classici e la velocizzazione nel tango in Mamma (a forte rischio melò, abbastanza scongiurato), presentata da una Tatangelo rifemminilizzata e ri-addolcita (e per questo forse premiata nel ripescaggio). Sorvoliamo sul resto, su una prevedibile Va’ pensiero di Al Bano, che guadagna il ripescaggio a fine serata con la sua Amanda è libera, e soprattutto sul coro inutilmente buonista di italiani di ogni etnia che chiude L’italiano di Tricarico con Cutugno.

Finalmente (ovviamente sempre quando il giorno sta per finire e un nuovo giorno sta per cominciare), ecco la seconda manche della gara dei Giovani.Tre interpreti e un cantautore.

Per fortuna per dieci minuti si fa in tempo a mandare in onda la diciassettenne Micaela (che checché se ne dica, all’epoca del fatto è minorenne) in carne ed ossa, anziché, scoccata la mezzanotte e cominciato il coprifuoco cenerentolesco della tv, in formato Rvm. Già avvezza a calcare i palchi televisivi (è stata protagonista in uno di quei format per adolescenti canterini in prima serata e ancora prima ha partecipato allo Zecchino d’Oro), la ragazza fa sfoggio di un’intonazione sicura per la sua giovane età; quel che sembra mancarle, però, è una personalità vocale ben definita: il suo stile si assesta su un soul molto vicino a Giorgia. La sua Fuoco e cenere è la classica ballata festivaliera, che quest’anno i Big ci hanno risparmiato, con tanto di sonorità in pompa magna. Servirebbe qualche motivo in più per convincerci ad ascoltare proprio Micaela, e non altre sue giovani o più esperte colleghe.

Non vogliamo qui fare un processo alla giovane Micaela, vogliamo solo cogliere l’occasione per riflettere su questo tipo di proposte musicali sanremesi, domandandoci: ma è giusto vestire di panni così musicalmente conservatori un’adolescente, sia pure in ossequio all’idealismo romantico di quell’età? Gli ascolti in questa fascia di età talvolta sono un po’ disorientati, non ancora del tutto critici, ma solitamente più frizzanti, per quanto a volte leggeri, o più contestatori e ritmicamente aggressivi. Insomma c’è da chiedersi se si aiutino effettivamente i giovani interpreti con canzoni che non sono lontane per atmosfere e suoni da quelle ascoltate dai loro genitori. Nelle immagini dei versi, facili contrasti raffigurano il dolore: maggiore freschezza forse avrebbe avuto un qualche spunto realmente generato dai tumulti interiori di una diciassettenne. Osservazioni simili suscitano anche i Btwins: se questa è la Generazione Moccia (che tra l’altro, segno dei tempi, è tra gli autori del Festival), vorremmo almeno sentire l’ingenuità autentica dei vent’anni frutto di quel mondo sentimentale. Meglio giovani che giovanilisti. Non male l’intreccio di canto e controcanto, anche se l’interpretazione tradisce (più di) qualche incertezza. Musicalmente i gemelli ventenni propongono un brano melodico pretenziosamente sofferto, purtroppo distante anche dalle vaghe ascendenze pop-rock esterofile dei Sonohra, o dalla vocazione cosciente al tormentone solare e lieve degli Zero Assoluto, per citare altri duo italiani popolari presso i più giovani passati per Sanremo. Quelle di Mi rubi l’amore sono formule musicali plasticose che esistevano già prima che i due nascessero: ci manca Luis Miguel, che aveva pure un faccino carino e pulito come questi due ragazzi tanto carucci, ma esibiva almeno nel testo una distanza generazionale, seppure in un ribellismo estremamente edulcorato. Niente di nuovo sotto il sole neanche con Marco Menichini che porta all’Ariston Tra tegole e cielo, un’altra ballatona con melodia molto sanremese, ad un passo dal neomelodismo d’alessiano, ma strizzante l’occhio anche al presunto blue-eyed soul all’italiana. La malinconia del testo ha qualche momento felice, ma complessivamente si sente che questi brani sono di un romanticismo seriale. E poi una cosa è scegliersi i fiori pensando ad un messaggio da comunicare o adattandoli al proprio gusto estetico, un conto è affidarsi alla professionalità del fioraio che selezioni le specie floreali che preferisce o che a pelle ritiene adatte a te.

C’è tanto coraggio di sperimentazione tra alternative, rock, elettronica e canzone d’autore tra i ventenni di oggi: perché in generale Sanremo Giovani finisce per esplorare archeologicamente luoghi comuni fossili musicali e testuali? E per limitarci al parco semifinalisti 2011, perché mai il televoto non ha portato in finale Le Strisce, che hanno la solidità musicale di una band e buoni ascolti british tra indie e rock alle spalle (qui a fianco nella foto), e portavano un brano sensato, che veicola inquietudini reali, ancorate anche provocatoriamente ai guai e ai pregiudizi che gravano sulla loro Napoli? Perché? Vabbè, ci consoliamo con Roberto Amadè, che passa il turno con Micaela: anche in questo caso siamo lontani da rivoluzioni musicali, purtroppo, e da un suo brano ci saremmo aspettati forse un po’ di spessore in più, però il cantautore mostra un’ottima consapevolezza e una fine gestione dei mezzi vocali (si era già fatto notare come vincitore al Premio Bindi 2010), dosati per passare agevolmente da toni sospirati ad intensità rotonde e seducenti. Un po’ come nella serata precedente, pesa la differenza di età e maturità artistica tra i partecipanti alla gara. Inoltre questa canzone appare sì un po’ tradizionale, ma con una buona elaborazione del pathos del ritornello e arrangiamenti d’archi suggestivi. Vedremo a chi andrà la palma della vittoria.

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento