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Cantine Musicali, Milano

Edda


Milano potrà esser consunta da conflitti sociali, degrado politico, e da una distratta gestione del proprio patrimonio culturale, ma solo lei può costringerti in una fredda notte di gennaio a un meraviglioso imbarazzo nella scelta del suo olimpo musicale cittadino. Come al solito le possibilità del menù sono compatibili tra loro ma speculari, dividendo perfettamente in due il pubblico a seconda di esigenze e stati d’animo: metà Milano all’Alcatraz per l’attesissima serata Jack Daniel's AFTER X-Mas Party, furori tra Teatro degli Orrori e Linea 77, l’altra metà a seguire Edda alle Cantine Musicali del Teatro Blu.

L’ex frontman dei Ritmo Tribale lascia il tempo di gustarsi un aperitivo in intimità, un buon San Colombano intrattendendosi con il concerto di apertura di Yuri Beretta, menestrello di pop dadaista-goliardico che sfodera con discrezione e gustoso piglio teatrale i piccoli anthem del suo debutto del 2008, La forza, oltre ad una manciata di inediti in cui diverte, rallegra, provoca il pubblico con schegge di quotidanità impazzita e compiaciute storie allucinate .


Poi gli incensi, le bottiglie di rosso che vanno ad incorniciare il palco, un’entrata subitanea senza colpi di scena. Edda sale davanti ai riflettori con la splendida noncuranza di un qualsiasi tecnico del suono, con i pantaloni corti e una tuta. È emozionato come fosse un debuttante, o forse lasciarti quest’impressione è uno dei tanti giochi di prestigio del vero frontman di razza. Non trova la chitarra, schernisce continuamente i propri pezzi, coccola e scherza col fido polistrumentista Andrea Rabuffetti («Sei il figlio che non ho mai avuto», e giù risate), probabilmente conscio di dover stemperare l’intensità di quelle che sono le proprie performance. Ringrazia e raccoglie ogni applauso.

Si susseguono i pezzi di Semper Biot, si snocciola tutta la scaletta senza soluzione di continuità, da Io e te, a Scamarcio, squarci di poesia lacerata da anni di dolore personale, marginalità vissuta e studiata sulla propria pelle, crescita, dannazione e redenzione fino a quel palco dove l’essere umano prima che il cantautore decide di mostrare tutte le proprie ferite. E per quelle che si sono dissolte, rimane comunque il bisogno di raccontarle, di ripercorrerle traendone nuove angolazioni d’analisi, nuove riflessioni. Una vita a forma circolare, ciclica come la designazione e l’accettazione del karma in cui l’artista ritrova il proprio bakground induista, ciclica come la circonvallazione di Milano, a cui il nostro dedica un’ode favolosa, un Cantico dei drogati livido e grottesco sull’amore e l’autodistruzione in una città indifferente e allo stesso tempo inscidibile dall’artista. «Morire felici di morire, voglio ammalarmi per non soffrire/ voglio vedere come va a finire/ voglio impazzire per non guarire», Edda grida e scaglia acuti lancinanti, sbavature, rabbia e violenza sentimentale, si  confessa, in un diario dove saggezza e autolesionismo vanno a braccetto, meditazione e incoscienza diventano l’Artide e l’Antardide di una poetica in incessante ricerca, che può arrivare a riflessioni criptiche, dense di simboli e stimoli arcani, o lasciare il pubblico in silenzio: «Amare Dio è una cosa inutile». Sicuramente non lo è assistere ad una così suggestiva autoanalisi di un uomo allo specchio, seguire la mano sicura ma spericolata che sulla chitarra taglia e marchia una storia d’amore delirante, potente e delicata come la favolosa Bella come la luna, capolavoro d’espressionismo d’autore. La serata scivola via tra autoironia e minuscole commozioni, unta dalla tavolozza di uno splendido quarantenne che sa lasciare a briglia sciolta i propri demoni fino all’istante che precede la perdita di controllo. Il pubblico rimane incantato dalla sapienza con cui Edda sa giocare e rischiare con la propria maestria vocale, nel modo in cui dona bellezza, una volta esauriti i dodici pezzi del disco, anche all’interpretazione di brani altrui, come nella favolosa redenzione di Amore splendido di Moltheni, o quando rivisita con distacco e affetto alcuni classici dei Ritmo Tribale, aggiornando e ribadendo la bellezza di gioielli come Uomini e una richiestissima Oceano


Mentre Capovilla e Chinaski infiammano via Valtellina, Edda ci saluta, bacia e abbraccia, autografa  e sorride. Tutti a letto presto. Perché non è più un esule smarrito, ha vinto e saputo valorizzare le proprie debolezze, ma dopo poche ore i suoi colleghi lo aspettano sui ponteggi. La sera sciamano in piena catarsi, di giorno operaio come tanti altri, aspettando sabato per riposarsi. Perché adesso è un marginale virtuoso, è il manovale del rock italiano. Bentornato.

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In dettaglio

  • Data: 2010-01-14
  • Luogo: Cantine Musicali, Milano
  • Artista: Edda

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