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Teatro Nazionale

Davide Van De Sfroos

 

La serata delle meraviglie è composta da due set separati: il primo, il giorno 6 ed il secondo il giorno 7 maggio, al Teatro Nazionale di Milano.

Il pretesto si chiama “Tèritoritòur” e racchiude, nel suo involucro più esigente la capacità di Davide Van De Sfroos di generare emozioni. Il cantore “laghèe”, anche se è riduttivo indicarlo solo con questo appellativo, è un artista maturo capace di fare cose complesse in maniera apparentemente semplice, è un artista che ancora si diverte sul palco condividendo con il pubblico un’idea di arte e rappresentazione che in molti altri colleghi è spenta oramai da tempo.

La sua capacità di inventarsi sempre nuovi percorsi artistici, sul palco e negli album, la sua indubbia vista interiore che gli fa comprendere quali sono i personaggi, reali o metaforici, da inserire nelle sue canzoni, l’ormai indiscussa capacità di scrittura dei testi e delle musiche (coadiuvato in questo dai sopraffini musicisti che lo accompagnano dal vivo ed in studio), fanno di Davide Van De Sfroos uno degli artisti più originali, innovativi e profondi che siano apparsi negli ultimi 15 anni. C’è tanta gavetta nei successi di oggi, ci sono tanti kilometri percorsi nei luoghi più improbabili ed imprevedibili, ci sono tanti palchi scalcinati ed approssimativi su cui sono stati appoggiati i suoi strumenti e quelli della banda.

Su tutto, però, la genialità di osservare un mondo, comprenderlo, viverlo, interiorizzarlo, raccontarlo, amarlo. Già, perché è l’amore che spesso accompagna il lavoro di Davide Bernasconi: amore per i luoghi, per le persone, amore per le tradizioni, per il sapere perduto, per un tempo perduto. Ma anche e soprattutto amore per il tempo attuale, perché lo sguardo sul passato non sia semplice sentimentalismo bensì forza, passione, cuore e fermento per trasformare l’animo di chi, tra mille difficoltà, affronta le preoccupazioni del tempo presente. Concerto di circa tre ore la prima sera e di due ore e mezza la seconda. Un tempo trascorso in maniera rapida e piacevole, lieta, seppure questa parola può sembrare desueta. Un tempo che l’artista - monzese di nascita ma laghèe di adozione - ha saputo condurre con la sua ormai proverbiale capacità di piegare il tempo mettendo gli spettatori a loro agio, facendoli sentire a casa propria, regalandogli quelle parole “perdute” di cui c’è tanto bisogno di ascoltare. E la piegatura del tempo non deve essere letta come vezzo lessicale ma come reale capacità di attrarre l’attenzione dei presenti con la musica, i testi, le parole in libertà così come quelle maggiormente meditate.

Il pubblico apprezza, comprende, apprende, riflette, si pone domande, partecipa. Il pubblico non si sente semplice (seppure attento) spettatore, ma compartecipe della vita raccontata con le parole ed i suoni della festa e dell’allegria così come con quelli della mestizia e della malinconia. Il filmato che ha introdotto il concerto (prima puntata di otto video che racconteranno del mondo laghèe) è un indizio importante per comprendere le “ragioni” dell’essere artista da parte di Davide Van De Sfroos. La ricerca delle radici, la ricerca delle persone e delle loro testimonianze di vita, la ricerca degli spazi aperti, l’incontro con la terra ed i profumi e sapori della gastronomia, la ricerca delle memorie della fatica degli uomini di montagna e di miniera, la ricerca delle ragioni della religiosità popolare e, forse, anche delle fede autentica.

Nulla è lasciato al caso, nulla è fuori contesto, nulla è privo di senso. Le immagini, le parole, gli sguardi, i paesaggi, le persone rappresentate sono il segno tangibile dell’incontro dell’uomo, del musicista con l’esperienza sia essa luogo, tempo, spazio, persona. Un’esperienza che si è radicata così nel profondo dal diventare parte dell’artista che, generosamente, restituisce ai propri estimatori il segno, il racconto, la prospettiva di questa ricerca e di questo incontro.

Non è un caso, oppure un vezzo, proporre la poesia cristallina di Joyce insieme al Monte Piatto ed alla sua Pietra Pendula perché entrambi sono manufatti del creato: il primo influenzato dal regno dello spirito, il secondo segno indelebile del creato. Insieme, il senso della vita. Forse non è un caso che nel video l’introduzione è lasciata ad un viaggio in treno in un periodo certamente antecedente all’invenzione del telefono cellulare. Un tempo in cui l’incontro con il tuo vicino di posto poteva essere una scoperta mentre ora, generalmente l’attenzione è tutta sulla diavoleria elettronica che ci segue ovunque.

Ed il treno, ovviamente, è anche intriso di metafore raccontate dalle storie che abbiamo ascoltato tante volte da Woody Guthrie e da tutti i cantori dell’epopea del blues. Viaggi e storie che, in fondo, qualcuno tanti anni fa aveva già delineato nelle sue linee essenziali rispetto alle sorti del mondo e dell’uomo inteso come integrità di persona umana. Viaggi e storie che, come ci ha insegnato l’omerica Odissea, null’altro sono che la continua ricerca della strada più lunga per ritornare, alla fine, a casa. O meglio, in se stessi.

E come ritorno in se stessi, o alle radici, l’immagine del Duomo di Milano e la proposta della Jannacciana Lettera da lontano (introdotta da quel capolavoro di memoria nostalgica rappresentato da El me indiriss), cantata con grande trasporto e sincerità, rappresentano a nostro avviso, oltre che un omaggio al grande artista milanese, anche il riconoscimento del grande lavoro di ricostruzione di un tessuto, ideale ma vero, di umanità raccontato da canzoni certamente spesso malinconiche ma, al contempo, piene di voglia di riscatto e di incapacità ad arrendersi alle vicende della vita. E se si analizza con attenzione il canzoniere di Enzo Jannacci (in alto in una bella foto di repertorio) e di Van De Sfroos è immediata l’evidenza che il protagonista delle canzoni non è l’amore ma la persona e l’Amore, quella dimensione cioè che tutto abbraccia, tutto dona, tutto travolge, tutto trasforma.

Non è l’apologia paolina della carità, ovviamente, ma la percezione che nel percorso creativo di questi due artisti, il sentimento profondo che li accomuna è la pietas autentica dell’altro. Che si chiami Armando o Cimino, che si tratti di Vincenzina o Genesio, che la loro vita si incontri su una corriera oppure sulla strada che porta all’Idroscalo, che racconti di 40 pass o di Sei minuti all’alba, quello che conta è il centro del pensiero, del cantare e del raccontare: l’Uomo. E l’uomo che racconta che Questa terra è la mia terra, in versione in lingua originale e comasca è la prima sorpresa della serata. Una introduzione così probabilmente non se l’aspettava nessuno (anche se, in fondo, una canzone come questa appare come il naturale compendio alla cifra stilistica di DVDS). Una bella versione introdotta dalla voce di Leslie Abbadini e suonata con mood caldo e variegato: Hammond/Gospel, elettrica/blues, acustica/country, violino/folk. Una riuscita rilettura, ricca di gioia e desiderio di riscatto.

La serata vede la presenza di molti studenti di varie scuole superiori cittadine e Davide si immedesima in una sorta di professore di italiano/poetica & cultura varia, raccontando una serie di aneddoti e storie sui Visconti, sul simbolo di Milano, sui poeti sommi della nostra Italia riuscendo a trasformare Dante Alighieri e Francesco Petrarca in una sorta di rapper ante litteram ed appartenenti a due band differenti; Ugo Foscolo, invece è proposto in chiave metal mentre Giacomo Leopardi altro non è che una sorta di Emocore dell’Ottocento. Una gustosa ed esilarante rappresentazione di come lo sguardo sulla cultura potrebbe essere posto con una differente e nuova capacità di osservazione della realtà e del passato.

Il vento è un altro protagonista delle canzoni di DVDS e nell’evocazione di Blowing in the wind vi sono le note anticipatrici di una bella versione di Pulenta e galena fregia, che è molto più profonda rispetto al significato quasi di festa paesana che possiede, almeno nel seguire la sua linea melodica. Sempre formidabile l’incrociarsi della fisarmonica del funambolico Billa (in alto a sinistra), del violino del magico Anga, della chitarra morbida & blues di Gnola (qui in basso in una foto incui è immerso nelle sue chitarre).

I personaggi, abbiamo detto, abbondano nella poetica di DVDS: il costruttore di motoscafi, con lo sguardo al futuro e la tensione del mantenere intatto il valore del lavoro, l’attaccamento alla materia viva, come il legno, al rapporto con i figli visti come il segno della continuità; lo zio Tony con la sua macchina, potente strumento di emozioni, di evocazione, di passato e presente intatti nello loro continuità e magia. Il futuro è il passato che, trasformato in presente, pone le basi per l’eternità. Questo sembra vogliano dirci queste due splendide canzoni.

Ci sono tanti ragazzi in sala e viene spontaneo pensare a quanti di loro potrebbero “perdersi” e così, anziché esprimere un sermone da professore, educatore, genitore, Davide intona, coadiuvato da Leslie Abbadini, una proficua versione di House of the risin’ sun che ha, una sua porzione dialettale. Un'altra grande intuizione per un brano che ricorda le grandi murder’sballads della tradizione americana di fine Ottocento/primi Novecento.

Anche in questo caso si intuiscono i percorsi artistici dell’artista monzese, i suoi amori e le sue passioni musicali che riesce a trasferire in maniera splendida e senza nessun timore reverenziale nei confronti di canzoni che possono essere considerate “mostri sacri”.

Poi c’è l’acqua e quando arrivano le note di Akuaduulza si ha sempre l’impressione che quella canzone la si stia ascoltando per la prima volta tanto è potente la sua trama poetica e melodica. Questa è, a parere del vostro recensore, una delle composizioni più importanti della canzone d’autore del nostro paese. Una perla rara in termini musicali e di poesia perché le parole e le note racchiudono il mondo, la vita, l’eterno srotolarsi del tempo e della storia. Fosse stato per DVDS anche l’unico brano scritto, avrebbe comunque un posto di rilievo nell’ambito della musica italiana.

L’acqua, il vento, il mistero del temporale sono un altro gigante letterario ed immaginifico nel suo repertorio e così Breva e Tivàn si mostra nella sua grandezza in una versione con intro chitarristico dylaniano. La versione è sontuosa e misteriosa e, ad essere attenti, si può immaginare un galeone passare sul palco e trasportare tutto il suo mistero e la sua ansia di viaggio verso un orizzonte inquieto e gravido di scuri presagi.

Nella versatilità stilistica ed anche di visione del mondo, dall’acqua si passa alla montagna con le immagini del mondo della miniera e le parole e le note de Pica! - Il minatore di Frontale sono il racconto, intenso, profondo e colto della fatica degli uomini umili, di coloro che hanno fatto della fatica lo scandire dei propri giorni.

Persone “umiliate ed offese” che, però, hanno saputo incarnare un senso alto dell’orgoglio e della dignità ed alla canzone, suonata come se la band avesse il pilota automatico, segue La compagnia dei minatori, canto popolare di inizio Novecento dove il desiderio di sentirsi vivi da parte di questi uomini, costretti al buio, alle fatiche ed alle malattie, è evidente e prorompe in tutta la sua possanza.

Luoghi, cose, tempi, persone…come quel Cimino raccontato nella ballata che porta il suo nome, La ballata del Cimino, appunto, in versione country con la foto del medesimo che campeggia sullo schermo sul palco con gli strumenti perfettamente amalgamati a richiamare l’attenzione su una storia così inverosimile da poter parere come vera. Favola o realtà? Non ci è possibile saperlo, ma la canzone è così incredibilmente tonica e surreale che non ci importa della realtà ed optiamo per la fantasia…

Ed un personaggio della fantasia (anzi, in questo caso diremmo proprio di no….) potrebbe essere racchiuso in Ninna nanna del contrabbandiere, cantata con voce profonda ed accompagnata a quella di Leslie Abbadini. Personaggio mitico, personaggi veri, segno di un tempo che è passato, che ha lasciato il segno nella memoria di coloro che hanno abitato sul confine oppure che del confine, e del suo passaggio abusivo ne hanno fatto un lavoro, una fonte di vita (nella foto, presa di sfroos dalla rete, un'immagine di alcuni contrabbandieri...) . La notte il suo luogo di paura, la notte il suo ambito di conforto, la notte come metafora di tutto ciò che esiste anche se non si vede, la notte come spazio di perdono e redenzione. C’è spazio anche per un sipario dedicato ad un’improbabile lettura di pensierini di bambini eseguita dal fido Vito Trombetta e dalla “schermaglia” poetica intessuta con la brava Rosanna Pirovano con la quale si assiste ad una sorta di battaglia su una differente visione dell’importanza del tempo.

Arriva anche il momento di un altro straordinario episodio che rende la poetica di DVDS davvero “centrale” nel panorama musicale milanese: quella 40 pass che sarebbe davvero piaciuta a Jannacci il cui testo sarebbe apparso naturale nelle sue mani. Intenso, sofferto, interiorizzato, questo testo è uno sguardo su Milano, su un periodo storico, sulla vita. Un grande brano che vede ai cori, seri e concentrati, Gnola, Billa e Legramandi. Non poteva mancare la "sanremese" Yanez (qui una foto dell'esibizione con Irene Fornaciari), anche se questo racconto della serata milanese al Teatro nazionale non è cronologico, bensì uno sguardo su brandelli di tempo osservati da una platea contenta e soddisfatta di sentirsi circondata da protagonisti di un mondo unico, onirico, fantastico, irriducibile. Un tempo vero e falso al contempo, con l’incertezza del vivere, giorno dopo giorno, nell’agone della vita ma, insieme, con la volontà di non perdere i propri sogni anche quando questi si tramutano in malinconiche nostalgie.

E poi, e poi…Nona Lucia ed Adriana, cantate a gran ritmo, per ricordare che l’ascolto di una canzone può essere partecipato dal pubblico anche attraverso il pathos del sentirsi dentro il brano tanto da trasformarli in chiave rock. Finale con la riproposizione del video iniziale e le note de Il Viaggiatore e, subito dopo, bis, con una “finta” apertura de Il Pescatore che Anga interpreta al meglio al violino che prelude, invece, ad una sorta di versione in salsa folk rock de La balera che libera tutti. Dai cattivi pensieri della giornata, dalle brutte notizie della politica, dalla guerra in Siria, dai drammi del lavoro, delle morti “femminili”, dai bilanci famigliari sempre in bilico, dalla cattiva musica…

Un bel sospiro, il concerto è finito. Possiamo uscire dalla macchina della fascinazione e cercare di portare qualche buon ricordo della serata nei giorni a venire, qualche immagine piena di speranza del video, qualche brandello di nota e di testo che vorremmo ci accompagnasse più spesso nelle nostre giornate. Ma in fondo, non sono solo canzonette…? No, per chi non l’avesse ancora capito queste non sono canzonette ma storie fatte di sorriso e pianto, pioggia e sole, speranze ed illusioni.

 

Foto di Davide tratte dalla pagina ufficiale di Facebook

 

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In dettaglio

  • Data: 2013-05-07
  • Luogo: Teatro Nazionale
  • Artista: Davide Van De Sfroos

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