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Teatro Dal Verme

Franco Battiato

Gli applausi si stanno esaurendo. Il pubblico ha riempito completamente il Teatro Dal Verme di Milano dimostrando affetto ed entusiasmo nei confronti dell’ormai maturo artista siciliano che ha deliziato con un’ora e mezzo di musica che mai è apparsa così lenta ed intensa. L’ultima uscita dei bis è un saluto a braccia alzate verso il pubblico, eterogeneo in età e genere, a dimostrazione della sua capacità di attrarre uomini e donne di varie generazioni. Un saluto breve e sobrio, un saluto di evidente soddisfazione per come si è svolto il concerto e per l’empatia concessa e ricevuta. Per Franco Battiato il necessario riposo, per la gente il ritorno verso casa con la consapevolezza di avere assistito ad un concerto intenso, come sempre avviene quando sul palco la “celebrazione” artistica è presieduta dal “noto” musicista di Riposto/Jonia.
Un artista che ha sempre spiazzato il pubblico e che, forse, solo ora, inizia a trovare la sua pace artistica. Ma forse non è neanche così, perché il concerto a cui abbiamo assistito è stato profondo e pieno di luce, intenso e pieno di umanità, spirituale e intriso di carnalità. Un concerto che, come sempre, non si ferma alle apparenze ma chiede agli spettatori la piena partecipazione, il doveroso silenzio per poter entrare appieno nelle atmosfere create dalle note e dalle liriche sparse sul palco, lanciate in platea, diffuse nell’animo dei presenti. I quali, da evidenti competenti del repertorio di Battiato, non si sono fatti prendere alla sprovvista e sono entrati a pieno titolo all’interno della tensione artistica creata dal palco e diffusa negli ampi spazi del teatro. Adesso è il momento di separarsi, ciascuno per la sua strada, ciascuno con i propri pensieri, ciascuno a gestire le rispettive ansie e felicità, desideri e delusioni. Dal palco sono stati inviati importanti stimoli per una riflessione interiore, oltre che di ludico piacere. Dalla platea si sono create canali di affetto nei confronti di chi, da sempre, è visto come un riferimento artistico e di profondità spirituale. I due mondi si sono incontrati ed ora sono nuovamente separati ma…rewind

Quando Lorenzo Palmeri e Davide Ferrario iniziano a suonare (e poi sarà il solo Palmeri a cantare) tre brani del repertorio dell’autore milanese, si entra già nell’atmosfera avvolgente che caratterizza tante serate dal vivo di Battiato. Musica morbida ed ipnotica che si snoda avvolgente intorno alle liriche cantate da Palmeri, noto designer di fama internazionale che non disdegna, con ottimi risultati, incursioni nel mondo musicale. Bella performance che viene confermata dagli applausi copiosi e sinceri da parte del pubblico.

E dopo i tre brani arriva il momento atteso. Anticipato sul palco da Carlo Guaitoli al pianoforte (qui nella foto), Angelo Privitera alle tastiere ed effetti, Davide Ferrario alla chitarra elettrica ed acustica, il Nuovo Quartetto Italiano agli archi (Pino “Pinaxa” Pischetola, suo fido fonico da tempo immemore è già al suo posto di combattimento nell’area mixer…) Franco Battiato entra in scena accompagnato da un fragoroso boato di approvazione ed affetto. Come sempre il suo proporsi oscilla tra il serio e lo scherzoso. Serio quando canta ed interpreta le liriche in maniera profonda e professionale; scherzoso quando interagisce con il pubblico con battute e piccoli aneddoti. Una maniera, questa, anche per rompere la tensione che inesorabilmente alcuni dei brani proposti hanno saputo generare in sala. Brani come L’ombra della luce, Le sacre sinfonie del tempo, Lode all’inviolato rappresentano una miniera di emozioni, un conglomerato di spiritualità, un’immersione al di là del sé presente  alla ricerca di quello immateriale che, comunque, che ci appartiene nel profondo. Le sonorità sono avvolgenti, quasi una sorta di madre cosmica dell’armonia che “culla” gli ascoltatori che si sentono come protetti da questi suoni morbidi e tesi al contempo, dalle liriche apparentemente rasserenanti ma, ad un ascolto profondo ed interiore, rappresentano autentici punti di domanda sul senso della vita, sui punti di riferimento delle nostre priorità esistenziali.

E come esiste l’amore Divino, la ricerca della propria interiorità così giungono a commuoverci due canzoni come Te lo leggo negli occhi e La canzone dei vecchi amanti. Questi brani, scritti da Sergio Bardotti e Sergio Endrigo la prima e da Jaques Brel, nella versione originale francese, la seconda,  strappano davvero il cuore non solo per la bellezza dei testi ma, soprattutto, per i suoni che Battiato ha utilizzato per rivestire il senso più vero ed emotivo delle liriche. Due gioielli che hanno lasciato senza parole il pubblico che, pure, queste canzoni le conosce molto bene. Così dopo lo Spirito arriva l’amore e le canzoni che vengono proposte sono autentiche perle del canzoniere di Battiato.
La cura, cantata in maniera soffusa sulle note del pianoforte di Guaitoli, con perdita di memoria delle parole della prima strofa e necessità di ritornare a leggere il gobbo elettronico. Ma questa defaillance anziché indispettire il pubblico lo rende ancora più partecipe di quanto avviene sul palco e la risposta ad una imperfezione scenica diventa il pretesto per un fragoroso applauso. La cura è un capolavoro assoluto che il pubblico ascolta in religioso silenzio e con la mente alla propria amata/o che ha fatto parte della propria vita, che ne fa parte…che ne farà parte.  Fornicazione ed Un irresistibile richiamo fanno parte, con sfumature differenti, del trittico dell’amore dello Spirito e della Carne, per affermare che la dimensione dell’uomo è totale o non è. Due intense interpretazioni che rifulgono nel buio della sala a dimostrazione delle capacità eclettiche di questo grande artista, capace di parlare d’amore in differenti maniere, così come avviene anche con una canzone come L’animale, che è accompagnata dal delicato, quasi soffuso, cantilenare del pubblico intorno al ritornello. E si potrebbe appaiare a questa canzone, come in uno specchio, la bella versione di Stati di gioia, un brano colmo di nostalgia per gli anni d’inizio carriera, gli anni del confine tra una stagione di giovinezza disimpegnata e quella in cui si prendono le decisioni che impegneranno tutta la vita. Una nuova meraviglia accolta dal pubblico con un bell’applauso ed ascoltata con attenzione e desiderio di entrare nelle liriche per poterle farle proprie. Niente è come appare e Prospettiva Nevsky possono sembrare agli antipodi in termini di coerenza artistica, ma le atmosfere rarefatte e le nostalgie nascoste (o evidenti) in entrambi i brani le rendono quasi faccia della stessa medaglia. Anche in questo caso ci si immerge nella musica e nelle parole in maniera totale e totalizzante finendone imprigionati, ammaliati, quasi ipnotizzati, legati a filo doppio ai propri ricordi, alle proprie aspettative ad una dimensione qui ed ora ma anche là e domani…E nel gioco della dualità rientrano anche due brani come No space No time e Gli uccelli, pregni di differenti atmosfere ma entrambi rivolti alla necessità di staccarsi da terra in maniera fisica e/o spirituale per spiccare il volo verso i territori inesplorati del sé più intimo.
Quest’ultimo brano, profondamente ispirato ad una poesia della scrittrice Fleur Jaeggy (qui nella foto), ha avuto l’occasione di essere ascoltata dal vivo proprio dall’autrice svizzera presente in sala per la presentazione del suo ultimo lavoro editoriale dal titolo ‘Sono il fratello di XX’. Nel caos del racconto del concerto siamo arrivati alla fine, con un Battiato che saluta visibilmente soddisfatto per la sua performance e per quella del suo ensemble, che ha lavorato con classe e non comune professionalità. Ma in quel sorriso s’intravedeva anche un sincero compiacimento per gli applausi ricevuti, un linguaggio, un codice non scritto, che il pubblico sa trasformare in energia e far arrivare sul palco per esprimere all’artista la sua soddisfazione. Arriva così il momento del bis, che si dipana con tre grandi e cosmiche canzoni d’amore.

La isolana Stranizza d’ammuri, cantata in siciliano quasi per rendere ancora più veritiero il senso del testo; I treni di Tozeur (in alto una foto di Battiato con Alice, presa dal repertorio EMI del 1984, periodo in cui la splendida voce dell’artista forlivese interpretò il brano) dove per la seconda volta, nel corso del concerto, Battiato ha reso evidente la sua “umanità” dimenticandosi per un istante di seguire la linea melodica del brano e poi riprendendo il filo della canzone con classe, liberandone tutto il suo bellissimo fluire del testo e della melodia. Terzo brano è La stagione dell’amore, canzone senza tempo (scritto nel 1983, messa in apertura di quel magnifico album che è Orizzonti perduti) qui voluta come sigillo finale (?) ad un concerto emotivo, giocato sul filo della memoria e del mistero della vita. È finita davvero e qualcuno del pubblico inizia a prendere la via di casa. Ma la maggioranza non ha intenzione di lasciare la sala ed inizia a rumoreggiare così forte che il maestro ritorna sul palco per l’ultimo gioiello della sera: Voglio vederti danzare. È l’apoteosi che libera il corpo dei presenti e si dipana con il suo moto ondeggiante. Una canzone geniale, nei suoni e nelle liriche, un’esaltazione del ballo, della danza, del corpo e dell’estasi. Una canzone quasi sciamanica che rende consapevoli di quanto Battiato sia stato capace di concepire brani che sanno essere piacevoli ed orecchiabili ed, al contempo, ammantati di mistero.
Ora il concerto è finito davvero. Si accendono le luci in sala e ciascuno è già preso dalle sue incombenze. Molti guardano il cellulare, altri si apprestano all’uscita…chissà che cosa rimarrà in loro di questa serata realmente intrisa di poesia, riflessioni, nostalgia, senso di profondità…difficile rispondere per gli altri. Esco dalla sala con molti pensieri ed un verso che non mi abbandonerà per qualche ora…”…un suono di campane/lontano/irresistibile/il richiamo che inviata alla preghiera del tramonto…”


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In dettaglio

  • Data: 2015-06-23
  • Luogo: Teatro Dal Verme
  • Artista: Franco Battiato

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