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Auditorium Parco della Musica, Roma

Niccolò Fabi

“La musica esprime ciò che è impossibile da dire e su cui è impossibile tacere” (Victor Hugo)

Il piede sinistro freme, striscia, si piega dolcemente verso l’esterno, quasi a formare un triangolo. Le gambe si accartocciano fin dentro la chitarra. La tracolla è sbassata, il manico scivola sull’addome e nasconde il palpito emotivo che esplode sul collo e sulla gola, gonfi a ogni acuto, lividi a ogni applauso. È una somma di piccole cose, la somma dei grani del rosario musicale che Niccolò Fabi indossa nella cornice sontuosa della sala Santa Cecilia di Roma.



Il concerto di Niccolò Fabi è come le sue canzoni. “È una questione di stile”, è il trionfo del dettaglio: la danza dolce dei piedi, il suono delle dita che scorrono sulle corde ora pizzicate ora stritolate, il respiro profondo al piano prima del Negozio di antiquariato, lo spasmo dopo, le battute sull’età. E poi la band nuova di zecca, che impacchetta col velluto gli ultimi brani assieme a quelli un po’ impolverati, riverniciando perle come Ostinatamente e Offeso. Da par suo, Fabi è in una forma mai vista prima, affrancato dalla dimensione affettiva e raccolta della sala piena, protetto dallo schermo personale che le sue nuove canzoni creano tra ecologia sociale – quella di Ha perso la città e Filosofia agricola – e carezze al cuore.



Il concerto di Niccolò Fabi è come un verso di Una mano sugli occhi: “tu insegni il silenzio in tutte le lingue del mondo, io scrivo d'amore e poi mi nascondo”.  Per scrivere d’amore ci vuole anche timidezza, ci vuole delicatezza, quella con cui il cantautore romano apre la serata, accompagnando il pubblico al posto con le prime sei tracce del nuovo disco. Tutte d’un fiato, senza dire una parola (che sarebbe poi superflua). Uno scandaglio psico-fisico potentissimo, una riflessione calda a sangue freddo, chiusa in una stanza di campagna e risputata in platea da un gioco di luci mirabolante, che lo ingoia e lo trasforma in una sagoma nera, una macchia d’inchiostro su una tenda di colore chiaro. Di quelle che rubano l’occhio e ti costringono a fissarle finché non svaniscono nelle pieghe di un drappeggio, nelle giravolte di un arpeggio.



Il concerto di Niccolò Fabi è come Lasciarsi un giorno a Roma. È una hit che fa male, una ballata d’amore cieco e perduto che fa mirabilmente esaltare le coppie in sala, mentre qualcun altro pensa proprio “qual è il grado di dolore che riesci a sopportare?”. È una conferma di quanto l’essenzialità sia necessaria in un mondo poco avvezzo ad ascoltare.



Il concerto di Niccolò Fabi è come – o ci si avvicina parecchio – il 22 maggio 2015 all’Arena di Verona. Era un’altra vita, era il trio con Gazzè e Silvestri (celebrato con Giovanni sulla terra), ma è la stessa ovazione dopo Solo un uomo e Costruire. Stavolta suona a casa sua, lo sa, lo riconosce e lo capisce. E il pubblico pure, e applaude a ogni ponte, si commuove a ogni pausa. Le moine e le mosse buffe al microfono tradiscono un’emozione stra-ordinaria e una voglia smisurata di suonare, e di far ascoltare, i suoi brani più introspettivi (la scaletta è ad hoc). Non è un’esibizione, non è semplice e perfetta esecuzione ma è confessione, è una ricongiunzione con la propria intimità e con il proprio intimismo. È un lirismo che arriva soave sugli occhi, accarezza le orecchie e punta i polpastrelli contro lo stomaco. È canzone d’autore nel suo massimo splendore, nella maturità artistica di un uomo sensibile, di una penna formidabile, di un autore raro.

Il concerto di Niccolò Fabi è allora la summa della poetica sprigionata dal suo ultimo disco: bisogna fermarsi. E ascoltare.

(Foto di Valeria Bissacco)

 

 

 

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In dettaglio

  • Data: 2016-05-22
  • Luogo: Auditorium Parco della Musica, Roma
  • Artista: Niccolò Fabi

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