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Auditorium Parco della Musica, Roma

Cristiano De André

Alla fine Saturno non ha divorato i figli. Anzi, li protegge e li abbraccia mentre custodiscono la sua divina eredità. E l'immagine di Violetta Carpino che accompagna Cristiano De André mentre porta su un vassoio di perla nera le opere del padre Fabrizio somiglia parecchio a quell'abbraccio. Nessuna testa in bocca, nessun macabro rituale, nessun "parlar male ad alta voce". Con buona pace dei profeti e di Francisco Goya.

 

La suggestione sfata il mito nella cavea di Roma. Un grande abbraccio su tela scura chiude virtualmente la culla in cui padre e figlio celebrano, il primo con la sindone eterea che si cela nel volto un po' imbolsito del secondo, un saturnale mai orgiastico ma familiare. Da De André a De André è soprattutto una questione di colori. C'è il colore dell'ugola, grave e malinconica seppur bagnata da liquidi di varia gradazione. Ci sono i colori aggiunti ai brani di Faber, che sono come un album di quelli da riempire: il figlio si diverte e con la sua band pennella in maniera deliziosa La collina, Crêuza de mä, 'Â duménega, Il pescatore, mentre forse usa toni troppo sgargianti in Fiume Sand Creek e Quello che non ho. Dalla prima cancella l'aura d'avventura oltreoceano, dalla seconda il blues anni Settanta, per spruzzarle di tinte troppo fornaciariane (lo aiuta la mano del tastierista Max Marcolini, scudiero di Zucchero). C'è il colore diverso dato alle parole, quelle che Fabrizio scandiva maniacalmente, e che Cristiano (qui a fianco nella foto di Alessandra Fina) a volte dimentica, a volta biascica tra le note, a volte abbozza sul microfono. C'è il nero, elegante, del violino appeso vicino all'asta su cui Cristiano appoggia il viso per narrare qualche aneddoto sul padre, che è sempre padre e mai papà. Negli aneddoti prendono vita Pasolini, dedicatario di Una storia sbagliata, e De Gregori, che a detta di Cristiano ha condito di ermetismo la scrittura del padre. Con quel violino in braccio C. – per riprendere il titolo dell'autobiografia edita lo scorso aprile – impressiona, la suggestione si fa catarsi e imbriglia le vene di chi forse a inizio concerto aspettava la pioggia – qualche goccia scende timida alle prime note della serata, ma poi si dilegua – "per non piangere da solo". Cristiano ci prende gusto, raccoglie un girasole, ringrazia, ossequia, torna al piano, poi al violino, poi alla chitarra, in un turbinio di classici della libertà e del sentimento come La canzone dell'amore perduto e Amico fragile. Pazienza per quelle sbavature, che condiscono un memoriale sempre più corposo quanto difficile da portare avanti per l'ingombro che le prime pagine costituiscono per il custode. Alla fine Saturno, che temeva di essere oscurato dai figli, può solo ringraziare. E i figli ringraziano il padre, che non li ha divorati, ma gli ha permesso di diventare artisti. Con buona pace dei profeti, e di Goya.

 

 

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In dettaglio

  • Data: 2016-07-24
  • Luogo: Auditorium Parco della Musica, Roma
  • Artista: Cristiano De André

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