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Auditorium Parco della Musica, Roma

Stazioni Lunari 2016

Stazioni Lunari: un viaggio in musica

Fila C posto 15, fila F posto 23. Non molto distanti l'una dall'altro, due collaboratori dell'Isola si sono inoltrati nelle Stazioni Lunari, viaggio musicale ideato da Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco che ha fatto tappa all'Auditorium Parco della Musica di Roma.

 


Che bella che è Ginevra Di Marco, scalza, gonna rossa, e capelli raccolti, al centro dello spettacolo cucitole addosso da Francesco Magnelli, e al centro del palco dell'Auditorium Parco della Musica. Stazioni Lunari (titolo a festeggiamento dei dieci anni dall'uscita dell'omonimo disco del 2006) mette a calpestare lo stesso palcoscenico una parte del meglio della nostra musica: Brunori sas, Carmen Consoli, Max Gazzè, e il rock dei Maroccolo-Zamboni-Canali (oltre allo stesso Magnelli).

È la padrona di casa ad aprire il sipario con Canzone arrabbiata, Les tziganes (Leo Ferré) e la splendida Malarazza. Riempie l'aria intorno, è potente e intensa come poche donne del nostro canto sanno essere, espressiva, teatrale, fiera e popolare, Ginevra dà la linea allo spettacolo e accoglie gli altri nelle sue stanze. Intorno giocano le quattro stazioni, entrano, intervengono, aggiungono fiato e atmosfere differenti creando qualcosa che assomiglia molto ad acqua che scorre. Senza intralci, ostacoli, arresti. Sulla sinistra c'è Dario Brunori, barba lunga e camicia, poetico cantastorie con chitarra e leggìo. Come stai, Guardia 82, Arrivederci tristezza, Rosa, e Io sto bene (di G.L.Ferretti), applausi forti ad ogni brano e la signora che mi è seduta accanto mi batte sulla spalle «signorina, non è che sa questo ragazzo come si chiama? È proprio bravo». Sorrido, e le rispondo.

Poco dietro di lui c'è l'altra perla della serata, che con Fiori d'arancio, L'eccezione, L'abitudine di tornare e un folto numero di innamorate emulatrici tra il pubblico rapisce lo sguardo e il respiro ad ogni vocalizzo. La Cantantessa è sempre perfetta, e sempre incanta, anche senza la sua abituale chitarra a farle da scudo. Quando partono le note di Amandoti, splendida nella voce della Consoli, alla signora di cui sopra (sempre quella che mi è seduta accanto e che ignora chi sia Brunori) scappa a mezza bocca un «questa è bellissima, è della Nannini». Il mio cuore ha un sussulto, uno schizzo di sangue arriva secco al cervello e per un secondo sono molto tentata di voltarmi e raccontarle tutto Epica Etica Etnica Pathos, poi è solo grazie alla meraviglia dell'interpretazione di Carmen che torno ad ascoltare e decido di desistere.

Proseguendo il percorso circolare verso destra c'è Maroccolo seduto con il suo basso, Zamboni e la sua chitarra, Magnelli e Giorgio Canali (azzardo, non me ne vogliate, un «uno degli dei del rock nostrano») che sono la struttura portante del live, la base del movimento di tutti gli altri. All'angolo opposto il giocoliere, per finta cialtroneria e uso delle parole, Max Gazzè che si diverte e tira in aria Cara Valentina, Sotto casa, Mentre dormi, La vita com'è e M'importa na sega (Csi, Tabula rasa elettrificata).

Quando artisti così decidono, con una sapiente produzione, di mescolare voci e scrittura, per chi ascolta è solo un grande regalo. Da accogliere ad orecchie aperte. E poi vedere Canali fare i cori alle canzoni di Gazzè mi ha fatto quasi dimenticare per un istante la mia vicina di posto, e la sua totale ignoranza musicale. Così bello che quasi la perdono.
(Giulia Zichella)

 

Fluidità, giustezza, meraviglia. È la declinazione trina di Stazioni Lunari, che nel cartellone di Luglio suona bene forse si perdeva tra nomi altisonanti del panorama internazionale. E invece, nascosti dietro l'espressione ideata da Magnelli, stanno artisti di caratura eccelsa, che regalano una serata da incorniciare per gli amanti della musica nostrana. La posizione nel mezzo del parterre è defilata, ma i vicini di posto sono molto meno digiuni – e fastidiosi, o quanto meno ascoltano in silenzio chi non conoscono – di quelli descritti in precedenza. La posizione è defilata, ma si riescono a cogliere i dettagli di uno spettacolo – non si tratta di un semplice concerto, ma di qualcosa che, come vuole l'etimologia, attrae lo sguardo e non solo le orecchie – sviluppatosi nell'arco di dieci anni e giunto a manifestazione maxima con Brunori, Carmen Consoli, il trittico Maroccolo-Zamboni-Canali e Max Gazzè. La fluidità è quella che solletica le papille gustative mentre anime e stili così diversi gocciolano sul palco senza sbavare. Le scanzonate e disilluse storie di Dario Brunori, i languidi paesaggi disegnati dalla voce di Carmen Consoli, i giochi di parole e la (finta) leggerezza di Gazzè. La chitarra del cantautore calabrese ben si sposa con quel pizzico di improvvisazione che anima il collega romano, per l'occasione comodo su uno sgabello a imbracciare il suo basso. Le voci della Cantantessa e di Ginevra Di Marco si intersecano con naturalezza, come naturali sono i siparietti tra Gazzè e Magnelli, che impastano le due diverse veracità per gli unici intermezzi non musicali della serata, mentre gli ex CSI irruvidiscono la patina sonora portando un po' di sano punk – e qualche nuvola di fumo – in Cavea.

La giustezza sta nella commistione dei singoli. Nessuno si pesta i piedi, l'individuo punta all'esclusiva valorizzazione del collettivo. Una sorta di stato di natura, un ritorno simbolico a un'età dell'oro che la società d'oggi ha forse dimenticato e sepolto. Stazioni Lunari è un motto dumasiano, è un sodalizio umano prima che artistico, che si riflette nell'eleganza dei bis e nell'abbraccio sentito e prolungato che chiude il live.  

La sintesi, semplicemente, è nella meraviglia che la musica crea, sempre.
(Daniele Sidonio)

Foto di Musacchio&Ianniello

 

 

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In dettaglio

  • Data: 2016-07-12
  • Luogo: Auditorium Parco della Musica, Roma
  • Artista: Stazioni Lunari 2016

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