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Sala Sinopoli, Auditorium Parco della Musica

Premio De André

Il primo dicembre in Sala Sinopoli all’Auditorium Parco della Musica si sono svolte le finali del Premio De André XV edizione, patrocinato dalla Fondazione Fabrizio De André Onlus, in collaborazione con ICompany, con la direzione artistica di Luisa Melis e Massimo Cotto, presidente di giuria Dori Ghezzi. La serata, presentata ottimamente da Carlo Massarini (come sarebbe potuto essere altrimenti), ha visto alternarsi i 12 finalisti e avere sul palco per un breve set live il vincitore del “Premio per la reinterpretazione dell’opera di Fabrizio”, Clementino, e i vincitori del “Premio De André alla carriera”, i Negrita.

Fino a qui le notizie di cronaca, dovuta. Alle quali manca il nome del vincitore: i Tamuna con il brano Accussì (nella foto qui a fianco). Ecco, c’è tutto. Ora passiamo a parlare di musica.

Sinceramente è apparsa a chi scrive un po’ debole musicalmente la serata, poche le cose che davvero hanno catturato l’attenzione, e quasi assenti quelle che hanno fatto sobbalzare dalla sedia. Ampia sicuramente la varietà proposta, dal brit rock, al teatro-canzone, al folk siciliano, tutto ben suonato e in larga parte ben interpretato dai finalisti. Ma la novità? O qualcuno che, nei testi, abbia davvero qualcosa da raccontare? I Pupi di Surfaro, Rosso Petrolio (nella foto a sinistra) e i Profugy, questi i nomi che nella serata salgono per me idealmente almeno di un paio di gradini rispetto agli altri. Partendo dagl’ultimi, portano il brano Nun dà retta, una ballata in dialetto napoletano, romantica e malinconica, con un ottimo ritornello. I primi, con Li me paroli, un brano a metà tra un folk elettronico e un rap, che mescola italiano a dialetto siciliano, sicuramente portano il testo migliore tra i dodici proposti. E il terzo, Antonio Rossi, in arte Rosso Petrolio con Riflessioni sullo schermo di un computer, brano che a livello di struttura e composizione è uno dei migliori che mi è capitato di ascoltare in questo 2016, e lui certamente qualcuno da tenere d’occhio, in attesa del suo primo EP in uscita a metà gennaio. Non è affatto opera facile, ne sono consapevole, ma i Premi musicali dovrebbero avere il compito (nonché l’onore) di attirare a sé, per poi selezionare, il meglio dell’arte musicale contemporanea (emergente). Credo, o meglio mi auguro, se lo pongano come obiettivo primario quello di far arrivare in finale, su un palco importante come quello dell’Auditorium, il meglio delle cose ascoltate nei mesi di selezione. Purtroppo a mio parere nella finale di questa edizione l’obiettivo si è solo parzialmente realizzato.

(Giulia Zichella)


In una finale fortemente connotata dal punto di vista dialettale la spunta il rock di legno palermitano dei Tamuna, che in Accussì si avvalgono di una struttura sonora più piena e composta – un rimando a etnie lontane – rispetto agli altri concorrenti. Oltre al gruppo vincitore della sezione Canzone, due gli episodi felici della serata. Emanuele Ammendola (nella foto a destra) porta, con la sua Saglie, una ventata di jazz raffinato in mezzo a esibizioni che strizzano per lo più l’occhio al rock. Buon ritmo e una confezione resa più accattivante dal contrabbasso elettrico a cui si appoggia per raccontare la migrazione con un accento partenopeo dentro le righe, ben mescolata alla musica. Antonio Rossi, in arte Rosso Petrolio, ha un quid brondiano nei testi, nell’immaginario e nel gioco metrico. Un quid che abbina a una vena sentimentale tutta romana e a una personalità in grassetto. Ha graffio, ha stile, ha idee: se ne sentirà parlare. Apprezzabile e d’impatto il set acustico dei Negrita, casinista e poco poetico quello rap-dance di Clementino, la cui reinterpretazione di Don Raffaè – premiata da Dori Ghezzi – non aveva convinto chi scrive a Sanremo, e ha semmai peggiorato l’idea nella resa dal vivo. A margine di una serata che ha visto alternarsi creazioni interessanti con idee da rivedere, la nota lieta è la vittoria di Teo Manzo – il suo disco Le piromani è una piccola perla – nella categoria poesia con Il parere degli zitti. L’impressione generale è che, a parte qualche eccezione, la componente strumentale e compositiva delle band – perché di band si è trattato principalmente, il che mette in evidenza tale questione – fosse poco matura, poco curata rispetto alla parte testuale. Il Premio De André cerca di differenziare la creatività dalla serialità produttiva. Per farlo si aggrappa a due concetti chiave, visibilità e originalità: probabilmente ha vissuto serate migliori, ma ha un intento nobile, che va preservato per principio.

(Daniele Sidonio)

 

 

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In dettaglio

  • Data: 2016-12-01
  • Luogo: Sala Sinopoli, Auditorium Parco della Musica
  • Artista: Premio De André

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