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Teatro Morlacchi, Perugia

Decibel

Come l’Amarone, certe cose vengono fuori alla distanza: è questo il caso dei Decibel, prima seminale formazione di Enrico Ruggeri che tra ’78 e ’80 dette alla luce due album di grande urgenza espressiva tra punk (più atteggiato che altro, in verità) e new wave, trovando il tempo di aggiungere almeno un paio di tacche nel calcio del fucile della canzone italiana.  Ritrovatisi dopo la bellezza di 36 anni (e a 40 dalla fondazione), i tre hanno da poco dato alle stampe un disco di razza come Noblesse oblige (recentemente recensito dall’Isola, clicca qui) seguito da un tour che è cominciato il 17 marzo nei pressi di Cremona e che ha avuto la sua terza tappa a Perugia, il 25 marzo.

Il colpo d’occhio lascia un po’ perplessi: Teatro Morlacchi che fatica a riempirsi, rimanendo per circa un terzo vuoto: forse la scelta del tour teatrale è stata azzardata e un ritorno nei club (dove i Decibel hanno perlopiù calcato i palchi nella loro prima vita) sarebbe stato più congruo, o forse la scelta (eticamente giustissima) di non sparare sui manifesti il nome di Ruggeri può aver inciso negativamente. A scanso di equivoci, diciamo subito che abbiamo assistito a un grande concerto che ha ondeggiato tra rock muscoloso e reminiscenze di kabarett weimariano e di opera buffa, il che era esattamente la formula che distinse i Decibel nel panorama italiano coevo.

I tre odierni titolari della ditta (Enrico Ruggeri, che canta e in qualche occasione abbraccia la chitarra elettrica; Fulvio Muzio, chitarra e tastiera; Silvio Capeccia, tastiere vintage, cori e occasionalmente voce solista) sono in gran forma: un fisico asciutto che si fa beffe della sessantina e una gran voglia di riprendere il discorso da dove si era interrotto. Ad affiancarli c’è la sezione ritmica di grande peso e precisione che ha collaborato al recente album (Massimiliano Agati alla batteria, Lorenzo Poli al basso e contrabbasso elettrico), ulteriormente impolpata dalla chitarra di Paolo Zanetti che affianca alla pari, dividendosi parti ritmiche e soliste, quella di Fulvio Muzio.

Il live scorre via che è una meraviglia, con Ruggeri (l’unico che parla) che tra un pezzo e l’altro racconta e introduce le canzoni sul filo della nostalgia, sentimento preannunciato dallo sfondo che riproduce la cover del nuovo album (i tre guardano alla nostra sinistra, cioè, simbolicamente, al passato), e reso ancora più acceso dalla presenza di ben tre cover che sono anche altrettanti tributi a David Bowie e Lou Reed, due eroi della loro giovinezza. Si comincia infatti con il giro di basso iconico di Walk on the wild side (il cui autore verrà poi nuovamente omaggiato nella seconda parte con Sweet Jane) e si capisce subito che, direbbe Stefano Benni, siamo di fronte a musica per vecchi animali. Animali felici, però.

La scaletta si muove alternando pezzi dei due storici album (Punk, ’78, e Vivo da re, ’80) alle ultime cose, e il tutto sta meravigliosamente in piedi, senza particolari attriti, anche per la scelta di incidere il nuovo lavoro privilegiando strumenti e sonorità dell’epoca. Tra le canzoni più significative del vecchio repertorio, di cui alla fine chi scrive lamenterà solo la mancanza de Il mio show, nella prima parte c’è spazio per le schitarrate di Superstar (che, come Ruggeri ricorda, ebbe la (s)ventura di profetizzare l’assassinio di John Lennon due anni prima), per una tesissima Il lavaggio del cervello, per un’acclamata e pulsante Indigestione disko (singolo del ‘79) fino a A disagio, cantata da Silvio Capeccia, che con il suo carillon malato chiude la prima parte dello show, nella quale non hanno certo sfigurato pezzi nuovi come Gli anni del silenzio, di taglio tipicamente ruggeriano, la sarcastica Triste storia di un cantante, con i tre Decibel soli sul palco, o una La bella e la bestia che scivola  in un assolo di chitarre in sincrono come da vocabolario hard rock.

Il sipario si riapre con Tanti auguri, tocca il Bowie di The man who sold the world, poi pezzi come Noblesse oblige, che poteva davvero provenire dai loro storici solchi, e una Teenager che un (fintamente) imbarazzato Ruggeri presenta mettendo avanti le mani, nel timore di incorrere, ora, in qualche fattispecie di reato. Il finale è da ovazioni con una Pernod (per buona parte cantata dal pubblico del fans club che nel frattempo si è accalcato sotto il palco, deciso a infrangere le buone maniere da teatro storico all’italiana) che chiude la scaletta regolare. Poi spazio ai bis di rito che non potevano non prevedere le storiche Vivo da re e Contessa (le due tacche di cui sopra), uniche riletture presenti nel nuovo lavoro, e My my generation il singolo chiamato a fare da battistrada, un pezzo che dal vivo suona tamarro come da studio, ma a quanto pare, signori, il gioco funziona: il pubblico lo intona come i classici che furono, e tutto finisce in gloria.

Saranno pure vecchi animali, questi Decibel, epperò sanno ancora godersela, la musica, suonandola con sudore, senza fronzoli, senza basi, né trucchi. Averceli.

Andrea Caponeri

SCALETTA CONCERTO

Primo atto

Walk in the wild side (cover Lou Reed)
Gli anni del silenzio
Superstar
Triste storia di un cantante
Il jackpot
Il primo livello
Il lavaggio del cervello
La Bella e la Bestia
Fashion
Indigestione disko
A Disagio

Secondo atto
Tanti auguri
Crudele poesia
The man who sold the world (cover David Bowie)
Noblesse oblige
Teenager
L’ultima donna
Sweet Jane (cover Lou Reed)
Decibel   
Universi paralleli
Pernod

Bis
Vivo da re
Contessa
My my Generation

 

 

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In dettaglio

  • Data: 2017-03-25
  • Luogo: Teatro Morlacchi, Perugia
  • Artista: Decibel

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