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Spazio Teatro 89, Milano

Calonego-Giorgio Cordini

Orde di dita sparse s’inseguono serrate, energiche, vigorose, un muro di suono che lascia però spazio anche ad armonie di note più felpate, cariche di piccoli tocchi, di strusci, di armonici amplificati con movimenti decisi sul manico della sei corde. È il regno di Baktrapàck dove tutto ha inizio e continua …  continua a Spazio Teatro 89, dove Sergio Arturo Calonego incontra Giorgio Cordini che a metà concerto incontra(no) Teo Manzo ospite della serata. I tre non c’entrerebbero niente se si ascolta con l’orecchio purista avvezzo all’auto-ghettizzazione, c’entrano molto se si ha l’umiltà di accostarsi con l’orecchio un po’ guitto e dannatamente voglioso di cose nuove a cui va data la possibilità di accadere.

Si parte, con 'Calonego-Cordini Duo' che aprono il concerto in perfetto orario (non smetteremo mai di sottolineare l’effetto ben predisponente di un inizio puntuale – pratica ahinoi spesso disattesa). I due si erano conosciuti, musicalmente parlando, solo marginalmente qualche mese fa, ma è questa la prima vera occasione per approfondire meglio il feeling che li ha stregati fin da subito. A Gli alberi di Montesole, brano di Cordini, tocca il battesimo che segna anche l’inizio del concerto. “Noi siamo là … pietre nel vento … rami e silenzio”, melodie partigiane in cui voce e chitarre ben interpretano il sentimento di rassegnato dolore che guida l’intero lavoro da cui è tratto il brano. Poi Dissonata di Calonego, dove il bouzouki “Cordiniano” introduce ed esalta armonie di veli alzati tra le porte aperte sul deserto all’imbrunire. È l’effetto DADGAD, l’accordatura dalle sonorità arabeggianti prediletta da Calonego.

Dopo i primi due brani insieme, Sergio Arturo prosegue solo. In Seluna si dispiega la forza del musicista, italo-belga-bergamasco (ma ormai da anni residente nel comasco). È il brano della consapevolezza banalmente raggiunta. “Un bassotto schiaffeggia la tavola con la coda, … la cassa risuona, e in un attimo capire in maniera profonda che non ci sono solo le corde a creare vibrazioni, ma la chitarra suona tutta!?” racconta Calonego “e allora ho cominciato a toccarla, percuoterla dappertutto, a coglierne le varie sfumature sonore”.

E tutto questo si trasforma poi in un’intesa perfetta tra l’uomo e il legno. Buffetti, schiocchi, schiaffi e sfiori, gesti che diventano armonia, una musica si può anche ascoltare con gli occhi. Non solo, in Dolcezza la DADGAD si può persino gustare. Ci senti il “pomodoro … anche un po’ di Fellini e Sordi”, continua l’artista, che nel brano successivo ha voluto mettere molto del suo/nostro paese su atmosfere che affondano le radici in altri mondi musicali. Una sfida anche verso chi ascolta e non solo con se stesso. Poi è la volta di Dadigadì, pezzo multietnico in cui armonie di varie culture si fondono partendo da Barcellona fino a Damasco, passando per Dublino. La musica, a differenza della società, mette sempre insieme, unisce. Ed è così che un medley sfrontato irrompe d’impeto sul palco. Ci puoi sentire Summertime, Crossroad, fino a Smoke on the water, “…è perchè i concerti di chitarra sono pallosi … allora ad un certo punto la uso facendola diventare quasi un gioco, per me e per chi ascolta” continua Calonego, per poi proseguire con le armonie zigane di Duende (bellissimo l’intro giocato tutto sulla parte alta del manico, con un suono che ricorda le tabla indiane). Altro cambio di atmosfera e Sergio ci porta nelle magiche terre celtiche con Donegal, per chiudere con Ninna Nanna, brano fusion non nel senso tradizionale del termine ma, come spiega l’autore stesso, nel senso che “…ci senti Conte e Waits fusi insieme”.

Siamo a metà concerto e Calonego chiama sul palco Teo Manzo. Insieme dispiegano Polvere e Sole, brano di forte impatto dove Teo può dimostrare tutto il suo stile di cantautore raffinato e capace di evocare immagini con pennellate di parole. Sulla scia di un applauso lungo e sincero, Cordini raggiunge i due sul palco per regalare un straordinaria versione di Ho visto Nina volare e di Sidùn, con la voce di Teo Manzo a rendere giustizia di due brani poco “coverizzati” del grande Faber, in cui persino l’accento delle “u” genovesi risulta essere curato all’ultima frequenza. Teo tornerà, poi alla fine, per proporre una fedele quanto sentita interpretazione di Cruêza de mä.

Sul palco ora rimane solo Giorgio Cordini, a continuare il concerto con brani suoi e qualche omaggio ai padri nobili della canzone d’autore. Partono così gli accordi de Il Battello del lago d’Iseo, brano che apre anche il suo nuovo lavoro Piccole storie, uscito l’anno scorso, il cui testo porta riflessione e commozione, sentimenti innescati dalle storie minori della seconda guerra mondiale, quelle perse dalla memoria, ma non per questo meno drammatiche (ottimo il testo di Luisa Moleri – anche - compagna di vita di Giorgio). Con Mio fratello che guardi il mondo omaggia Fossati, per ribadire storie di ultimi e di emarginazione, a cui fa seguire la sua Occhi Nocciola, delicata riflessione sulle miserie e sulle speranze dei migranti e di come certe tematiche partono da lontano ma sono drammaticamente attuali ancora oggi. Ad alleggerire un po’ il tutto mette in scaletta il suo brano strumentale Respiro di Pace, per avviarsi poi al finale del suo set con Disarmati e da un bellissimo arrangiamento strumentale di Bella ciao. L’ultimo pezzo per Giorgio non poteva che essere un garbato omaggio a De André, artista con cui ha condiviso i palchi nei suoi ultimi quindici anni, e per farlo sceglie l’unico brano che Fabrizio non suonava mai con la chitarra (*), come racconta in un aneddoto. È la chiusa perfetta, ma ecco che tutti risalgano sul palco e fanno partire l’eterna e bellissima Cruêza de mä.


Nella cronaca del concerto ci stavamo dimenticando di Carmelo Colajanni, talentuoso clarinettista e polistrumentista, bravo a marcare con rara finezza la mediterraneità dei suoni sparsi ovunque nella serata.
Si accendono le luci dello SpazioTeatro 89, ma il pubblico reclama nuovi bis e allora Calonego torna sul palco insieme a Cordini, per una Crossroad in formato jam improvisation… “che quasi mi libero del peso della serata” … e si capisce che il blues ha fatto parte della vita di entrambi. Orde di dita sparse s’inseguono… speriamo continuino.

(*) la canzone che Fabrizio De André non suonava mai nei concerti limitandosi solo a cantarla è Il Pescatore

Foto di Giuseppe Verrini
 

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In dettaglio

  • Data: 2017-04-20
  • Luogo: Spazio Teatro 89, Milano
  • Artista: Calonego-Giorgio Cordini