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Auditorium Parco della Musica, Roma

Vinicio Capossela

Vinicio Capossela è un goloso, come chi scrive ebbe già a definirlo altrove, molti anni fa; una caratteristica quasi infantile nella sua purezza che il tempo non ha mai scalfito. Instancabile, cerca nuovi stupori di cui nutrirsi e poi sempre, con il baule colmo, torna a stupire a sua volta il pubblico amatissimo, lo invita alla sua tavola generosa e all’apertura di un nuovo scrigno delle meraviglie. Sempre seguendo la sua vocazione teatrale, la sua tendenza ad una sorta di “Opera d’arte totale” di wagneriana memoria.

E c’è un ingrediente speciale, crediamo, che fa di Vinicio Capossela un artista capace di far innamorare di sé tante persone. Un ingrediente che talvolta manca proprio ai poeti: “Ogni volta che parlano è una truffa”, cantava Francesco De Gregori. Ecco: la sincerità è il suo inestimabile valore aggiunto. Lui non imbroglia mai: egli stesso è sinceramente innamorato delle storie che racconta. I personaggi che incontra, i suoni di cui si invaghisce, ogni atmosfera che lo appassiona, ogni nuovo ritmo da cui si lascia trascinare, diventano i tasti del suo personalissimo pianoforte.

L’ultima tavola imbandita da Capossela si chiama Canzoni della Cùpa, che è il suo ultimo, doppio album. È stato un lunghissimo banchetto, cominciato nel giugno dello scorso anno all’Auditorium di Roma con una prima parte dal sottotitolo “Polvere” (cioè il primo dei due Cd) e terminata nello stesso luogo il 10 aprile scorso alla fine del racconto dal sottotitolo “Ombra” (il secondo disco). «Due elementi un po’ fastidiosi, ché la polvere sporca e l'ombra spaventa; ma lo spavento è educativo, sano. Non il dominio della paura, come avviene al giorno d'oggi, ma la consapevolezza che all’ombra corrisponde la luce. Come al nero il bianco, che insieme non fanno mai grigio». Stavolta il viaggio di Vinicio Capossela è quello della sua vita, ma pure della vita dei suoi genitori, dei suoi antenati e della loro terra, l’Irpinia. Una dimensione di profondità assoluta, viaggio intimo e personale che diventa viaggio antropologico alla scoperta e alla comprensione delle radici prima solo proprie, poi universali, dell’umanità tutta. “Comprensione” si fa per dire, poi, perché il mistero è fitto, e si nutre di suggestioni infinite, indefinite e forse incomprensibili per sempre. Materia poetica per eccellenza.

Ed è così che questo concerto chiude un cerchio.

Su di un palco fatto di ombre di rami, foresta intricata come nella favola della Bella addormentata, terrore di ogni uomo seppur valoroso, s’ode uno galoppo, un raglio d’asino, rumori sinistri, animaleschi... Capossela si insinua dapprima nell’Ombra, inanellando una dopo l’altra canzoni che spesso contengono in sé la semplicità di andatura popolare di una filastrocca e insieme una sofisticata complessità melodica e armonica. Così è Le creature della Cùpa, cui seguono altri suoni intricati, personaggi da fiaba, animali fantastici, rituali contadini e scaramantici: Il Pumminale, Maddalena la Castellana, La notte di San Giovanni, L’Angelo della luce, La bestia nel grano, gettando il pubblico nell’indistinto mondo di un inconscio collettivo – per usare le parole dello stesso artista - fatto di paure ancestrali e di antichi esorcismi.

Poi, mentre sul palco le luci colorate trasformano la scena, nuove ombre e nuovi travestimenti, altre creature e altri personaggi arrivano da una mitologia già sondata altrove, in altri album: ecco ad esempio il Minotauro che al tempo di Ovunque Proteggi, passando per la leggenda di Menelao, divenne padrone del campo in Brucia Troia; ed ecco soprattutto il mondo omerico di Marinai, Profeti e Balene con Vinocolo - sulla scena con un divertentissimo e un po’ inquietante occhione di ciclope al grido di “Attenti al cannibale!” - l’Indovino di Dimmi Tiresia, e certo non potevano mancare Le sirene.

Improvvisamente, poi, Capossela torna in sé. A un sentire quotidiano che nulla ha a che fare con l’indistinto e l’immaginario, ma che riporta al vivere umano più concreto: Parla piano, dolorosa e intima, cantata così, Da Solo, sprofondato nel pianoforte. Ed eccolo poi a parlare con se stesso: “di essere puro, di essere sincero, solo ritornare ad essere normale”, riflette in Fatalità ora così come fece una volta, tanti anni fa, nel rifugio della sua Camera a Sud.

Il cerchio è chiuso. Per un momento.

Ma ecco, torna ancora indietro nel tempo, e lascia che riaffiori il ricordo di un’antica storia d’amore, Modì, che rivive qui in una strepitosa interpretazione in cui il ritmo di valzer è enfatizzato e drammatizzato in un crescendo che corre vorticoso verso un finale struggente. Torna il suo Corvo ferito e impunito, con un piglio forse un po’ esasperato che toglie un pizzico dell’ironia originaria, ma che funziona perfettamente con il pubblico in sala, entusiasta. E torna indietro ancora fino a toccare uno dei suoi primi capolavori, Scivola vai via, colto però non direttamente dal suo primo disco in cui nacque, bensì già passato attraverso la successiva esperienza del Rebetiko: ugualmente disperato, un diverso modo di affrontare il dolore.

È il momento di riattraversare il cerchio: arriva il Marajà di Canzoni a manovella, che manda il pubblico in visibilio. E dopo un divertente e affascinante dialogo con l’ombra di se stesso proiettata, gigante, di fronte a sé, narra ancora storie di ombra, il filo conduttore di tutto il concerto. Poi torna nella Cùpa e nella Polvere con Sonetti, accompagnato da cori del pubblico e battimani che neanche al Concerto di Capodanno. Non per nulla, arrivano ora canzoni che hanno come precursore il grande veglione da Ciccillo: è qui la festa, e il pubblico sa di esserne il protagonista. Si scatena con la malizia di Pettarossa, e balla stretto stretto a Lo sposalizio di Maloservizio, che ha il medesimo finale di coriandoli sui festanti di Ciccillo, anche se stavolta si tratta di un matrimonio. Già, il matrimonio: uno dei passaggi della vita più scandagliati negli ultimi anni dal cantautore, affascinato dalla contraddittorietà dei sentimenti che quell’esperienza riesce a suscitare. Chi ha avuto occasione di respirare l’aria dello “Sponz Fest” ne riconosce subito le immagini sul palco e quello stesso spirito di gioia e di dolore insieme. Dopo la festa Il lutto della sposa, così drammaticamente “stonata”, breve, annichilita, in quell’ormai disarmato “Tu te ne vai, sorella mia, tu te ne vai…” è stato, per chi scrive, uno dei momenti più intensi dell’intero concerto.

Ma poi arriva atteso e leggero Il Treno con il suo country, ultimo canto dell’Ombra prima che arrivino i tremori de Il ballo di San Vito: questa canzone, che pure appartiene a un tempo ormai lontano della sua carriera, riassume meglio di tante altre la profonda coerenza della ricerca artistica di Capossela. L’esplosione ardente del sacro e del profano, le passioni carnali e le suggestioni religiose, che nelle feste popolari del Sud ballano assieme al ritmo convulso della tarantella, ben rappresentano i luoghi d’elezione della poetica caposseliana. Questa sera, le luci e la fascinazione scenica la fanno da protagonisti, mentre la melodia si annulla e diviene una sola nota, tutto si fa puro ritmo incalzante, aprendosi poi a un finale lungo e impetuoso che si conclude, fatalmente, con la catartica standing ovation della sala.

Ma c’è ancora spazio per un bis di straordinaria intensità: da una malinconica Dov’è che siam rimasti a terra Nutless, passa alla dolcezza e alla purezza infantile de Il Paradiso dei Calzini, fino all’avvolgente, sinuosa, romantica meraviglia di Con una Rosa. Infine si allontana, Vinicio Capossela, con l’incedere elegante e pacato della splendida Camminante, ritmo paziente che segna il passo di chi, tornato da un lungo viaggio in cui ne ha viste e passate tante, non ha più fretta. E, forse, ha meno paura dell’Ombra.

Foto da pagina ufficiale Facebook Auditorium Parco della Musica
(https://www.facebook.com/AuditoriumParcodellaMusica/?fref=ts)

 

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In dettaglio

  • Data: 2017-04-10
  • Luogo: Auditorium Parco della Musica, Roma
  • Artista: Vinicio Capossela

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