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Teatro Vascello, Roma

Ivan Talarico

Stia attenta con le storie inventate. Rivelano cosa cè sotto. Tal quale come i sogni (Raymond Queneau, I fiori blu)

Il mio occhio destro ha un aspetto sinistro

È tutto un ri-velare cosa c’è sotto. È tutto come un sogno, in cui le immagini però sono molto meno sfocate di quanto si possa immaginare. È tutto un costruire mondi altri, e contemporaneamente disgregarli mettendone in contatto le parti più estreme. Il mio occhio destro ha un aspetto sinistro, spettacolo con cui Ivan Talarico apre al Teatro Vascello la rassegna Filetti di sgombro, è tutto un cortocircuito, un camminare sul parapetto del fraintendimento, lasciandosi cadere volentieri.

L'artista nato su qualche ramo del lago di Como alterna canzoni e poesie davanti a una platea stracolma. Partiamo proprio da questo aspetto, affatto secondario nelle performance di Talarico: il rapporto col pubblico. Nella sua esibizione non c'è distacco, ma il contrario; il cantautore abbatte la quarta parete e si pone allo stesso livello di chi ascolta, giudicato e giudicabile. Una confidenza che necessariamente dà delle licenze al pubblico, come i ghigni sui problemi all'impianto audio del teatro (attribuiti erroneamente al fonico). Licenze che, da vero maestro di palco, Talarico ribalta a suo favore, aumentando la forza della sua prosodìa. C'è un crocevia poco illuminato, davanti al quale bisogna prendere il sentiero giusto per entrare nell'immaginario di Ivan Talarico: il crocevia tra il comico e l'ironico. Il comico ha un solo rischio, quello di chiudere la sua parabola in poche battute. L'ironico, invece, si autoalimenta, ma rischia di allontanare il pubblico. Per pubblico qui si intende quello medio (se non mediocre), che non conosce quello che sta vedendo, non ne è incuriosito e spesso vuole fare pure poca fatica per comprenderlo. Talarico cammina sul filo di quello scarto, coinvolgendo gli spettatori e chiamandone uno sul palco, testimone delle incertezze di tutti gli altri.

È lì che si smaschera il riso amaro di chi si accorge che le parole, come la vita, lo hanno giocato. Talarico lo fa in grande stile, perché ha un'esperienza decennale a teatro, e perché si è posto in basso sin dall'inizio. In una posizione di forza, paradossalmente. Con le sue canzoni onomatopeiche, i suoi giochi fonetici, allitteranti, sinestetici, riesce a creare una tensione uditiva ed emotiva da cui è difficile distogliere l'attenzione, anche se l'impianto non è impeccabile ma anzi, pecca parecchio, e penalizza un poco le enormi potenzialità del concerto assieme a qualche sequenza troppo serrata. In alcuni momenti forse basterebbe il rimpiattino tra chitarra e basso (suonato con eleganza da Paolo Mazziotti), soprattutto nei casi in cui emerge la cifra delle canzoni di Talarico, quella teatrale, fatta di recitativi, strofe ‘esaustive’ e ripetizioni ossessive. Sarebbe interessante ascoltarlo supportato da una band in carne e ossa, che potrebbe esaltarne i tempi scenici.

Talarico imbastisce un vero e proprio scandaglio del sentimento amoroso. Già nel primo blocco di canzoni questa linea poetica si manifesta nei suoi esempi più fulgidi. Dal pre-amore di Senza assenso alla sua fine, o alla sua assenza, che culmina nella poesia Giochetti stupidi (Non spiegatemi le poesie che devono restare piegate, Gorilla Sapiens 2016). De Gregori in Cardiologia cantava che «dell'amore non si butta niente». È esattamente quello che fa Talarico, raccontandone soprattutto gli effetti sull'animo umano. La forza narrativa delle sue canzoni si poggia sui giochi linguistici e retorici, che di quegli effetti mettono in scena il risvolto più bizzarro: così sul palco compaiono l'Odissea, l'attesa di Penelope in compagnia dei Proci e Parapolimeni della Batracomiomachia di Leopardi, Jannacci e Battisti, sgombri, elefanti, persino Carlo Conti, sotto mentite (anzi false) spoglie. Tutto è accostato con originalità e scaltrezza, senza mai cadere in banalità e anzi, affastellando spruzzi d'ironia sempre più caustici. L'apice si raggiunge due volte; nella seconda metà dello spettacolo, quando Talarico, solo al piano, intona L'elefante. Un sillogismo amaro, una parabola poco lieta, che dell'amore racconta la mestizia e l'epilogo infelice. Anche qui gli accostamenti (l'amore, un elefante, il catarro, la bugia) fanno della bizzarrìa una logica sottile. L'altro momento topico sta nell'ultimo bis, nell'ultima canzone, quella che dà il titolo allo spettacolo: Il mio occhio destro ha un aspetto sinistro parla del bipolarismo in 'versi', è la sintesi ‘labiale’ dell'incomunicabilità con se stessi, prima che con gli altri.

Nelle canzoni di Ivan Talarico la soluzione al dramma umano è immaginaria, patafisica, fantastica. È tutto uno «scrostare i grandi sentimenti della loro stupidità», per dirla ancora con Queneau. È tutto un razionale decervellamento, che ribalta il luogo (e il senso) comune, e lo rende più credibile.

Foto di Francesco Talarico

 

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In dettaglio

  • Data: 2018-01-21
  • Luogo: Teatro Vascello, Roma
  • Artista: Ivan Talarico

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