ultime notizie

Undicesima edizione del Premio Valentina Giovagnini

Pozzo della Chiana, Arezzo 14-15 Settembre 2019 Premio Valentina Giovagnini 2019  Per quanto ci si impegni a scrivere qualcosa a proposito del Premio Valentina Giovagnini, va subito detto che è un ...

Anfiteatro di Alba Fucens

Vinicio Capossela

Nelle alture che sovrastano la Tiburtina, dove di notte si vedono lucciole, stelle cadenti e caprioli, fra la terra degli Equi e quella dei Marsi, sorge Alba Fucens. La città romana che prende il nome dal lago vicino, il Fucino, è protetta da un anfiteatro a metà tra un grande circo in pietra e una sala ombrosa ai piedi del cielo. Alzando la testa si può vedere chiaramente Giove, che del cielo è la divinità principale. Varcando i cancelli di Alba Fucens si finisce all’alba del mondo. È lì che, ospitato dalla terza edizione della rassegna Festiv’Alba, Vinicio Capossela mette in scena l’ennesimo atto che testimonia quanto non sia importante la storia che si racconta, ma il perché lo si fa.

Capossela agisce da scenografo e cuce il suo spettacolo sul luogo che lo ospita. L’Anfiteatro di Alba Fucens è il posto giusto per mescolare i brani metamorfici dell’ultimo disco Ballate per uomini e bestie al filomythos di Marinai, profeti e balene, inframezzandoli con l’Epitaffio di Sicilo, primo reperto della musica occidentale (cantato da Giovannangelo De Gennaro). Perché, come diceva Derrida, se dovessimo stare di fronte all’animale, e questo dovesse rispondere, succederebbe proprio questo: torneremmo all’alba del mondo, alle origini del pensiero. 

Che poi mito non vuol dire altro che racconto: un racconto di secondo grado, che allude a qualcosa di antico e oscuro, vicino alla favola, che ha lasciato un’ombra lunghissima sulla storia. Dopo aver sfogliato il suo bestiario allegorico, da Uro al lupo mannaro di Petronio, Capossela celebra Ulisse, Demòdoco e Tiresia, campioni di retorica che trasformano il tempo del canto in spazio. Il tema è chiaro e in poco meno di tre ore non ci si muove mai da lì: il rapporto tra l’uomo e il sacro, inteso come ritualità, come trasposizione dell’animale. Ecco il filo doppio che lega Il testamento del porco (autobiografica) agli ultimi versi di Aedo o a Dimmi Tiresia: pathos mathos rappresenta l’edificio della tragedia, “soffrilo e poi impara”; «la conoscenza è distanza che separa», dice Tiresia a Ulisse, e raccontare ricuce proprio quella separazione. La tragȏdia, poi, è il canto del capro, la forma che accompagnava le feste durante le quali il capro, devastatore di viti, veniva sacrificato a Dioniso. L’arena del Fucino diventa il gancio per ordire i riti bacchici del Ballo di San Vito e Brucia Troia, e far nascere un nuovo genere musicale: il rock mitologico. Merito di una band semi-nuova, capace di mescolare senza scompiglio i suoni ancestrali del liuto al basso elettrico e alle catene da galera, le melodie frigie al punk medievale, le sequenze alle arie.

Con l’epifania della fisarmonica, poi, l’arena si trasforma in aia: dai Sonetti calitrani a Ultimo amore, tutto acquista un suono agricolo e terreno. I bis vengono avviati da Con una rosa in versione barocca, col violino a dominare la melodia e una parrucca bianca addosso al cantante. La chiusa, intensissima, ospita Il mio amico ingrato, classico che Capossela dedica alla memoria di Francesco Durante, traduttore di John Fante scomparso da qualche giorno.

Perché l’arte vince rispetto alla vita? Perché crea uno scarto e permette di guardarla da lontano. L’arte è il nostro narratore onnisciente, cinge la storia come l’Okeanós circondava la terra di cui era figlio. Dalle scritture rupestri in poi, l’arte è una condizione postuma: è un tentativo di superare l’immediatezza e sospendere il tempo, passare dal tempo orizzontale degli accadimenti a quello verticale del mito. La fibbia di questa cinta della storia è il racconto, perché, come scrivevano Iser e Ferroni, crea un rapporto (non importa se mediato o no) con mondi “altri” e con ciò che nel mondo ancora è dato. Un passante della cinta è la canzone d’autore, che parte dal reale e genera nuove immagini. La poetica di Vinicio Capossela è un fulgido esempio di questo entrare in rapporto con mondi “altri”, perché il cantautore pangermanico, da sempre, fa della canzone uno spettacolo.

Sia nei primi dischi-lampo, sia negli ultimi kolossal, Capossela racconta per affascinare e usa la musica come ancella del racconto; usa la canzone come strumento evocativo, che moltiplica le potenzialità emozionali del linguaggio, materia prima di una storia. E-vocare significa chiamare fuori per divinazione, per suggestione della memoria. Dopo aver chiuso i conti arretrati con la vita in Canzoni della Cupa, gli Atti unici di promozione dell’ultimo disco sono l’occasione per far esplodere una volta per tutte il fulcro della sua poetica, privilegiando una forma letteraria a-sintetica e orchestrazioni post medievali: raccontare l’uomo.

Giove, luminosissimo fino a tarda notte, è anche simbolo di buona sorte e prosperità, oltre che di moralità e giustizia. In tempi di pestilenza ed escrescenza etica, da cui Ballate per uomini e bestie cerca riparo, che Giove ci protegga.  

 

 

Foto di Marco Di Gennaro

Musicisti: Alessandro “Asso” Stefana (chitarre), Giovannangelo De Gennaro (flauti e viella), Raffaele Tiseo (violino), Peppe Frana (liuto e laud), Niccolò Fornabaio (batteria e catene da galera), Andrea Lamacchia (contrabbasso e basso elettrico)

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento


In dettaglio

  • Data: 2019-08-06
  • Luogo: Anfiteatro di Alba Fucens
  • Artista: Vinicio Capossela

Altri articoli su Vinicio Capossela

Altri articoli di Daniele Sidonio