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Pescara, Teatro D’Annunzio

Vinicio Capossela

La serata del 30 luglio è calda e umida. Una mezza luna rossa illumina la spiaggia di fronte al Teatro D’Annunzio, casa del Pescara Jazz, scoglio tra la riviera sud e la Pineta Dannunziana. In quella riserva naturale di lì a due giorni si scatenerà un vero inferno in terra, prodotto dalla bestia umana che trascende e che niente ha a che vedere con ciò che stiamo per raccontare.

Siamo tutti stati cacciati dal Paradiso. Siamo tutti fuori dalla grazia. Per ascendere siamo costretti a partire da sotto e risalire un imbuto. Dobbiamo incontrare la bestia, il nostro Minotauro, per affrancarcene e tendere all’Empireo. Dobbiamo lasciare il reale per entrare nel vero, attraversare la storia dell’uomo dalla dannazione alla beatitudine, in cerca di redenzione per un mondo che ha perso l’orientamento e si nutre dei propri istinti. Dobbiamo vivere la Bestiale Comedìa e levarci il morso dal collo, accompagnati dalla poesia e dall’amore.

Vinicio Capossela è un rivendicatore di complessità e nella sua drammaturgia dantesca la canzone diventa arte divinatoria. Per portare al massimo risultato le sue visioni, compie il massimo sforzo e si affida a chi ha avuto la potenza di rendere media la complessità dell’uomo. Se Ballate per uomini e bestie era ispirato, in senso euristico, alle novelle di Boccaccio, stavolta il pangermanico si immerge nello smisurato immaginario delle terzine di Dante, seguendo il messaggio politico, quindi umano, della Commedia. Una nuova e densa variazione di tema in un racconto lungo, avviato con Ovunque proteggi e culminato nel Bestiario d’amore. In mezzo, le malebbestie del carro di Sante Nicola, i mostri biblici e odissiaci di Marinai, profeti e balene, le Creature della Cupa, lo Sponz Fest Salvagg’, lo Sponz Fest Sottaterra, e il carnevale allegorico delle Ballate.

La scenografia è dominata dallo scheletro in legno di una barca, non imponente come le coste di balena che accompagnavano il tour di Marinai, profeti e balene, in scena nello stesso teatro 10 anni fa, ma ugualmente suggestiva. La barca è icona della transumanza dantesca e della burrasca infernale. Capossela è il viator, i musici sono i compagni della rabdomanzia laica messa in scena attraverso la Commedia. Un ensemble collaudato dalla condivisione di biografia e sensi, che amplia le possibilità sonore rispetto all’embrione, concepito per un trio con Raffaele Tiseo e Vincenzo Vasi. Quest’ultimo è l’incarnazione sonica di Beatrice mentre Giovannangelo De Gennaro, il camminante, dà voce e corpo a Virgilio. Amore e poesia bagnate dal folk di Asso Stefana e dai bassi di pozzo di Alberto De Grandis.

L’ouverture in rock mitologico, con chitarra elettrica e cori infernali, apre le strettoie della selva per affrontare la lupa, allegoria della società del capitale e delle sue brame. Con Le loup garou i pronipoti di «John Fante Alighieri» (così aveva scritto in una prefazione a La confraternita dell’uva per Einaudi) possono ululare verso l’ascesa.

L’inferno del capitale è stilizzato e omologato, il suo gelo fa l’uomo deserto. È un inferno «silenzioso», «decoroso», «sterilizzato» e «videosorvegliato», in cui la povertà è uno scandalo che va rimosso alla vista. È l’inferno del Povero Cristo, annientato e cancellato dai Minosse, i «carcerieri diavoli che si abbandonano al male assoluto, la violenza sull’inerme». L’inferno è il carcere che diventa carnaio, dove le vittime sono vittime e i giudicanti diventano carnefici. Il carcere che non redime ma uccide, come a Genova nel 2001, come a Santa Maria Capua Vetere, come nella Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde. La Bestiale Comedìa risputa la filosofia, la denuncia e la cristologia che nutrono la Commedia.

Omnia vincit amor. Per risalire l’imbuto c’è un faro, l’amore che va oltre la morte, quello di Paolo e Francesca e quello di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani, il dannato per eccellenza, Modì. I musici strappano via le lacrime dal pubblico seduto sull’arena di pietra, l’obelisco dannunziano scolpito da Michetti quasi viene giù a sentire.

Capossela percorre il paesaggio impervio e roccioso della Commedia. Con una narrazione dentro e fuori la quarta parete guida il pubblico nella camminata umana verso l’extra corporeo. Attraversa i burroni e l’«idraulica dei fiumi infernali», lo Stige e il Flegetonte, descrive le pareti crollate nel giorno in cui morì Cristo. «Siamo due coste di rupe aspettiamo un terremoto per unirci di nuovo in un solo canto», diceva Psarantonis. Nel caos converso si ritrova la musica universale di Keplero, l’armonia primordiale che solo l’amore può rifondere, come il canto degli aedi rende eterna la materia del cantato e «rinnova la memoria del mondo».  La barca è anche il legno di Ulisse, la cui orazion picciola è una frode troppo grande per Dante, perché «la parola non è mai categoria di Verità». Nella solennità del Nostos si mescolano Ulisse, Mercurio e Primo Levi, per il quale la spinta oltre il limite dell’eroe «è il momento più alto dell’ambizione umana, contrapposto all’inferno in terra del lager». E anche Achab che, come diceva Borges, è un altro naufrago nel non-ritorno. Achab è Achab per sempre, come Ulisse. Entrambi inghiottiti dal mare che fu sovra noi richiuso.

Dopo aver scalato l’imbuto infernale può iniziare la purificazione, che passa per la cantica degli amici e dei maestri. L’incontro fra Dante, Casella e Catone (canto II) e quello con Bonagiunta (canto XXIV) sono ganci per inserti biografici. Amor che nella mente mi ragiona, canto di gioventù con cui Casella conforta Dante, si specchia in Resta con me, la prima canzone del primo disco. Il pezzo edificante chiesto da Catone per abbandonare pigrizia e languore porta a When the ship comes in, La nave sta arrivando. La nave dei giusti cantata da Dylan, quella di chi è pronto a cambiare il mondo o semplicemente ci pensa. Un brano vicino al salmo In exitu Israel de Aegypto, accennato da Giovannangelo De Gennaro. L’incontro con Bonagiunta separa lo stil novo dallo stil vecchio, quello di Giacomo da Lentini e di Guittone d’Arezzo, «uno più commerciale, da Festivalbar». Per Capossela lo stil novo è stato quello degli Almamegretta e dei La Crus nei primi anni Novanta e lo mescola con lo stil vecchio, quello dei maestri di pensiero, interpretando Il vino di Piero Ciampi nell’arrangiamento originale dei La Crus.

«Per denunciare la sua società Dante ha impiegato cento canti, ma c’è chi ha impiegato tre strofe» è il mirabolante preludio all’omaggio elettro pop a Franco Battiato, La torre. Una canzone di denuncia della società dello spettacolo, quella ipocrita, materialista, arrivista, fondata sulla prestazione: si salverà chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente.

Capossela esce spesso dal dramma e commenta i versi con picchi di ilarità, come nel primo incontro tra Dante e Beatrice. In cima al Purgatorio l’amata rimprovera il poeta che, sentendosi svenire, cerca il conforto di Virgilio «ma quello, sentendo la mala parata, se l’è data». In un lampo tornano al microfono i versi del canto XXXI dell’Inferno. Come La lancia del Pelide, che «sola lenisce le ferite che infligge», così lo sguardo dell’amata da Cavalcanti a Della Casa, passando per Dante: una medesima lingua pria mi morse […] e poi la medicina mi riporse. Dante e Beatrice si guardano dalle sponde del fiume Lete. Il carro di Beatrice è accompagnato da angeli e creature ferali. Tutte tranne il porco che, essendo la più interrata delle bestie e la più vicina all’uomo, non trova posto nell’Empireo. Nell’ascesa non c’è spazio per la carnalità, l’uomo «deve lasciare le spoglie del suo corpo e i suoi vizi, deve scrivere il suo testamento».

L’ascesa è prossima, compare il theremin di Vincenzo Vasi a testimoniarlo. Compare Matelda che conduce Dante, svenuto sotto i rimbrotti dell’amata, attraverso il Lete, «fiume dell’oblio dove si perde l’ego». Capossela ha una visione: l’ultima scena di La dolce vita di Fellini, in cui Marcello è attirato da Paola, allegoria della possibilità di redenzione, ma decide di arrendersi e seguire le amicizie. Interludio allo struggimento di Non c’è disaccordo nel cielo, che apre le porte ai cieli della beatitudine.

L’ascesa è aperta dall’anfiteatro della rosa celeste. È il passo finale del trasumanar, che trasforma il viator in mistico. La rosa è il simbolo della «perfezione della natura, di tutti i suoni degli uomini e anche tabernacolo d’amore». L’ingresso all’Empireo è accompagnato da una versione liturgica di Con una rosa, nell’arrangiamento di Raffaele Tiseo. Il pubblico svuota la tensione emotiva accumulata in uno scroscio di mani, certo ormai della totale cancellazione di tempo e spazio e accecato dall’abisso del dio luce.

L’ascesa, però, si completa nell’eternità, non-luogo siderale rappresentato da La lumaca, che l’eternità se la porta nel guscio. Solo rallentando il tempo, riconoscendoci sempre più piccoli, riusciamo a vedere l’unità dell’universo. L’apice viene raggiunto con i versi finali di Dante, accompagnati dalla lezione di Vittorio Sermonti: «così si chiude il più grande libro scritto da un cristiano». È la cosmogonia della Commedia, che tutto raccoglie e tutto lascia sul piatto come nutrimento spirituale e preghiera laica, come satira e denuncia, come cuoio e miele.

La Bestiale Comedìa è una traslitterazione lessicale e tematica della Commedia. Capossela ne decodifica i temi e costruisce un mondo musical-letterario“altro” in cui viaggiare. Il nodo centrale è l’uomo, intento a sopravvivere tra una realtà misera ed entità più grandi di lui, spesso sconosciute o inspiegabili.

C’è ancora spazio per un’ulteriore altalena. Capossela crea un chiasmo perfetto con il dio che troneggia nell’Empireo urlando la gioia dell’apoteosi del Cristo risorto, L’uomo vivo, e sussurrando la grazia senza tempo e per ogni tempo di Ovunque proteggi. Così il vero si è dilatato a coprire tante vite e tanti mondi, mentre il reale è rimasto lì. Con quella mezza luna rossa a illuminare la spiaggia, quell’umidità che man mano si è diradata, quell’inferno in terra che ancora aveva da venire.

 

Foto di Matteo Sbaraglia

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In dettaglio

  • Data: 2021-07-30
  • Luogo: Pescara, Teatro D’Annunzio
  • Artista: Vinicio Capossela

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