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Auditorium Parco della Musica Roma, Teatro Studio Gianni Borgna

Davide Ambrogio

 

A un anno esatto dall’uscita del suo primo lavoro discografico, Evocazioni e Invocazioni, Davide Ambrogio giunge al pubblico dell’Auditorium romano con un ricco bagaglio di successi e riconoscimenti – dal premio Ethnos Gener/Azioni, a Musica contro le Mafie (con A San Michele), al Premio Loano Giovani con LinguaMadre (Elsa Martin e Duo Botasso), alla partecipazione a prestigiosi festival nazionali e internazionali – che porta in dote al pubblico di questa sera, accompagnato dalle tastiere di Walter Laureti e dalla voce di Valeria Taccone.

Questo vero artista intinge la penna – che porta ben chiaro il suo nome – nell’inchiostro multiforme e cangiante della tradizione orale: senza nulla cedere della sua talentuosa personalità né perdere di vista la cronaca più attuale, egli trasforma il palco, canto dopo canto, nei luoghi della sua terra: ne ricrea le suggestioni, ne rievoca i contesti, ne grida le passioni. E per ogni luogo evocato si rappresenta qui il moto dell’animo da cui scaturisce spontaneo il canto: il lamento, lo scongiuro, l’invettiva, la ninna nanna.

 

Si presenta con poche parole, Davide, e presenta sé stesso assieme alla sua Calabria, in particolare la minuta frazione di Cataforìo e le sue 400 anime. Lui, la terra e le anime che la abitano come un tutt’uno inscindibile che intimamente condivide il linguaggio ancestrale del canto, della musica e della danza. Racconta il suono costante dello scorrere dell’acqua a valle, “il mio primo bordone, lo ascolterei per ore… Ascolterei solo musiche con bordone…”, dichiara. Spiega il suo agire artistico in cui si mescolano le radici della sua nascita, intrise di un passato antico, e tutto quello che da allora ha nutrito i suoi giorni: la natura, i suoni, gli odori, le stagioni, i riti. E più di tutto la voce, la voce umana, che quando si fa canto diventa magia e mistero: poesia, invocazioni, evocazioni. Appunto.

Ed ecco, si comincia. Dapprima si invocano i santi: Sant’Andrea, voce nuda e limpida, scaturita dai ricordi antichi della nonna Francesca, che s’innalza potente dal suolo che gli diede i natali e si lancia verso la vita; Santa Rusulia, litania di leggenda sacra che è insieme rifugio e preghiera intima; San Rocco, protettore da epidemie e catastrofi, dove il canto si fa collettivo, e le voci si accendono e soffiano come il vento di scirocco invocato, per diventare vortice di danza; San Michele che, nell’esasperata contraddizione di un santo protettore della ‘ndrangheta e della polizia, si porta drammaticamente oltre la commistione di sacro e profano ed è lamento di morte di un figlio per il padre assassinato: pura e struggente poesia di parole ora sussurrate ora gridate nell’inesorabile fluire del ritmo.

 

E mentre Davide Ambrogio afferra di volta in volta la chitarra, il tamburo a cornice, la lira e la zumpettana, mescolando voci e suoni acustici con electronics e loop station, imprimendo così all’atmosfera una profondità temporale che sa di magia, arriva, dolcissimo e ipnotico, il canto di culla (Veniti sonnu), che in questo mondo poetico non può mancare, in cui la voce femminile, voce di madre, evoca a sé la Madre di tutti, Maria, e San Giuseppe, il Padre: e la famiglia terrena diviene divina, e il canto diviene casa dello spirito, intimità, protezione nel regno del sonno.

Ci si raccoglie poi in preghiera con Misteru, a interrogarsi, ammirati, sulle meraviglie del Creato, e poi ancora si inveisce compatti contro le ingiustizie sociali (La panza ciangi e lu cani ridi). E poiché è cronaca dei nostri giorni l’isolamento di ogni “diverso”, trova la sua perfetta espressione nella forma del rap il Canto dal Carcere, da cui desidero citare la splendida quartina finale che ci ricorda che, ovunque ci siano degli emarginati, c’è sempre un mondo che divide tra “noi e voi”: “Nui, ca dintra, ni chiamamu li scurdati/vui siti fora, belli comu l’oru/ma quannu senti sta canzuna arricurdati/ca nui cantamu pecchì vui faciti u coru” (“Noi, qui dentro, ci chiamiamo gli scordati/tu sei fuori e giri la testa come loro/ma quando ascolterai questa canzone ricordati/che noi cantiamo solo perché voi fate il coro”).

 

La strada percorsa sin qui trova infine la sua meta con L’Accordo, dove gli strumenti pian piano tacciono fino al ritorno alla voce – sola – che “trema”. Ma il pubblico non ne vuol sapere di lasciare la sala, e così il concerto sfocia in una vera festa di paese, in cui torna l’invocazione a San Rocco con il suo incedere ritmico di corde percosse e battito di mani, e tutta la popolazione si riversa nella piazza a danzare, guidata da un eccezionale maestro quale è Andrea De Siena: uno spettacolo nello spettacolo, a chiusura di un concerto che molto si avvicina a un’esperienza totale, profonda e catartica. Un pregevole esempio di continuità fra tradizione orale e nuova ricerca espressiva da parte di un giovane talento da cui ci aspettiamo grandi cose, e di cui seguiremo con viva curiosità i prossimi passi.

foto di Gianvincenzo Pugliese

 

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In dettaglio

  • Data: 2022-05-30
  • Luogo: Auditorium Parco della Musica Roma, Teatro Studio Gianni Borgna
  • Artista: Davide Ambrogio

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