Stadio Olimpico, Roma

La serata romana di Luciano Ligabue si apre sotto una luna piena
che illumina i sessantamila spettatori dello stadio Olimpico scaldati dalla
passione per la sua musica e la sua poesia, unite da quel filo conduttore che è
la vita vissuta veramente, in tutti i suoi frammenti di quotidianità e nelle
sfumature delle emozioni. «Certe notti somigliano a un vizio che non voglio
smettere, smettere mai»: apre il concerto Certe
Notti, brano storico del suo repertorio che racconta la notte della provincia
padana, riproducibile in tutte le provincie del mondo, compresa quella
dell’anima quando la solitudine sopraggiunge. Non ci sono verità, non ci sono
soluzioni, solo vie di fuga, e la notte di provincia cede il posto alla notte
italiana: Buonanotte all’Italia chiude
infatti l’esibizione e i due estremi della serata raccontano bene chi è, oggi,
Ligabue. Il rocker di Correggio è maturato e con lui la consapevolezza di far
parte di una nazione che, sebbene sia oggi in piena crisi di identità, deve
necessariamente ripartire dalle sue vittorie, dai suoi eroi, e soprattutto dal
suo popolo, al quale conviene tenere sempre tenere a mente gli articoli della
Costituzione (che scorrono sul maxi-schermo durante Non è tempo per noi).
Ligabue esorta il popolo ad
andare a casa a fare l’amore e immaginare un mondo migliore di questo, perché
un mondo migliore è veramente possibile: sottolinea che bisogna sognare con
ancora più forza, tenacia, rabbia, forse perché è l’unica possibilità che
abbiamo per credere che qualcosa possa mutare veramente. 
Il repertorio della serata tocca
alcune dicotomie ricorrenti nella sua poetica: prima tra tutte il rapporto realtà/finzione
che in A che ora è la fine del mondo? denuncia l’intrusione della tv nella
vita reale. Il pezzo risale al 1991, epoca in cui eravamo ancora lontani dai
reality show, ma sembra nel presente quantomai profetico. Altro tema ricorrente
è la vita vissuta e la vita “per sentito dire”, urlata e interpretata a viva
voce dal pubblico nelle canzoni Happy Hour
e Vivo morto o X («Vivere vivere solo
la metà, e la vita che non spendi che interessi avrà?»), con il consueto gioco
di scatole cinesi e l’apparizione sugli schermi di Mario, onnipresente ad ogni
concerto quasi a voler ricordare che Ligabue oggi riempie gli stadi ma la sua
terra e le sue origini se le porta sempre dentro («Gira gira gira gira gira
gira tanto torni qua»).
Piccola stella senza cielo ospita la bravissima acrobata Elena
Burani, che come la protagonista del brano segue dritta per la sua strada pur apparendo
sospesa in aria («perché ti tiene su soltanto un filo, sai..»), mentre Urlando contro il cielo, appuntamento
ormai fisso di ogni fine concerto, conclude ufficialmente la scaletta prima del
triplo bis formato da Tra palco e realtà,
Balliamo sul mondo e la già citata Buonanotte all’Italia. Sulle note di
quest’ultima scorrono sullo schermo le immagini del videoclip e intorno a
Ligabue girano le eliche di alcuni ventilatori illuminati di rosso che tanto ricordano
i mulini a vento: il cuore attento alla tradizione, dunque, ma anche alla
tecnologia. E proteso verso la ricerca di suggestioni fuori dai sensi, dal
tempo, dallo spazio che portino di nuovo un’utopia, un mondo nuovo sempre (e comunque)
possibile.
La scaletta
Certe notti
Il centro del mondo
Quella che non sei
I ragazzi sono in giro
Ho messo via
Tutti vogliono viaggiare in prima
Ho ancora la forza
Questa è la mia vita
Il giorno dei giorni
Il mio pensiero
A che ora è la fine del mondo?
Leggero
Libera nos a Malo
Niente paura
Le donne lo sanno
Vivo morto o X
Non è tempo per noi
Piccola stella senza cielo
Happy hour
Urlando contro il cielo
Tra palco e realtà
Balliamo sul mondo
Buonanotte all’Italia