di: Paolo Talanca

Prosegue senza sosta il progetto Generazione X, la rassegna curata da Maurizio
Viola e arrivata alla sua quarte edizione, che dà visibilità ai cantautori
emergenti e – in definitiva – rappresenta una delle realtà più importanti per
il panorama italiano della musica emergente. Questa volta sul palco del Teatro
Studio dell’Auditorium di Roma si è esibita la cantautrice romana Chiara Morucci, già Premio Bianca
d’Aponte 2006, Premio Bindi 2007 e recentemente Premio Daolio Miglior Voce.
Delicata ma del tutto solenne sul
palco, la Morucci ha presentato un repertorio di canzoni proprie, che si
distinguono per grande varietà stilistica e perfetta padronanza della voce. Accompagnata
da Denis Negroponte alla
fisarmonica, Federico Ferrandina alla chitarra classica, Federico Di Maio alle
percussioni, Paolo Grillo al contrabbasso, la cantautrice ha cantato brani
che trasudano di studi specifici e “sul campo” – l’artista romana, nonostante
la giovanissima età, ha vissuto a Lisbona e New York – e propongono ritmi e
odori che vanno dal fado alla bossa nova, fino alla più classica canzone
d’autore italiana.
Canzoni come Harlem bossa, Bebada, Chuva, Bossaneve, scritti in portoghese o in italiano, trovano la propria
genialità nel fatto di non scopiazzare mai certe sonorità, ma di usare le
fragranze proprie della cultura che sta dietro un ritmo e renderle funzionali
al messaggio da dare.
Con la stessa capacità e
padronanza, poi, la Morucci propone brani che più si rifanno alla tradizione
italiana, con pezzi come Ed io sono una
rosa o Un giorno blu d’amour, in
cui dimostra di possedere doti di scrittrice perfettamente consapevole delle
proprie capacità: sa quando c’è da raccontare, quando fermarsi a guardare, come
usare l’armonia e quando forzare con la melodia.
A impreziosire la serata,
inoltre, la cantautrice ha eseguito cover di canzoni classiche in portoghese
col duo dei Conjunto Romano, Felice Zaccheo e Franco
Pietropaoli, oltre alla chicca assoluta: il capolavoro di Fabrizio De André, Crêuza de mä, per il quale la Morucci ha
prestato la voce a un “parterre de roi” formato da Roberto Gatto, Mauro Di
Domenico e Luigi Cinque.
Proprio la voce di quest’artista
artigianalmente pantagruelica merita un discorso a parte: quando canta in
portoghese, la Morucci lega attentamente le note, come se fosse cosciente che
non è l'aspetto significante la cosa più importante; è come se riuscisse a
mettere un basso continuo con la nota tonica e poi andasse su e giù con la melodia.
In italiano, oltre a tutto questo, l’attenzione è rivolta anche all'aspetto
semantico delle parole ed è storia diversa e altrettanto affascinante.
Il bello è che queste situazioni si capovolgerebbero di certo se, di
fronte, la cantautrice romana avesse un pubblico di lingua portoghese: il
segreto è avere una predisposizione splendidamente fuori dal comune per un atto
performativo come la canzone ed esserne coscienti quando le si scrive.