Teatro Goldoni, Livorno

Pioggia e vento frustano Livorno mentre il Premio Ciampi fa quattordici. Spina
dorsale dell’edizione è la prima serata, che vede succedersi una decina di set
di artisti noti e non, premiati e non. I premi, in effetti, largheggiano. Come
migliori riletture di brani ciampiani c’è ad esempio un ex-æquo tra i
fiorentini Underfloor e i pisani Working Vibes. I primi, in realtà, non
esaltano con Bambino mio, mentre i
secondi, con una Te lo faccio vedere chi sono io virata in reggae, fanno
senz’altro meglio (a iniziare dal brano scelto), anche se, a ruota, è il primo
ospite, John De Leo, a far capire
con quale originalità (globale, peraltro) si possa rileggere roba altrui. Il suo Ciampi è Andare, camminare, lavorare, altra vetta del songbook del
livornese, infilato a sandwich tra due originals,
il tutto servito da una vocalità come sempre “inaudita” (chi vede in De Leo
l’unico plausibile erede di Demetrio Stratos non è troppo lontano dal vero),
nonché da un’inventiva chitarra e da un immaginifico pendant visivo, ottenuto rimestando sabbia posta su un piano
orizzontale, con relativa proiezione su schermo. La cosa più ardita vista/sentita
nelle tre sere.
Il crescendo
monta con l’ospite più atteso del Ciampi 2008: Jack Bruce, leggendario bassista-cantante dei Cream (e poi tanto
altro ancora: si ascolti al riguardo il recente box sestuplo “Can You Follow?”), premio alla carriera. Bruce, sessantacinque
primavere, inanella pure lui tre pezzi – piano e voce – di rara intensità e
pathos. Un’altra ghiottoneria, specie per i ciampiani più inguaribili, è
l’interpretazione da parte di Rossella
Seno (lei pure premiata) dell’inedito E il tempo se ne va, testo di Ciampi adattato da Ezio Alovisi,
il regista di “Adius”, film sul «livornese maledetto» presentato sia all’ultima
Mostra del Cinema di Venezia che al MEI, e musicato da Gianni Marchetti, storico coautore di
Ciampi (il brano figurerà con altre icone ciampiane in un imminente cd in cui la Seno è affiancata dall’Orchestra di
Roma diretta dallo stesso Marchetti).
E’ poi il turno di Nada, premio speciale della giuria, che – rigorosamente su basi –
“imbottisce” a sua volta due suoi brani con Sul
porto di Livorno, dallo storico “Ho scoperto che esisto anch’io” che nel ’73,
non ancora ventenne e reduce dai fasti sanremesi, la ragazza di Gabbro dedicò a
canzoni scritte tutte da Ciampi per l’occasione. Donne sugli scudi (entrambe
romane) anche a seguire: Sara Rados,
premio (e targa SIAE) all’artista inedito, e Gina (Fagiani), il cui “Segreto” è risultato il miglior disco d’esordio
di quest’anno secondo la giuria del Premio. Vaghe e fragranti velature country
per la prima, laddove la seconda, più voce pura, sfoggia una bella verve
jazzistica nel brano che intitola il disco, rivelando altrove inflessioni
addirittura à la Piaf. Chiusura
in gloria con Daniele Silvestri: set
più ampio, diviso fra piano e chitarra (bel trio di supporto), brioso, spesso
arguto, suggellato dal trittico La
paranza-Il flamenco della doccia-Cohiba. Una bella fetta di pubblico si
attarda ben oltre l’una di notte.
Sabato la rassegna si sposta dal Teatro
Goldoni alla più raccolta Goldonetta per l’anteprima (in realtà un assaggio in
forma di récital teatral-musicale) della pièce
Piero Ciampi, altre storie e altre confusioni (titolo provvisorio), in programma per la primavera
2009. L’attuale versione fa leva su una voce recitante, due strumentisti e due
cantanti (fra cui Luca Faggella, altro livornese, che a Ciampi – oltre
che a Brel – dedica da sempre attenzioni speciali). Difficile una valutazione,
vista la prudenza dello stesso autore, Francesco Niccolini, a ritenere la cosa
indicativa del prodotto finale (che avrà interpreti e sviluppo propriamente
teatrali). C’è molto Ciampi, è ovvio, in canzone e vissuto, un po’ di Pasolini
e altro ancora: è già una garanzia.

Ritorno al Goldoni
e chiusura col botto, domenica, grazie al “Soloshow” di Vinicio Capossela, ulteriore
conferma di come da “Canzoni a manovella”
(2000) in poi tenda sempre più ad ampliarsi la forbice tra produzione discografica,
sempre di prim’ordine (dal cialtronesco e geniale “Ovunque proteggi”, il cui
tour aveva comunque un suo pathos e una sua ragion d’essere, testimoniati dal
notevole cd-dvd “Nel niente sotto il sole”, fino al recente, quasi pudico, “Da
solo”), e dimensione live. A un primo tempo centrato sull’ultimo lavoro (di cui
si confermano brani-cardine Il paradiso
dei calzini e, di converso, Dall’altra
parte della sera, sorta di suo contraltare), segue una seconda parte
circense e sbracata in cui il Vinicio si dà una volta di più in pasto senza
remore né senso della misura al suo pubblico, come una belva nell’arena,
indugiando sul registro più grandguignolesco del suo repertorio. Tutti sappiamo
che fine fa la belva nell’arena… Meglio, seppur di poco, il clown. A cui, senza
vacui giri di parole, questo Capossela
(pure lui premiato, e che ricambia con l’atteso Adius) somiglia sempre di più.