Remo Anzovino

Preferito

02/12/2008 - Auditorium Parco della Musica (Teatro Studio), Roma

di: Roberto Paviglianiti



«Mentre suono, sento il respiro di chi mi ascolta scorrere attraverso le dita. È una sensazione indescrivibile». Sono queste le parole, pronunciate con un’emozione palpabile, che Remo Anzovino dedica al pubblico del Teatro Studio dell’Auditorium, dopo il battimano scrosciante che l’ha richiamato sul palco al termine di un concerto intenso, a lunghi tratti esaltante. E pensare che il compositore di Pordenone era stato accolto dal distratto pubblico romano – insieme al fratello chitarrista Marco e il fisarmonicista Gianni Fassetta – con un applauso iniziale freddo e sfilacciato. Ma sono bastati pochi brani per far sì che il trio si mettesse in tasca i consensi degli spettatori, producendo una musica piena di venature malinconiche, fascino, intensità emotiva e assoluto spessore artistico. Remo predilige un pianismo fatto di ritmo compositivo, adora zigzagare tra le melodie e disegnare iperboli che hanno come fine unico l’espressività. Il fratello Marco propone un approccio deciso e uno stile energico, esplosivo, in grado di mettere gli accenti e la punteggiatura esatta a un discorso altrimenti slegato, dispersivo. La fisarmonica di Fassetta dona al trio l’apertura timbrica decisiva verso le radici della musica popolare e del tango, avvolgendo magnificamente l’intero repertorio. I tre si producono, nella parte centrale del concerto, nella sonorizzazione di vecchi spezzoni di film in bianco e nero che attraverso la musica di Anzovino rivivono di una modernità inattesa, quasi sorprendente. Le immagini sullo schermo proiettano l’ascoltatore in un vortice di temi e sentimenti: c’è la tristezza, ma anche l’amore, la frenesia e la contemplazione, l’erotismo e la rivoluzione. Anzovino rompe i tabù servendosi della sua musica, ricurvo sul pianoforte, sfida il caldo in sala sigillato nel giubbotto nero, i suoi occhi sono celati dai grandi occhiali e, mentre spiega l’inatteso interesse verso le sue composizioni, guarda in terra, sfuggente. Fino a quando gli applausi si fanno più consistenti, la band prende coraggio, nel finale cresce vistosamente e dilaga in una furiosa versione di “Tabù”, a suggello di una performance eclatante. Remo Anzovino, classe ’76, stoffa da vendere: futuro a colori.


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