Villa Giusti del Giardino, Verona

Il 28 e 29 marzo a Verona, presso
l’Università degli Studi in Palazzo Giuliari, si sono svolte le celebrazioni della “Giornata
Mondiale della Poesia”, organizzate dalla Accademia Mondiale della Poesia,
dedicate ai Nobel italiani della Letteratura Carducci, Montale, Quasimodo e ai
principali rappresentanti della poesia del Novecento.
Attenzione particolare è stata
riservata al ricordo di Salvatore Quasimodo, il poeta siciliano che ha avuto in sorte, a differenza di altri
nostri letterati di uguale o minor fama, una vita ricca di incomprensioni e
battaglie poetiche, così come ha ricordato il Prof. Gilberto Finzi nel suo intervento “Per Quasimodo,
quarant’anni dopo”.
Nella cornice suggestiva di Villa
Giusti del Giardino, in una sala ampia e finemente decorata, in occasione del quarantennale
della morte del Poeta, è stato proposto l’anteprima mondiale del Quasimodo Concert – Poeticamente Cantare la Poesia dei QProjet con Alberto Fortis
e la voce narrante di Alessandro
Quasimodo. Sul palco anche il compositore Francesco Sicari, l’arrangiatore
Franco Frassinetti, la voce di Rita Melany Freni e i danzatori Tiziana Lambo e
Andrea Verzicco.
Il Quasimodo Concert è un
progetto molto ambizioso nel suo intento didattico, lo è nel desiderio di
educare alla Musica e alla Poesia potendo farle confluire in un tutto unico.
Alessandro Quasimodo ricorda: «Domenico Modugno, anni or sono aveva
già fatto un esperimento analogo, del resto pienamente riuscito, con due
liriche di mio padre: Le morte chitarre e Ora che sale il giorno». Il Quasimodo Concert, come ha avuto
occasione di sottolineare Alberto Fortis durante la sua presentazione, è l’espressione
del lato ludico di una “collaborazione” fra artisti di vissuto e temperamento
diversi che desidera avvicinare, tendendo la mano, il pubblico alla poesia di
Salvatore Quasimodo staccandola da qualsiasi prevedibile connotazione
generazionale.
Alcune liriche di Quasimodo
rivivono proposte in registrazioni della voce dello stesso poeta alternate e
sovrapposte tra loro e con quelle del figlio Alessandro, del soprano Rita
Melany Freni e di Fortis. Due danzatori interpretano la storia «dell’uomo che
qui rimane, odiato, coi suoi versi, uno come tanti, operaio di sogni» (Epitaffio per Bice Donetti), sono «vascello», accolgono e traghettano l’uomo in un viaggio di andata
e ritorno dall’eternità al divenire, come in un antichissimo rito, precursore
dell’orfismo, celebrato a Levadia,
una cittadina a cinquanta chilometri da Delfi, dove si mimava nell’antro di
Trofonio (colui che nutre) la discesa nell’Ade. Colui che doveva essere
iniziato ai misteri veniva condotto vicino a due sorgenti: la sorgente di Oblio
e la sorgente di Memoria. Bevendo della prima dimenticava tutta la vita umana
e, simile a un morto, entrava nel regno della Notte, bevendo nella sorgente di
Memoria doveva ricordare tutto ciò che avrebbe visto e udito nell’altro mondo.
Al ritorno la sua conoscenza non era più limitata al presente, ma era dilatata
al passato e al futuro.
«A mia Madre a mio Padre / così
come mi hanno lasciato/ a questo Tempo che non sa cosa vuole e non so dove
vada, che sembra così se stesso ogni istante/ che non ha paura di buttarsi
via». Così come allora di Alberto Fortis, l’immaginario del
cantautore s’inserisce nel mondo del poeta, alcuni suoi testi come Settembre o Hey Mama sono per tematica e visione una eco della poesia Lettera alla Madre. Tra Fortis e
Quasimodo certo esiste una condivisione di credo di una Vita dopo la Vita immanente la Vita stessa, resa ancora più
esplicita nella lirica Insonnia necropoli
di pantàlica, dove le voci recitanti di Salvatore e Alessandro Quasimodo
s’intersecano con quelle di R.Freni e A.Fortis che liberamente in inglese legge
il testo della poesia in versione rap echeggiando La sedia di lillà.
Se allestita in un teatro la
proposta probabilmente diventerebbe ancora più materica, viscerale e carnale
come vuole essere. Una regia di luci che giochi sugli interpreti, che faccia
essere il colore delle cose nominate e
trasfigurate nella parola della
Poesia, colori le immagini in bianco e nero che scorrono sul fondo delle quinte.
L’immagine, memoria, fonte del Tempo contemporaneo,
repertorio che non ammette al suo cospetto la capacità di immaginare dell’Uomo, anch’essa può trasfigurarsi nell’accompagnare
il racconto; come suggerisce Hanna Arendt, è nell’essenza del pensiero creativo il voler superare i confini.