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Alpe Lusentino, Domodossola - 21 agosto 2021 /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-priority:99; mso-style-qformat:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5 ...

Teatro Donizetti e altri luoghi, Bergamo

Bergamo Jazz 2009


A quarant’anni esatti dall’edizione inaugurale, e sotto le direttive artistiche (per la prima volta) di Paolo Fresu, il Bergamo Jazz Festival 2009 ha proposto quattro giornate di concerti in cui tradizione, futuro e deviazioni verso altri generi si sono mischiati in connubi il più delle volte interessanti e stimolanti. “FREE. La liber-azione della musica!” il titolo della rassegna di quest’anno, a testimoniare la volontà di assegnare al jazz – ma alla musica tutta – un impulso libertario che, parafrasando la ricorrenza resistenziale caduta proprio nei giorni del Festival, appunto resista
a qualsiasi omologazione e conformismo. Tanti gli appuntamenti importanti sia per quanto riguarda gli ospiti italiani (di cui tratterà Alberto Bazzurro nei tre “appunti di viaggio” qui di seguito) che quelli internazionali, a partire dalla performance cristallina, ieratica (e in una parola splendida) di Jan Garbarek & Hilliard Ensemble presso la Basilica di Santa Maria Maggiore, passando per il latin-jazz di Gonzalo Rubalcaba, fino ai due set in chiusura dell’ultima giornata di una Maria João in splendida forma insieme a Mário Laginha (una concentrazione, eccentrica ma feconda, di musica popolare, sperimentazioni vocali e gusto della melodia la loro esibizione) e di un Nils Petter Molvær che, insieme al suo gruppo, sposta la definizione nu-jazz data in cartellone verso i territori dell’ambient e del post-rock.
(Luca Barachetti)


Profeti in patria


Una delle peculiarità della gloriosa rassegna bergamasca è sempre stata la sua internazionalità: qui come in pochi altri luoghi, in Italia, si potevano ascoltare veramente i migliori. E se pensiamo che il festival è nato giusto quarant’anni fa, nel 1969, si capirà cosa intendiamo dire. Fin dalla seconda edizione, tuttavia, anche quelli di casa hanno iniziato ad avere “asilo” a Bergamo Jazz. Correva infatti l’anno 1970 quando un giovanotto un po’ dinoccolato debuttava in seno al quartetto capitanato da Gianni Bergamelli, pianista, poi apprezzato pittore. Quel giovanotto si chiamava Gianluigi Trovesi e da allora, come si dice, ne ha fatta di strada. Al festival orobico è tornato un’infinità di volte; quest’ultima ha presentato de visu il suo apprezzatissimo disco edito per i tipi della Ecm (mica paglia, come direbbe Antonio Silva…) Profumo di violetta (vedi nostra recensione), aprendo le serate al Donizetti. Con lui c’era la magistrale Filarmonica Mousiké (che qualcuno chiama banda… con tutto il rispetto per le succitate) e un paio di solisti, fra i quali si è distinto ancora una volta quel furetto di Marco Remondini, di professione violoncellista. Che però non disdegna sonorità à la Hendrix nell’intrufolarsi tra le pieghe dei gloriosi brani d’opera riletti nel progetto. E qualcuno, magari, ancora se ne scandalizza (anno di grazia 2009…).
I bergamaschi, del resto, a Bergamo non mancano mai, e anche questanno (ma sì, tutto attaccato, come direbbe Totò; non facciamo vedere che siamo provinciali) non potevano certo limitarsi al solo Trovesi III (dopo uno zio fisarmonicista e un padre batterista) da Nembro. E così, da Gorle, ecco Tino Tracanna (foto), qualche ora prima (programma fittissimo, quest’anno, stavolta staccato), alla testa del suo quartetto nel suggestivo spazio della ex-Chiesa della Maddalena. Musica solida, a tratti più descrittiva, altrove più robusta. Bene così.
E c’erano infine, il pomeriggio seguente, Guido Bombardieri, altro strumentista ad ancia, e Stefano Bertoli (già percussionista, la sera prima, di Trovesi) in trio col pianista Fabio Piazzalunga, a rileggere, loro, niente meno che La Bohème pucciniana. Concerto, peraltro, nelle cui pieghe il vostro recensore non è riuscito a penetrare. Per il semplice motivo che la succitata Chiesa della Maddalena era piena zeppa, e l’ingresso, di conseguenza, sbarrato. Serrado, come direbbero gli spagnoli. Sold-out, invece, per l’inclita post-moderno che pensa che l’italiano non contempli concetti tanto evoluti. Molto più semplicemente, prosit.


Maestri a ottantotto tasti

Pare che Giorgio Gaslini, ormai prossimo agli ottant’anni (li compirà a fine ottobre), quando gli è stato annunciato che avrebbe aperto il festival presso la Casa di Riposo S. Maria Ausiliatrice, abbia chiosato “purché non mi ci lasciate!”. Pomposo per alcuni, egocentrico senz’altro, capace di gustosi fuoriprogramma autoironici per chi lo conosce un po’ più a fondo, il Maestro, negli anni Settanta, bazzicava in effetti (fra i primi, se non il primo, come del resto gli è occorso di frequente) università, ospedali psichiatrici, carceri, fabbriche occupate (a una ha dedicato persino una suite), ecc. Nel luogo in cui non vorrebbe mai che lo si dimenticasse, ha inanellato il suo consueto, ammirevole, generosissimo set in piano solo, spaziando da autori “colti” a Sun Ra, da Ayler a Ornette, da Coltrane a Roland Kirk, ovviamente a se stesso. Non contento, la mattina di domenica ha inanellato una curiosa intervista al contrario con tre critici di generazioni diverse.   
Non ha voluto certo essere da meno Franco D’Andrea (foto), che ha anzi rilanciato (dire che lui e Gaslini sono con ogni probabilità i massimi pianisti nella storia del jazz italiano è tutt’altro che un rilievo di circostanza): concerti in quartetto (la sera al Donizetti) e in solo (al pomeriggio pure lui), con annessa visione del bellissimo film dedicatogli da Andreas Pichler Jazz Pianist. La prova in quartetto in particolare, se da un lato ne ha ribadito gli intatti appetiti nel segno della ricerca, dall’altro ha fatto forse avvertire l’esigenza di un recupero di un qualche brandello tematico. Magari affidandolo a un fiato più “decisivo” del pur apprezzabile Andrea Ayassot.


La tromba in corpo


Tromba e corpo: come quelli abbinati dal concerto del franco-libanese Ibrahim Maalouf (la tromba; ma se per questo, massicciamente, anche l’elettronica) e della danzatrice Fanny Coulm (il corpo, discretamente conturbante; vedi foto). Era, questo, uno dei tre concerti pomeridiani dedicati nell’Auditorium di Piazza della Libertà a giovani trombe europee dall’ex-giovane tromba europea Paolo Fresu, neo-direttore artistico di Bergamo Jazz. La tromba in corpo ce l’ha anche lui, è chiaro, e, se ce ne fosse stato bisogno, l’ha ribadito nei post-concerto allo Spazio Polaresco, jammando generosamente (non da solo, del resto) col trio “residente” del chitarrista Sandro Gibellini.
E’ stato il campano Luca Aquino a inaugurare (in duo con Raffaele Casarano) la sezione young trumpeters, non disdegnando neppure lui il ricorso all’elettronica (sulla falsariga, oltre che dello stesso Fresu, del norvegese Nils Petter Molvær, esibitosi sia in solo, al mattino alla Maddalena, che in trio, la sera in teatro, in quest’ultimo caso guadagnando in – relativa – perentorietà ciò che ha lasciato in tersa, poetica essenzialità). Il connubio tromba/elettronica ha rappresentato quindi più di un fil rouge per la minirassegna (o rassegna nella rassegna), visto che pure la francese Airelle Besson, dirigendo (in coppia col tenorsassofonista Sylvain Rifflet) il quintetto Rockingchair, ha mostrato di prediligere un fitto agglomerarsi di umori acustico-elettrici (più i secondi dei primi, in verità), risultando a conti fatti la proposta più coinvolgente e matura della terna.
E ora chissà mai se, per il 2010, Fresu sta già pensando a una sezione dedicata al flicorno soprano…?

 

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In dettaglio

  • Data: 2009-04-25
  • Luogo: Teatro Donizetti e altri luoghi, Bergamo
  • Artista: Bergamo Jazz 2009

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