Palasharp, Milano

Questa è davvero la volta buona: Cristiano De Andrè ha dimostrato che si può essere il figlio di quello straordinario artista chiamato Fabrizio mantenendo e dimostrando la propria e totale presenza artistica.
Un grande concerto quello tenuto al PalaSharp di Milano, il 14 settembre, un concerto che è stato celebrazione delle canzoni del padre ed, insieme, la dimostrazione da parte di Cristiano d’essere un artista completo, polistrumentista, compositore, padrone d’una voce suggestiva che, a tratti, ricordava quella di Fabrizio, ottimo “direttore” d’orchestra di una band che ha in Luciano Luisi uno dei punti di forza. In un palazzetto quasi completamente gremito da un pubblico che non ha perso occasione per mostrare tutto il suo apprezzamento per il concerto, per il repertorio e per la perizia dei musicisti, Cristiano De Andrè ha trasmesso dal palco il meglio della sua capacità ammaliatoria che si è tradotta nella rilettura splendida e mai agiografica dei brani di suo padre, rivisitati in maniera impeccabile, e dalla proposta dei propri, certamente schiacciati dagli altri ma che non hanno mai sfigurato grazie alla loro intrinseca qualità.
L’inizio con due brani in genovese, quali Mègu Megùn e ‘A cimma rappresentano l’inevitabile omaggio sia alla storia di provenienza che alla sua cultura di origine. Due brani, questi, proposti in maniera splendida, con la chitarra acustica a ricamare melodie e la band a sostenere ogni passaggio con perizia e qualità, dando con chiarezza l’idea della qualità su cui sarebbe sostenuto il concerto. Dopo questi due brani dalla forte impronta ligure, Cristiano ha manifestato le ragioni della sua volontà di “affrontare” il repertorio di suo padre, ricordando che se in tanti si sono messi a cantare De Andrè, lui, chiaramente, era il più intitolato a farlo. Da parte nostra aggiungiamo che per anni Cristiano De Andrè è stato al fianco di suo padre sul palco e, più di ogni altro può davvero detenere il diritto di prendere tra le mani il suo testimone.

E subito via con un brano come Ho visto
Nina volare, con la voce che evoca papà Fabrizio ed un arrangiamento di
prim’ordine che strappa applausi sinceri al numeroso pubblico. Don Raffaè vede Cristiano alla chitarra
acustica, in una versione “normale” di questo splendido brano, con la band che
lo asseconda come meglio non si potrebbe. Un aneddoto introduce la bella Cose che dimentico, dedicata ai malati
di AIDS, con liriche struggenti e non banali, una melodia capace di catturare
le emozioni del pubblico ed un assolo chitarristico finale che riesce a tenere
insieme l’anima rock e quella poetica del brano. La versione di Se ti tagliassero a pezzetti è ariosa,
acustica, con le atmosfere che ci riportano a sonorità stile anni ’80 mentre Smisurata preghiera è proprio dedicata
a “chi viaggia in direzione ostinata e
contraria”, deciso a non abbassare la guardia, capace di dire dei no, forti
e sicuri, ad ogni sicurezza pur di mantenere alti i propri principi. Cristiano
afferra il violino e dà ampia dimostrazione delle sue capacità di
polistrumentista movimentando quanto possibile questa già splendida canzone. In
Verranno a chiederti del nostro amore
Cristiano affronta, voce e tastiera, una canzone contenutisticamente ostica ma
fortemente connotata dalla forza emozionale che la sostiene. La voce, forte e
piena, dimostra il raggiungimento della piena maturità artistica di questo
talento che, per troppo tempo, ha mostrato una disturbante discontinuità che
ora, finalmente, pare essere alle sue spalle.
Oceano è la canzone che Fabrizio e Francesco De Gregori dedicarono a Cristiano mentre stavano lavorando a “Volume 8”, forse per tacitare la sua smaniosa volontà di avere da De Gregori spiegazioni adeguate circa Alice ed i suoi gatti…Andrea, La cattiva strada, Un giudice sono collegate tra loro da un ideale medley, con Cristiano, Luciano Luisi e Osvaldo Di Dio alle chitarre acustiche a ricamare note ed armonie per esaltare un trittico musicale di grande suggestione. Superato questa splendida boa calata nel mare magnum dell’interpretazione arriva il momento di Creuza de mà proposta in maniera rigorosa (effetti vocali iniziali e finali inclusi), con la quale si evidenzia le grandi doti interpretative di Cristiano con un effetto straordinariamente integrato nel ricordo interpretativo di suo padre. E dopo un brano così particolare ci si sarebbe aspettato un intervento più “leggero”, anche per stemperare le emozioni, per ritrovare un minimo di respiro. Ed invece, no, non è così perché le note di Amico fragile arrivano a trafiggere il cuore dei presenti. Il violino gira a mille ed anche la chitarra elettrica fa la sua adeguata parte e, memori degli straordinaria interventi di Franco Mussida nello spettacolo PFM canta De Andrè, viene spontaneo fare i complimenti al giovane Di Dio per la sua perizia ed abilità tecnico-strumentale.

Con La canzone di Marinella Cristiano De Andrè si cala profondamente nella parte di suo padre, restituendo una bella e sentita versione del capolavoro che tutti conosciamo ed amiamo. La chitarra acustica ad accompagnare la voce, supportata dall’altra acustica suonata da Di Dio, un’atmosfera di grande attenzione, la consapevolezza del tempo trascorso, la poesia, rara, contenuta nella canzone e la musica sempre suggestiva, sono gli ingredienti che ammaliano il pubblico e confermano che, ora, Cristiano De Andrè ha finalmente superato il guado artistico che, probabilmente per pudore, temeva di attraversare. Quello che non ho arriva potente a “distruggere” l’atmosfera di suggestione creata dal brano precedente. Il blues è scurissimo, la voce asciutta e giocata sulle tonalità basse, alcuni passaggi sono da perfetta punk-band, eppure il brano tiene e la chitarra elettrica si diverte a creare un sound potente e diretto. Grande il ritorno da parte del pubblico che, con un forte applauso, garantisce la qualità della versione proposta. Quasi come in una cavalcata si annunciano le note di Fiume Sand Creek in una versione che avevamo conosciuto tra le mani di Massimo Bubola che Cristiano riprende in maniera impeccabile. La versione è elettrica al punto giusto e la band gira al meglio per regalare una bella interpretazione di uno dei brani più noti alle giovani generazioni del canzoniere deandreiano. La fine del brano raccoglie un’ovazione che ci fa dire, senza retoriche, che un grande artista è tornato a misurarsi con il palcoscenico, con il suo passato, con il suo cognome ed ha vinto, senza alcun dubbio, la sfida.

Cristiano De Andrè appare stanco ma visibilmente contento e felice della sua esibizione, della band e, sopratutto dell’affetto che il pubblico gli ha riservato ed allora, voce e tastiera, propone una splendida versione di Dietro la porta, che dimostra che le sue doti autoriali non sono nascoste dietro un nome ma evidente segno di un talento che non potrà altro che crescere. Il silenzio del pubblico, che segue il brano con grande parteciapazione è interrotto dal suono del violino che Cristiano mette in moto per una versione veloce di Zirichiltaggia che incontra i favori del pubblico il quale viene definitivamente trafitto da Il pescatore, in versione rock, alla PFM maniera, che in questa dimensione sembra avere trovato la sua veste definitiva. I musicisti paiono divertirsi nel suonare in maniera festosa questo brano ed il più felice appare proprio l’artista genovese che, forse, non si attendeva il successo del tour e il calore della serata milanese. Gli applausi non smettono di cadere sul palco del PalaSharp e Cristiano De Andrè rientra in scena e regala al pubblico due belle versioni, voce e chitarra, di brani di sua scrittura, Notti di Genova e Nel bene nel male, a riprova che dietro il cognome De Andrè sono due gli artisti di cui dovremo sempre ricordarci (anche se in effetti dovremmo ricordare anche Luvi, padrona di indubbie doti artistiche).
Il concerto è finito e l’effetto magia ci metterà molto a scomparire. Ma solo per questa sera in cui Cristiano ha davvero dimostrato che papà Fabrizio non ha nulla da temere: “l’eredità” è in buone mani…