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Teatro Ciak, Milano

Massimo Bubola

Interno notte, a Milano. Il luogo è il Teatro Ciak, all’interno della Fabbrica del Vapore. La data prefissata è il 20 maggio. C’è attesa per l’artista, reduce dalla proposta di un DVD dal vivo (Live in Castiglione) e sono in molti a volerlo rivedere dal vivo. L’ora di partenza è fissata alle 21.00 ma le luci si spengono dieci minuti dopo e Massimo Bubola arriva, dinoccolato, sul palco insieme alla sua fidata band e le quattro chitarre elettriche fanno da contorno alla sua voce, impostata e calda, per un bella versione de La ballata dei luminosi giorni (ovvero come trasferire la letteratura in musica).

Il suono è teso ed i personaggi scorrono tra le liriche rendendo visibile la presenza del bardo inglese William Shakespeare sul palco. La presenza dei pellerossa è evocata dalla bella versione di Fiume Sand Creek (ovvero come manifestare una preghiera in chiave folk rock). Le chitarre si dividono, con buona creanza, in due acustiche e due elettriche lasciando a Simone Chivilò il compito di creare un suono insinuante ed a Enrico Mantovani quello di accarezzare la sua con un morbido bottleneck. Il finale, con un canto sussurrato, è da brivido.


Un suono ruvido, sporco, fragoroso appare per dare forma alle prime note di Corvi (ovvero come creare brividi di violenza nell’ascoltatore). L’elettrica di Chivilò è come una lama acuminata e l’armonica di Bubola si innesta in un suono prettamente dylaniano. Il suono della batteria di Moreno Marchesin non lascia indietro nessuna suggestione, nessuna immagine che non richiami al dolore ed alla morte.


Quello che non ho (ovvero come scrivere pagine blues senza essere di colore…) è un’apoteosi di chitarre elettriche, quattro, che si scambiano strali senza interruzione. Enrico Mantovani rende il suono come fosse un perfetto Gary Moore e l’intreccio delle note tra le chitarre è avvincente ed empatico. Annunciato da un suono folk rock, con suono ondeggiante e circolare, arriva la “vecchia”


Marabel (ovvero come sposare la profezia con la Storia). Il suono è potente ed invasivo con la batteria che non perde un colpo e detta la sintassi del finale della canzone.
Si tira un po’ il fiato dopo tanto correre anche se le liriche di Puoi uccidermi (ovvero come le parole non dette possano essere efficaci e taglienti) non sono consolatorie. È un’apologia sull’incomprensione dell’arte la bella e malinconica Dino Campana (ovvero come la follia sia sempre disprezzata, anche quando genera arte). Bubola all’acustica collabora a “gettare un ponte tra l’infinito e la terra” trasformando le liriche in un’esercizio d’arte nella canzone popolare.


L’arrivo sul Palco di Erika Ardemagni ingentilisce l’atmosfera e la sua voce gentile e pulita si immerge in Capelli rossi (ovvero la dimostrazione che in quanto a murder songs Bubola non è secondo a Nick Cave). Il mandolino di Mantovani è un cristallo risonante e le immagini della canzone sono proiettate nell’immaginazione di ciascuno dei presenti. La canzone, di pregnante stile popolare, si incanala in un finale lieve giocato sulla chitarra acustica e l’armonica vieppiù sussurrata.

 

Rosso sopra verde (ovvero come la memoria sopravvive alla morte) non si può descrivere se non ascoltandola dal vivo, con Bubola in veste di cantante a raccogliere le parole dal calderone delle emozioni (ricordiamo che la canzone è ispirata dalla vicenda di un suo zio, Ottorino Bubbola, morto nella prima guerra mondiale). È una canzone “sul grande inverno” della morte, intensa e commovente che aiuta, ancor di più, a pensare alla guerra come alla negazione dell’umanità.
Niente passa invano (ovvero come l’amore può scardinare il cuore) vede ancora Bubola in veste di cantante accompagnato dalla chitarra di Chivilò, morbida ed intensa. Più che una canzone, un film, illuminato da immagini sparse (capelli, mani, pioggia, bicicletta…).

 

Si evoca De Andrè con Canto del servo pastore (ovvero, come fare entrare nella storia gli umili e la natura) dove esplode tutto l’immaginario di una natura che diventa quasi antropomorfa. Tre chitarre acustiche ed il mandolino danno il senso profondo al suono che accompagna questa liriche.
Eurialo e Niso (ovvero la grandezza dell’amicizia) è vibrante e saltellante con un tiro folk rock che manifesta il concetto che la buona musica può irraggiare la poesia e viceversa. La batteria sincopata e veloce, il suono della chitarra con bottleneck, l’atmosfera virante al blues con un pregnante suono chitarristico sono gli ingredienti di una bella e rinnovata versione di questo capolavoro di cultura popolare.


Andrea (ovvero come l’amore diverso possa non perdere la tenerezza) viene annunciato dalla sezione fiati, comprendente sax e tromba in salsa tex-mex, che determina un clima musicale pieno di vita, gioioso e ricco di solarità, nonostante il triste epilogo della vicenda narrata dalla canzone.


Camicie rosse (ovvero come la canzone può raccontare la Storia) ha ancora i fiati sugli scudi e le chitarre, acustiche ed elettriche, ricamano note intorno alla voce di Bubola e della Ardemagni. L’eroe ed il mito sono riversati verso il pubblico in un fluire di note “create” dai fiati e l’atmosfera da Sud America è credibile ed intrigante. Segue a ruota l’ormai immancabile Uruguay (ovvero come coniugare la speranza alla libertà). Le chitarre acustiche sono squillanti e piene, l’assolo della tromba è soffice ed evocativo ed il finale è giocato su una sorta di limpida ninna nanna.
Blues di re Teodorico (ovvero come sia possibile essere re e finire in perdizione) si avvale del suono delle chitarre elettriche, ruggenti, che vengono inseguite dalla sezione fiati a creare una sorta di atmosfera younghiana, oscura e nebbiosa. Doppio lungo addio (ovvero come imparare a domare il doppio che è in noi) parte con una poderoso suono della sezione fiati coadiuvato dal suono di tre chitarre elettriche. L’andamento sincopato del brano e l’atmosfera incandescente ne fanno un altro momento di introspezione younghiana.


L’arrivo di Senza famiglia (ovvero come affrontare la malinconia senza esserne sopraffatti) è introdotto dal suono dei fiati, nuovamente in versione tex-mex, con Bubola all’acustica e la lap steel di Mantovani a ricamare delicate note anche a servizio della voce di Erika Ardemagni. Grande atmosfera immediatamente ripresa in Encantado Signorina (ovvero come ascoltare un film) con la sezione fiati nuovamente a menare la danza ed il binomio acustiche-lap steel a riproporsi virtuosamente.


Sappiamo che siamo alla fine del concerto con l’apparire delle prime note de Il cielo d’Irlanda (ovvero come coniugare con il sole e la pioggia, gli opposti). La sezione fiati è luminosa ed il mandolino evoca il verde d’Irlanda. La danza è partita ed il finale infuocato e dylaniano ha nella chitarra blues di Chivilò il suo punto di forza. Gran bella versione con i fiati che non vorrebbero finire mai. Ma dopo due ore e dieci è necessario spegnere le luci. La festa è finita e la fabbrica, abbacinata da liriche e suoni inusuali, ha voglia di riposare…
 

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In dettaglio

  • Data: 2010-05-20
  • Luogo: Teatro Ciak, Milano
  • Artista: Massimo Bubola

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