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Nuovo singolo de La Scelta, un ...

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Teatro Ventaglio Smeraldo, Milano

Davide Van De Sfroos

C’era una domanda che mi arrivava spesso a disturbare gli ascolti delle canzoni e degli spettacoli di Davide Van De Sfroos. Ero sicuro di averlo conosciuto prima che diventasse famoso anzi, prima che incidesse cassette e album. Andavo con la memoria a cercare brandelli di passato ma, ogni volta, ne venivo ricacciato dalla mancanza di tracce, di evidenze, di prove. Eppure, ogni volta…e così, come fosse stata una prova dell’esistenza della serendipità, la sera del 29 marzo, al Teatro Smeraldo, la memoria mi ha aiutato ed ho avuto quel feedback, quel “regòrd”, per rimanere in tema di identità culturale sul quale si è imperniato lo show che si è dipanato in 25 serate in tanti (piccoli-medi-grandi) palchi della Lombardia.

Alla domanda iniziale, a luci soffuse sul palco, sul “dove abitano le canzoni” mi è apparsa la figura di Dario Fo, il Premio Nobel (e non solo), affabulatore colto e popolare, intellettuale e cantastorie, capace di esprimere un concetto artistico con grande armonia e determinazione, ricco di innato talento e dotato di grande scuola ed esperienza. Lombardo e nato accanto ad un lago, in una zona di confine. Abituato a leggere nelle storie e nelle persone il segno del tempo che scorre, della vita che si trasforma, della realtà che muta con il passare delle stagioni mantenendo, però, l’essenza dell’uomo, sempre uguale a se stessa. Nei secoli.

Mi è apparsa la sua figura ed è stato naturale, con le debite proporzioni e differenze stilistiche, di età, di percorsi, di tempi storici, legarlo al lavoro di Davide Bernasconi perché nell’animo di questo artista in nuce già batteva forte il cuore di Davide Van De Sfroos. E questo perché, in ogni tempo esiste l’Uomo con i suoi tic, le sue caratteristiche, le sue debolezze, i suoi sogni, le sue viltà ed i suoi eroismi che sempre attende che qualcuno li racconti, ne possa narrare le gesta, li possa fissare nel tempo in maniera unica, originale, indelebile. L’artista Van De Sfroos era presente, allora, da prima dell’uomo Bernasconi, non come una contraddizione in termini temporali ma nel senso di un tempo che scorre, come l’acqua, e necessita di nuovi spazi, nuovi bardi, nuovi trovatori, nuovi sognatori.

Ecco perché è facile rispondere alla domanda posta in apertura dello spettacolo: le canzoni abitano il passato, cantano il presente, s’innestano nel futuro. Le canzoni “sono come madri che si impossessano di te”, meglio, sono i cittadini di una repubblica invisibile che, come ci ha spiegato bene Greil Marcus nel suo bel saggio sulla canzone americana (“La Repubblica invisibile”, appunto), chiedono udienza alle platee in quanto hanno storie grandi e piccole da raccontare, hanno bisogno di spazi per esistere, necessitano di memorie dove essere contenute. Cosa che Bob Dylan fece, con la Band, nel 1967 (“The basement tapes” fu il frutto, parziale di quel lavoro di memoria e ricerca), cosa che Davide Van De Sfroos fa, a modo suo, con gli stilemi artistici che gli sono propri, oggi, in Italia.

Così, con questi pensieri e considerazioni, inizia lo spettacolo con i musicisti (Angapiemage Galiano Persico, al violino; Francesco Piu, chitarre; Paolo Legramandi; basso; Davide Brambilla, fisarmonica e piano) che si accomodano ai loro posti, vestiti in maniera pittoresca e Van De Sfroos che arriva sul palco, con una palandrana simil smoking (che smetterà presto) ad affiancare l’attrice Stefania Pepe che aveva aperto la serata. Con il suono del violino che ricorda le musiche di Kurt Weil una versione blues di La nocc, nel quale Van De Sfroos porta, emozionalmente, l’ardore e la solitudine che spesso lo accomuna, per intensità evocativa, al grande Tom Waits. C’è molto teatro nella serata, così com’è stato in tutto il tour. C’è molto teatro perché Van De Sfroos è musica ma, soprattutto, parola ed immagine. C’è molto teatro perché è nelle corde di questo artista essere, rappresentare, recitare, cambiare, scombussolare prospettive ed aspettative. Quindi non arriva come “uno sconosciuto” il siparietto del dialetto napoletano, mutuato dalle parole della Pepe tradotto in tramezzino né quello del “the dark side of the lake” con i nomi di alcuni artisti amati da Van De Sfroos i cui nomi sono stati tradotti nel dialetto dei luoghi della sua infanzia.

E di artista in artista si arriva a quello splendido quadretto/traduzione che è rappresentato da “I ann selvatic del Francu” nel quale la gravità della voce di Van De Sfroos e la musica asciutta della band sono il giusto complemento alla Wild Year’s Frank di waitsiana memoria, rivista con ilarità ed arguzia dalla penna di Van De Sfroos (impagabile il richiamo all’arbre magique, presente nella macchina del Francu, dalla profumazione «pesce in carpione»…).

La curiera è il brano che rende omaggio alla metafora della vita, il viaggio, in compagnia degli altri che, piacciano o meno, sono parte del nostro orizzonte di vita e con loro dobbiamo condividere spazi, mondi, idee, esperienze. Suonato con brio, con una sonorità spesso honky tonk dettata dal piano di Brambilla, La curiera è uno dei brani che riescono a smuovere, con efficacia, il pubblico dei Des Fans.

La distruzione di Manzoni e della poesia paludata (insieme ai “Promessi sposi”…) è l’obbiettivo del quadretto teatrale proposto da Van De Sfroos, dalla Pepe e dai musicisti-complici presenti sul palco. Una distruzione gustosa ma non irriverente che vuole arrivare alla declamazione della famosa poesia Marzo 1821, di Manzoni, appunto, in versione blues, con le chitarre a fare da base sonora, il violino pizzicato, il piano docilmente reggae ed il basso a supporto di quest’ultimo. Nel testo saranno citati Pascoli, Quasimodo, Leopardi a suggello di un’intelligenza stilistica e poetica nonchè della capacità/possibilità di reinterpretare, senza patemi di inferiorità, i grandi autori della nostra cultura. Dalla poesia alla letteratura teatrale europea il balzo è breve e le parole di Shakespeare, in “Amleto”, arrivano sul palco, nella versione italiana della Pepe ed in quella tremezzina di Van De Sfroos che rende il senso delle parole in versione popolare e “ristretta” linguisticamente, pur con un inevitabile e gradito fascino.

Il violino di Anga introduce le note della colonna sonora “L’ultimo dei Mohicani” a cui fa seguito l’ingresso sul palco del giovane cantante Daniele Ronda, che si produce in una bella esecuzione di 40 pass, cantata con la giusta e profonda intensità e gratificata dall’applauso sentito del pubblico.

Altro ospite che arriva a salutare il pubblico presente in Teatro è Mara Maionchi, talent scout, manager musicale, componente della giuria di X-Factor, da cinquant’anni nel mondo discografico italiano la quale, tra le altre cose, condivide il pensiero di Van De Sfroos sul fatto che “il segreto di una canzone è trasmettere l’emozione dal cuore alle note”. E per rendere subito manifesto il concetto arrivano in scena The bastards sons of Dionisio, gruppo trentino appassionato di musica degli anni ’70, diventato noto al pubblico televisivo grazie ad X-Factor, che “spara” sul pubblico con le due chitarre acustiche, dal suono aperto e pulito ed il basso pulsante e profondo, un brano pieno di allegria e freschezza che rimanda alle belle sonorità dei Fleet Foxes e che, grazie ad un bel lavoro di impasto canoro, riescono a catturare l’attenzione del pubblico.

Al termine del brano il vate della serata “arraffa” una chitarra e “costringe” i ragazzi a seguirlo sulle strade di Be bop a lula, Madonnina dai riccioli d’oro (canzone devozionale nota in particolare nel bergamasco e valli assortite) Barbara Ann, Blowing in the wind fino ad una bella versione di Ninna nanna del contrabbandiere, suonata in stile west coast, con la lezione degli America ben fissata nella memoria.

Dato che stiamo parlando di artisti, la prima condizione è che siano eclettici e per questo motivo Stefania Pepe si esibisce in una bella versione di “E se ghe pensu”, stoico brano della tradizione genovese prima di dare spazio a Van De Sfroos per la descrizione della musica islandese, prima, e per l’esibizione in un presunto idioma islandese con suoni che si trasformano in attimi di pizzica e sentire popolare. Gustosissimo il quadretto teatrale in cui la presenza, rigida e terribile, della nonna viene evocata da Van De Sfroos facendo apparire questa signora come l’origine dei possibili “mali segreti” di un bambino che diventa uomo. Il tema rappresentato è quello della proibizione, della fuga da ogni presento male perché in ogni luogo, in ogni dove è presente il lupo cattivo. Quel lupo pericoloso che, come raccontava Albert Grossman nel suo primo libro “Vedi alla voce amore”, gli avevano insegnato che abitava nella cantina della casa, ambito che non si poteva, quindi, visitare.

Malinconia, stupore, sogno e poesia intride Settembra, brano realmente colmo di aria settembrina, autunnale, con le brume dell’alba evocate da violino e fisarmonica. Ed un’altra evocazione, fuoriuscita dalla notte del ricordo e da leggende ascoltate alla radio oppure lette avidamente sulle riviste musicali e/o su libri dedicati, è quella di Robert Johnson che Francesco Piu rende manifesto con una bella versione di Crossroad blues interpretata in chiave claptoniana a riprova del talento strumentale offerto dal musicista di origine sarda e del fatto che il blues non è figlio di latitudini bensì di cuore ed anima.

Chitarra e voce, in un climax morbido e piacevole, arriva Ventanas, uno dei brani più intensi della discografia di Van De Sfroos, con riprese in inglese e tinteggiature blues che portano la canzone sui binari di intensa suggestione. Una nuova canzone (di cui non conosco il titolo…forse In questo sit passa mai nissoen…) arriva a tinteggiare i cuori degli spettatori con un’atmosfera triste che racconta una storia d’amore contrastata e colma di solitudine e rimpianto.

Atmosfere blues, con l’acustica di Piu saltellante, irraggiano Il paradiso dello scorpione, un brano sempre ficcante e gradevole al contempo. I suoni si fanno sempre più marcati, country e blues al contempo, intensi, appropriati all’epilogo che si intravede sempre più vicino quando Van De Sfroos allinea una serie di titoli di canzoni “sparandoli” sul pubblico.

Dopo quasi tre ore di spettacolo ci si aspetterebbe un saluto di rito e via ma non sarà così perché chitarra, fisa e voce inciteranno il pubblico ad unirsi ad una bella versione di Pulènta e galèna frègia, una canzone allegra e scanzonata che, ad un ascolto più attento rivela una vena mistica inattesa che il suono del violino rende a tratti ancor più percepibile. Il ballo come altra metafora della vita è nelle corde de La balera, con i suoi personaggi colmi di astuzie, debolezze, aspirazioni, pulsioni, desideri. È una versione dalla quale scaturisce il Van De Sfroos più ruspante ed immediato anche se, come sempre, con un testo più profondo di quanto appaia ad un ascolto solo legato alla parte melodico-emozionale.

Dieci-minuti-dieci e la band è sul palco a chiudere la serata. Sono le ventiquattro ed è ora di andare a casa…ma La ballata del Cimino “costringe” il pubblico a rimanere ancora ai propri posti, cantando e battendo il tempo, assecondando con fisa e violino il tono scanzonato della canzone.

Il talkin’ blues de La poma si offre come sorta di saluto/ballo popolare con il violino di Anga a fare trillare note con caratteristiche sonore da nord Europa e con tanto sudore che trasuda dal palco al pubblico e viceversa. E dopo tre ore e dieci minuti di spettacolo cala il sipario sul palco dello Smeraldo e sul tour invernale di Davide Van De Sfroos in attesa delle date in vari Clubs italiani, già definite. Un tour vivace, originale, intenso e “sperimentale” che ha reso possibile l’osservazione dell’artista Van De Sfroos da angolature differenti da quella legata al momento concerto “tout court”.

Un tour che conferma le capacità artistica del cantautore, poeta, scrittore lombardo sempre alle prese con nuove modalità di proposta del suo originale talento, sempre alle prese con storie e personaggi ai “confini della realtà” eppure così vicini alla nostra quotidianità. Basta guardare con attenzione intorno a noi…

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In dettaglio

  • Data: 2010-03-29
  • Luogo: Teatro Ventaglio Smeraldo, Milano
  • Artista: Davide Van De Sfroos

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