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Parola Cantata, Brugherio (MI)

Parola Cantata

Ironia, delicatezza, raffinatezza musicale e passionalità sono i colori dell’universo maschile messi a fuoco dalla seconda giornata dell’Happening dedicato alle musiche d’autore.

Il Sabato di Saturno, dedicato alla Parola maschile, è ricco di appuntamenti imperdibili. Eppure motivi logistici e imprevisti meteorologici ci impediscono di presenziare al primo “Pranzo con l’autore”, con Franco Battiato, incontro condotto dalla scrittrice e versatile artista Tiziana Cera Rosco, ed alla presentazione del libro Bob Dylan Fun Book di Matteo Guarnaccia, presentato da Enzo Gentile.

Arriviamo invece durante l’incontro nel Cortile della Casa del Popolo con Marco Ferradini, incentrato sullo spettacolo e futuro album La mia generazione, suo tributo ad Herbert Pagani. Intervistato da Giordano Casiraghi, il cantautore racconta il suo progetto e il suo Pagani, la scelta delle canzoni, aneddoti e curiosità. Il disco conterrà 21 canzoni (22, qualora Ferradini dovesse davvero scegliere di accettare il suggerimento giunto dal pubblico di includere anche il brano del 1968 Cin cin con gli occhiali) e adotterà quindi il formato del doppio-cd. Accompagnato dai cori della figlia Marta “Charlotte” Ferradini, l’artista propone anche dal vivo alcuni dei brani di Pagani da lui rivisitati, come il capolavoro all’epoca censurato, eppure così realistico e delicato Albergo ad ore, adattamento italiano di Les amants d'un jour, portata al successo in Francia da Edith Piaf. Una perla di umanità vissuta è anche la canzone che dà il titolo all’album: questa contrappone una famiglia sognata ed ideale, «un’isola di tre persone che si baciano senza ragione, che hanno visto dolore e sgomento, ma mai una lite e mai un tradimento», ai dissapori e alle distanze di un ambiente famigliare reale, una coppia separata, malata di un rancore, che si spera possa salvare e risparmiare la generazione successiva, forte del desiderio di una famiglia mai vissuta e di «un amore intero». Per accontentare il pubblico intervenuto, Ferradini, tra le altre canzoni, inserisce anche la celeberrima Teorema, il cui testo è dello stesso Pagani.

Dispensano spunti di riflessione e sonore risate poi le gustose conversazioni sulla scrittura di una canzone Dimmi cosa canti e ti dirò chi sei, condotto da Niccolò Agliardi nella stessa location. Ospiti Dario Brunori (Brunori Sas), Luca Madonia e Manuel Agnelli. Molte le tematiche affrontate, dal rapporto con le differenti zone d’origine, rispettivamente Calabria, Sicilia e periferia milanese, alla scrittura dei testi, dalla popolarità al sentirsi più o meno “alieni” come artisti. Agnelli racconta di non aver mai voluto conquistare il pubblico, ma di averlo ampliato in modo del tutto naturale, nel tempo. E ammette la difficoltà di gestirlo ora che è così vasto e variegato. Brunori rivendica l’essenza comune e non “aliena” delle sue storie; lungi dal voler esaltare una «vita da 5 e mezzo», non pensa di limitarsi né all’ironia, né alla malinconia come chiavi di lettura del mondo, ma tenta di cercare di riprodurre le componenti opposte, i molteplici colori della vita, come quelli de Il giovane Mario, storia che Dario descrive come verosimile, proprio per quello spiraglio di speranza e per il calore degli affetti che ha voluto inserirvi come contraltare positivo delle ambizioni fallite di ricchezza del protagonista (ricercata comunque solo per il bene della sua famiglia). Madonia racconta invece che  a 12 anni riuscì a scattare una foto a John Lennon a Londra, dopo aver scoperto per caso gli studi di Abbey Road, ed essersi appostato per ore tra i bidoni della spazzatura in attesa che i Beatles uscissero dalla sala di registrazione. Quasi un segno del suo destino musicale. I Fab Four hanno caratterizzato d’altronde il passaggio dalla musica classica al pop per Manuel Agnelli, allora studente di pianoforte; il leader degli Afterhours aggiunge ai suoi primi ascolti fondamentali nel campo della musica leggera anche Lou Reed, i Television, il post-punk losangelino e il primo Nick Cave. Brunori colleziona battute con la naturalezza sciolta di un entertainer di grande simpatia: il suo tono mantiene apparenze serie, ma poi nasconde una pointe ironica e auto-ironica molto apprezzata ed applaudita dal pubblico della Casa del Popolo. Scherza ad esempio sulla sua silhouette definendosi letteralmente un «artista a tutto tondo» e sui «nananana» riempitivi infilati nei suoi testi, quando tre minuti gli sembrano anche una misura eccessiva, oppure ammette di non aver mai usato, al contrario di Madonia, il cosiddetto finto inglese per elaborare la melodia vocale di un testo, prima dei versi definitivi: «non posso avere un finto inglese, perché non ne ho uno vero. Caso mai, il mio è un finto italiano e quello rimane». E aggiunge che se in qualche punto non risulta comprensibile, allora sembrerà più indie, perché il pubblico penserà «forse non l’ho capito io…». Più seriamente, Brunori racconta che la scrittura delle sue canzoni prevede più fasi, quella iniziale, della pura ispirazione genuina che gli viene sempre suonando, e quella successiva di elaborazione concreta dell’aspetto formale. Dario riconosce che alcuni brani esorcizzano il dolore, ma solo brevemente: a forza di suonarle, le canzoni perdono il loro potere terapeutico e lo possono recuperare solo ad un altro livello, se il pubblico le apprezza e restituisce altrettante emozioni. Se Madonia sembra imporsi dei momenti specifici di lavoro e composizione musicale (pur lasciando volontariamente il dubbio di aver scherzato su un argomento su cui nessuno può smentirlo), Agnelli ammette di non aver mai trovato una disciplina nella scrittura: ci sono momenti in cui sente che potrebbe e dovrebbe scrivere, anche per affrontare e superare un dolore, ma magari non si dedica alla scrittura di una canzone, mentre altre volte cerca di forzarsi a scrivere e non ci riesce. Ricorda che è essenziale anche l’impegno e l’applicazione, oltre all’ispirazione, per poter completare lo spunto iniziale, ma rammenta anche di aver scelto questo lavoro perché gli serve a stare bene, per quanto forse renda meno felice per ritmi e abitudini le persone che gli stanno accanto. Non gli interessa essere paragonato a Lennon o ad altri nomi storici, perché non vi è una gara a chi alza ancora più in alto l’asticella per il salto, ma cerca di mettere in musica ciò che non ha voglia, quanto piuttosto autentico bisogno di esprimere. Quando riesce nell’intento, non può che scappargli qualche lacrima. E così è felice. Manuel racconta tra il serio e il faceto di aver scritto anche brani per le donne che amava in quel momento, che piangevano ascoltandole, ma poi magari lo hanno lasciato con le modalità che il brano suggeriva loro! Soprattutto però identifica la canzone come «un’isola utopistica di libertà interiore», laddove la società invece non consente di poter essere pienamente sé stessi e impone di doversi proteggere da un’eccessiva esposizione. Divertente è l’aneddoto secondo cui sua figlia, la prima volta che presenziò ad un concerto degli Afterhours, pianse: pensava che tutte quelle persone che “gridavano” ce l’avessero con il papà. «E forse era vero!», dice ridendo Agnelli.

Il tempo di godersi una passeggiata a temperature miti e ragionevoli e mangiare qualcosa e comincia l’evento clou, il concerto nello splendido Parco di Villa Fiorita, anfiteatro di alberi soffici che incorniciano il cielo imbronciato di nuvole. A presentarlo è Niccolò Vecchia (Radio Popolare).

Ad aprire la seconda serata musicale della kermesse è Brunori Sas con la leggerezza agrodolce della sua musica e la sobrietà drammatica di storie dall’eccezionalità comune, come quella di tanti sconosciuti martiri del quotidiano, dei desideri frustrati di benessere e felicità, delle attese deluse eppure resistenti, delle insoddisfazioni casalinghe. Tra le note lucide e tristi del piano, in una ritmica acustica bagnata da un calore ambiguo, solare come può esserlo un sole dal pallore nostalgico, si presentano anche sul palco di Brugherio Il giovane Mario e Paolo, i personaggi di Fra milioni di stelle e di Una domenica notte, ed infine l’alter-ego brunoriano di Come stai, immerso nella sua malinconia senza definizioni e nei riti superficiali del quotidiano. Senza scivolare mai nel patetico, Dario li racconta nella loro semplicità nuda e li accompagna con la sua voce roca, ruvida e dolente come la realtà.

Subito dopo è la volta degli Amor Fou, che il principe-samurai Alessandro Raina presenta come «quattro precari»;  nell’intervista che precede l’esibizione non esita a precisare che le tinte fosche del secondo album I moralisti fossero inevitabili nelle istantanee dell’Italia presente, laddove le prossime canzoni potrebbero contenere il respiro di quel vento nuovo che sembra aver acquistato forza con le ultime tornate elettorali. Nel set della band di A.T.T.E.N.U.R.B. non mancano infatti mirate frecciate politiche: nel testo variato di Cocaina di domenica fanno capolinodue nomi più che illustri di componenti del governo. L’esibizione degli Amor Fou ha la forza delicata ed insieme lancinante di una mirabile e raffinata levigatezza sonora e dell’amarezza più dilagante; Il mondo non esiste riecheggia onirica e malinconicamente lieve, tra ukulele e percussioni afro, in evidenza soprattutto in un’eterea intro. Brucianti le contraddizioni di De Pedis, mentre un inedito, ancora untitled, che la band sta rodando live, sfodera una ritmica ben cadenzata dal sapore vagamente folk-rock e una melodia vocale struggente, tanto quanto gli inserti quasi psichedelici della chitarra di Giuliano Dottori. Molto suggestiva anche la cover della Prospettiva Nevskij di Franco Battiato, con Paolo Perego alla fisarmonica e tocchi di glockenspiel affidato a Dottori.

Poi tocca a Luca Madonia, compagno d’avventure sanremesi di Giovanardi quest’anno all’Ariston. L’ex Denovo rinuncia alle vesti sottili e fresche dell’electro-pop dominante soprattutto nell’ultimo album, per donare ai brani un’allure più tenue, intimistica e poetica grazie all’Andrea Di Cesare String Quartet. Il cantautore siciliano spazia tra i suoi brani da solista, estraendo esempi del suo pop d’autore vaporoso e sereno ad esempio dall’album Vulnerabile (2006), così come dall’ultimo disco L’alieno. Proprio l’evanescente e surreale, delizioso singolo omonimo di questo cd, portato a Sanremo 2011 con Franco Battiato, ospite ricorrente dei suoi lavori, non poteva ovviamente mancare nella sua setlist di Brugherio. Toccante è La notte dell’addio: dei suoi versi, composti da Alberto Testa in un momento particolare della sua vita, Madonia evidenzia l’essenza e la genesi intima e dolorosa allorché introduce il brano, già portato anche in questo caso sul palco dell’Ariston, non solo da Iva Zanicchi nel 1966, ma sempre nel 2011 ancora dalla coppia Madonia-Battiato, che con una scelta lontana da ogni retorica nazionalista la scelse per la serata dedicata ai 150° in musica del Bel Paese.

Un fuori-programma molto gradito permette di ascoltare anche due brani di Niccolò Agliardi, che, smessi i panni del presentatore, regala al pubblico di Villa Fiorita uno dei momenti più intensi della serata, per concentrazione, interpretazione e pathos; efficace risuona soprattutto la title-track del suo ultimo lavoro, l’accorata e realistica Non vale tutto.

Mentre le nuvole si fanno più fitte e minacciose, salgono sul palco Manuel Agnelli e Rodrigo d’Erasmo (Afterhours): in attesa dell’uscita del nuovo album, prevista forse negli ultimi mesi dell’anno non più per una major, ma con distribuzione indipendente targata Artist First, la band, in una formazione a ranghi ridotti a duo, offre dei classici del gruppo una versione spogliata della potenza alternative, ma carica di essenziale e prezioso vigore. Nonostante qualche minuto di pioggia battente disturbi l’incanto degli astanti, è l’esibizione con l’accoglienza più corale ed emozionata: gli spettatori si tuffano nel lirismo inquieto di Bianca, che Agnelli annuncia forse eseguita per l’ultima volta, o nella disillusione dolceamara di Pelle, che piano e violino si fa più ancora più drammatica e poetica. Un andamento maestoso conserva il ritmo e il mood di Non è per sempre, inno a reagire al dolore che in questo arrangiamento assume un calore rassicurante ed essenziale, grazie anche al sapore solenne e all’incedere elegante del violino di d’Erasmo. Molto coinvolgente è poi la vibrante Il paese è reale, che Agnelli scherzosamente ricorda come presentata ad un «festival metal» .

Infine, è l’atteso padrone di casa, il direttore artistico Mauro Ermanno Giovanardi, a chiudere questo denso sabato di musica e parole cantate. Non si tratta ancora dell’allestimento musicale definitivo dei suoi nuovi brani, di cui sta preparando il tour estivo, slittato proprio per poter dar vita a questa manifestazione, isola felice di bellezza e qualità artistica, che speriamo possa vivere ancora molte altre stagioni emozionanti. Però la sua band dimostra già un’ottima compattezza; indiscutibile è poi il suo carisma di frontman, crooner vellutato di incontri e tradimenti, perso nelle sue inquietudini, assorbito dalla grandiosità delle atmosfere sixties, nel loro incantesimo di semplicità ed enfasi generosa. Minimale, ma avvolgente e perentorio il fascino di Io confesso, che è arrangiata, come le altre canzoni del concerto, voce, chitarra acustica, piano e tromba, e verrà ripetuta anche nell’encore; languide e romantiche risuonano le note della passionale Desìo (Il rumore del mondo) e molto partecipate risultano le cover della scintillante preghiera d’amore Se perdo anche te, secondo singolo estratto dall’album Ho sognato troppo l’altra notte?, che assume live un’intimità sofferta, e della magnetica Bang bang, immediato ritratto dello scontro maschile/femminile.

L’universo maschile ha illuminato le sue pieghe recondite ed esposto i suoi demoni, d’amore e di rabbia, di fragilità ed errori. E il sipario cala su questo sabato umido di pioggia e di grazia musicale. 

(fotografie di Ileana Paolicelli e Ambrosia J.S. Imbornone)

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In dettaglio

  • Data: 2011-06-18
  • Luogo: Parola Cantata, Brugherio (MI)
  • Artista: Parola Cantata

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