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Riccardo Sinigallia

Riccardo Sinigallia si racconta...Per tutti

Nel suo ultimo passaggio a Sanremo con la canzone Prima di andare via, Riccardo Sinigallia ha catturato l'attenzione anche di coloro che non si erano ancora accorti di lui. O meglio, che non si erano accorti di amarlo già come musicista, arrangiatore e compositore, e che ora scoprono il suo viso. Di questo momento felice e delle ragioni che lo hanno reso possibile abbiamo parlato insieme alla vigilia della sua recente esibizione sul palco del Primo Maggio.   

È da questo momento della tua vita artistica che vorrei cominciassimo a parlare. Con la premessa che nel mondo della canzone ti sei espresso in tutti i ruoli possibili arrangiatore, autore, produttore, cantautore questo momento viene comunque percepito come particolarmente positivo per te. Non dico che ti si scopra ora, però quasi, per certi aspetti, dopo la tua presenza a Sanremo. E tu come lo percepisci, questo momento?
Io in realtà ho sempre fatto la stessa cosa da quando avevo più o meno 12-13 anni, cioè da quando mi sono appassionato alla musica: quando ho imparato a suonare la chitarra ho cominciato subito a scrivere canzoni, non mi sono mai messo a fare le canzoni degli altri, come di solito succede quando impari uno strumento e cominci a cantare le cover eccetera. Ho scritto la mia prima canzone a 12 anni. Poi negli anni è successo che per registrare queste canzoni mi sono cimentato e ho scoperto gli strumenti che metteva a disposizione la tecnologia: i primi “quattro piste”, e via via poi, con l’avvento del digitale, il midi e quant’altro. Ho fatto un percorso per cui le canzoni mano mano che le scrivevo automaticamente me le autoproducevo. Una cosa amatoriale, all’inizio, perché era abbastanza nuova per quegli anni: io ho cominciato nell’83, ma anche per tutti gli anni Novanta ero uno dei primi a evitare lo studio di registrazione e fare le cose in casa per creare le mie canzoni.

Però il tuo percorso ti ha portato a uscire prima con le collaborazioni con altri...
Quando mi sono reso conto che era difficile portare fuori le mie canzoni, queste piccole competenze artigianali che mi ero un po’ creato per conto mio sono diventate gli strumenti che mi hanno dato la possibilità di lavorare con altri cantanti, e che mi hanno messo in questo ruolo di produttore, arrangiatore... In realtà io non mi sento né produttore – che è un ruolo che non amo, tra l’altro – e né arrangiatore, perché non ho nessuna preparazione accademica, di conservatorio, di orchestratore e quant’altro. Semplicemente, sono uno appassionato del rapporto tra musica e testo. E non potendo – spesso per ragioni di immagine, di timidezza, ma anche di scelta rispetto alla forma canzone che più preferisco che non è per forza di cose in linea con quello che si ascolta nelle radio commerciali già da tanto tempo – sono diventato quasi più noto tra gli addetti ai lavori come produttore o arrangiatore o autore piuttosto che come cantautore. In realtà, in tutti questi anni ho sempre fatto dischi miei, e il mio sogno è sempre stato quello di farmi e di cantarmi le mie canzoni.

I tuoi dischi però sono solo tre...
Sì, sono tre quelli usciti, ma di canzoni ce ne sono centinaia!

Probabilmente è questo il motivo per cui non vieni così facilmente riconosciuto come cantautore tout court rispetto ad altri ruoli che tu hai avuto, e che uno poi man mano viene scoprendo sentendo i tuoi dischi solo.
Certo, sì, questo è il cammino... Adesso con Sanremo da un punto di vista più ampio c’è stata come dici tu una “scoperta” che mi fa molto piacere, perché ovviamente mi gratifica, e sono molto felice di questo. Però credo che questo ruolo sia contemporaneo agli altri. In Italia magari è più difficile riconoscerlo, però mi sembra abbastanza normale che ci siano dei musicisti che fanno arrangiamenti, produzioni, mix per altri e poi anche i propri dischi. Questo succede in Inghilterra, negli Stati Uniti... ma anche in Africa!

Qui in effetti si è sempre un po’ un’eccezione! Eppure, anche a prescindere dai tanti ruoli che hai impersonato nella canzone italiana, il brano che hai portato a Sanremo come cantautore, per quanto sia certamente molto bello, è pur sempre uno dei tanti brani belli che hai scritto; e aggiungo che eri già conosciuto al pubblico di Sanremo, essendo già passato altre volte per quel palco. Credi che ci sia qualcosa di diverso, ora, nel clima che ti circonda?
Guarda, è anche una mia curiosità! Per quel che mi riguarda, e per come me la vivo io dentro di me, praticamente non è cambiato molto, anzi, quasi niente, a parte il mio conto in banca che prima era disastroso e adesso è in pareggio! Ma a parte questo, che è il dato più importante per me in questo momento, all’esterno sinceramente non è che io faccia una grande vita mondana: ecco, ogni tanto camminando per strada vedo che qualcuno mi guarda in modo strano come a chiedersi: «Ma quello chi è?» Poco, ma forse qualcosa è cambiato. Poi adesso è diverso perché sono solo. Mi era un po’ successo con Quelli che benpensano nel ’97, che giravo per strada e la gente ci urlava dietro, oppure con La descrizione di un attimo, con i Tiromancino, che aveva avuto abbastanza successo. E facendo l’autore e il produttore per altri, questo meccanismo della televisione l’avevo già vissuto. È chiaro, adesso è un po’ diverso. Ma la cosa che mi piace veramente tantissimo e mi rende proprio felicissimo è che quei pochi grandi appassionati dei miei dischi, che però sono veramente degli accaniti, tutte persone veramente appassionatissime di scrittura e di musica, pensavo che con Sanremo mi avrebbero un pochino non posso dire abbandonato, ma mi aspettavo un calo di affetto. E invece è aumentato, e questa è la cosa proprio che mi ha sorpreso di più e di cui sono più felice.

Ma davvero ti ha stupito questo? Perché?
Sì, perché di solito queste persone, che io amo tantissimo e a maggior ragione adesso, si cibano molto dell’unicità, del fatto che è sempre stata cosa per pochi... Per loro era una specie di privilegio, un po’ si vantavano di ascoltare i dischi miei, o di altri cantautori tipo me che hanno un pubblico piccolo, e fare un po’ il fico: «Io ascolto quello...». E pensavo: «Vedrai che a Sanremo questi sicuramente mi mollano tutti». E invece no, e devo dire che la grande sorpresa per me, ora, è questa.

Saranno contenti per te, non stupirti!
Hanno apprezzato molto il disco. Io mi aspettavo meno affetto, e invece ancora di più mi hanno sostenuto e questo mi rende il più felice. Poi mi auguro che queste persone che per strada ogni tanto mi guardano possano anche loro ascoltare il disco e affezionarsi. Anche perché l’ho intitolato Per tutti un po’ anche per questo.

Prima dicevi di sentirti sempre lo stesso, e in qualche modo a me pare si confermi in tutto quello che fai: pur con i miglioramenti che si possono fare nel tempo, affinandosi, il tuo lavoro rimane molto coerente, sia musicalmente, dal punto di vista delle atmosfere, delle sonorità, delle sensazioni che trasmetti, e sia nei testi, sempre molto attuali, narrativi di quello che accade attorno a te. C’è qualcosa in particolare che ispira le tue canzoni?
Capita un po’ di tutto. Diciamo che quello della realtà è il mio nutrimento dall’esterno, il maggiore. C’era qualcuno, forse Monicelli, che diceva che la commedia italiana è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus. Sono abbastanza d’accordo su questa visione del nutrimento dell’autore, e io mi considero fondamentalmente un autore, poi “cantautore”, che poi è un termine prettamente italiano: “songwriter” è un autore, autore di canzoni, questo è il termine che più mi si addice. È chiaro che la realtà è il nutrimento principale, e poi tutto quello che succede... La coerenza di cui tu parli un po’ è anche cocciutaggine, nel senso che forse è anche il limite maggiore che ho. La grandezza di cantautori come de André, Fossati, Battiato eccetera è stata sempre quella di riuscire a scrivere anche cose che non li riguardassero in prima persona, come eventi storici rivisitati in maniera personale... Io purtroppo ho questo limite, di non riuscire – perché ci provo ogni tanto, eh?, a percorrere altre strade letterarie – ma ho ancora il limite di appassionarmi solo a quelle cose che mi rispondono personalmente, che vedo che dopo averle scritte mi imbarazzano, e quindi parlano proprio di me. Spesso è la realtà che a un certo punto innesca dei meccanismi che creano dei flussi di scrittura di cui neanche io mi sento tanto artefice, se non come essere umano qualunque; delle volte sento le mie canzoni e mi sembrano scritte da un altro. Tra l’altro, io preferisco le canzoni in cui non sento me stesso come autore, ma solo come tramite. Quando sento la volontà della scrittura mi piacciono di meno. Infatti, la selezione delle canzoni che metto negli album è quasi sempre su questo.

Una selezione basata sulla sincerità...
Esatto. Sull’essere proprio un passaggio, una specie di interprete, di traduttore.

Parliamo dell’ultimo album. A cominciare dal brano che gli dà il titolo, Per tutti. È una canzone particolarmente complessa, articolata, lunga... insomma, una canzone importante. L’hai scelta come title track per questo, o anche perché il suo titolo ha in sé un particolare significato?
Beh, diciamo che il titolo mi sembrava adatto. In effetti non l’ho scelta solo perché la ritengo una buona canzone, ma anche perché era un titolo che chiudeva secondo me un percorso cominciato con il primo disco. Un percorso che ho sempre sentito come una trilogia: nel primo disco, avendo avuto finalmente la possibilità di uscire discograficamente dopo anni di collaborazioni, ignoravo quasi l’ascoltatore, volevo gratificare semplicemente me stesso, e infatti si intitola Riccardo Sinigallia; il secondo si intitola Incontri a metà strada, perché ho cercato di cominciare un percorso di avvicinamento nei confronti degli altri; e infine questo, che ho voluto intitolare Per tutti come a chiudere un percorso, come dicevo prima, sperando che dal prossimo disco io riesca a uscire dall’”io”, da questo «io... io...» delle mie canzoni...

Che però ci può pure stare, poi!
Sì, ci sta, però è un po’ doloroso, pesante, faticoso... Mi piacerebbe proprio fare delle canzoni tipo “Groove is in the heart”! Cioè dove dici due frasi, c’è una base techno...

Quindi possiamo dire che ti senti in un momento di passaggio, che si avverte proprio nel testo della canzone di cui stiamo parlando, dove affronti anche il discorso sulla musica: è una metafora o parli proprio del tuo pensiero sulla situazione attuale della musica, di come viene trattata adesso?
Sì sì, non è una metafora, sono dati di fatto di una situazione, ovviamente “metaforicamente musicale”. Non so, ho la presunzione di pensare che un artista nel momento in cui è sincero in un’opera è automaticamente politico, anche se parla d’amore. Soprattutto in questo momento, in cui la sincerità forse è la cosa più politicamente sovversiva che abbiamo a disposizione.

Paragonandola ad esempio a “Tu che non conosci”, che è una canzone dolcissima, ma come anche altre del disco, “Per tutti” si avverte come molto più dura, ci si accorge subito di quanto sia di “rottura”...
Sì, certo, perché è un po’ un’invettiva, all’inizio. Però poi c’è questa parte di magma centrale che sembra quasi una specie di purgatorio... Alla fine però il messaggio è positivo, è: ok, ci siamo scannati in questi trent’anni, però adesso, dopo tutto quello che è stato fatto alla musica tra virgolette – alla musica intesa come “la musica che gira intorno”, come diceva Fossati, che è la politica nel senso di cultura popolare, cioè l’aria che si respira – adesso forse, anzi, sicuramente, stiamo inaugurando una nuova fase, di maggiore coscienza, e questa è una novità meravigliosa. E allora io volevo fare questo traghettamento, cioè da: ok, vaffanculo a lui, vaffanculo a te, ma vaffanculo pure a me, a ’sto punto, e adesso proviamo a riguardarci negli occhi e a ricominciare a costruire qualcosa di migliore, provando a dialogare.

C’è qualcosa di diverso, dunque. Una maggiore attenzione probabilmente dovuta alla crisi: dopo aver corso corso corso ci si deve per forza fermare e quindi anche aiutarsi...
Siamo in un passaggio. Ancora non ci stiamo riuscendo, ma ci stiamo provando, a ritrovarci.

Infatti, per parlare di te, stai affrontando un passaggio attraverso la fase in cui qualcuno ti ascolta e dice: "Guarda, questa canzone... sembra quasi un pezzo dei Tiromancino...";  perché c’è stata anche questa cosa, eh!
E che non lo so?! [ride]

Nel brano Le ragioni personali mi ha colpito la particolarità dell’arrangiamento, mi torna alla mente il suono di una tromba...
Infatti c’è una sezione fiati... In effetti è un arrangiamento particolare: ci sono due canzoni, che sono Le ragioni personali, appunto, e Una rigenerazione che sono in realtà state prese, anzi, mi sono state regalate, da Filippo Gatti, perché facevano parte di un disco cui io e lui avevamo lavorato insieme, e che sarebbe dovuto uscire a suo nome e che non uscì mai. Quindi sono due arrangiamenti che facevano parte di un’altra storia, molto vicina alla mia, talmente vicina che non hanno fatto fatica per niente ad entrare qui dentro. Però quando mi mancava la seconda canzone da presentare a Sanremo, avendo a disposizione pezzi da sette minuti, oppure altri pezzi che erano difficili da presentare su quel palco perché erano argomenti... Insomma, una serie di fattori per cui tu dici: "Questa è impossibile!". E allora chiesi a Filippo, ricordandomi queste due canzoni che avevamo fatto insieme, se potevo provare a cantarle, visto che non era uscito il disco e che lui non le avrebbe messe nel disco che stava facendo, insomma, ho preso questi due arrangiamenti che avevamo fatto qualche anno prima, li ho un po’ cambiati ma leggermente, solo adattati alle mie frequenze, li ho ricantati con grande emozione e sono quindi nel disco. E sono molto contento del risultato. Tra l’altro Le ragioni personali in particolare è una canzone che mi piace proprio cantare. E sì, sono molto contento del risultato; mi sono anche commosso quando l’ho cantata la prima volta, perché conosco molto bene la storia da cui è tratta la scrittura di quel pezzo.

Un'altra canzone che non passa inosservata è Io e Franchino: ti va di parlarne?
Io e Franchino è un’altra storia di vita, una storia lunghissima di amicizia molto importante per me, con Francesco Zampaglione, il fratello di Federico, con il quale abbiamo a 18 anni cominciato molto inconsapevolmente questo cammino nelle sale prove, nella discografia, nei centri sociali, a casa, passando attraverso i vari quadri di questo videogame nel quale poi rimani intrappolato anche con piacere, perché questa attività di musicista la scegli giorno per giorno e non senza una precarietà che per noi era già molto evidente prima della crisi economica. In ogni caso tutto il bagaglio di vita e di esperienze musicali fatto in quegli anni meritava evidentemente per me un resoconto e un piccolo omaggio ad un artista che per me è stato molto di più di un collega.

Tra pochi giorni ti troverai sul palco del Primo Maggio. È la terza volta che salirai lassù: come ti sei trovato in precedenza?
Io vivo sempre in maniera abbastanza conflittuale il palco, devo dire la verità, quindi non è che proprio mi diverta. Ma anche davanti a venti persone, figurati davanti a – quante saranno? [chiede rivolto all’addetta all’ufficio stampa, che parla di 500-600mila persone] – ecco!! [risata generale]

Che fa paura pure senza salire sul palco, una folla così, figurati dal palco! I tuoi ricordi?
Quello che mi ricordo con più gioia è quello con Frankie, quando cantammo Quelli che benpensano, perché c’erano appunto 500mila persone che cantavano la canzone... Poi anche quello de La descrizione di un attimo, perché si capiva che stava veramente succedendo qualcosa. Quelli miei ovviamente li ricordo da un certo punto di vista più gratificanti, perché portai La revisione della memoria, e fu una roba di una potenza, per me... Unica. Però ovviamente lì se la piazza non risponde in modo forte vivi sempre questo conflitto di aver annoiato, o comunque di aver invaso uno spazio che è sempre più simile a un’esposizione televisiva.

Certo è che su quella piazza si affacciano in successione moltissimi artisti, non è lì per te...
Eh sì, e io purtroppo sono disfunzionante, quasi sempre!

Però adesso per te è un buon momento, quindi ti va bene...
Vediamo, vediamo, dai. L’altro giorno in effetti quando abbiamo cantato in un locale per la prima volta la canzone di Sanremo, la sapevano tutti, quindi può essere che vada bene!

I tuoi progetti più prossimi quali sono?
Nei prossimi mesi ci saranno serate di festival, di piazze, di piccole rassegne culturali molto belle e poi a ottobre comincerò il tour autunnale in piccoli teatri e nei club.

Lì forse, per quanto dicevi prima, vivi una situazione migliore per te, un pubblico più attento...
Il teatro per me è l’ideale, mi piace un sacco, anche perché lì davvero la parola viene fuori.

Ecco, parliamo della parola. I tuoi arrangiamenti sono molto densi di suoni. È una caratteristica di molti cantautori, ma spesso questo crea una sorta di sbilanciamento rispetto al testo, che resta in ombra pur se magari altrettanto bello e curato. Tu invece riesci a non distogliere mai l’attenzione dalla parola.
Il fatto è che per me è una specie di missione: quando si fa musica cantata, con un testo, non metterlo in primo piano per me è una specie di autogol. Sarebbe una pazzia. Poi ci possono essere delle canzoni che sono più belle sotto altri aspetti, però per me il rapporto tra le parole e la musica è la cosa principale in una canzone: il rapporto tra musica e parole; e l’interprete. Questa triade è tutto.



Prossime date del Tour 2014 IN CONCERTO…PER TUTTI:

19/06 ROMA – FESTA PD @ VILLA OSIO  c/o Via di Porta Ardeatina
11/07 BENEVENTO – ARENA ARCO DEL SACRAMENTO
16/07 BOLOGNA – BOLOGNETTI ROCKS  c/o Vicolo Bolognetti 2
19/07 TEROTONDO (RM) – MONTEROCKTONDO FESTIVAL / ingresso libero
31/07 TREVISO – SUONI DI MARCA FESTIVAL c/o Bastioni SS quaranta 
06/08 PADOVA – CHIOSCO c/o Via Ludovico Ariosto 10
07/08 VERGATO (BO) – L’IMPORTANZA DI ESSERE PICCOLI IV ED.
09/08 VIESTE (FG) – Piazza Marina Piccola
10/08 TORRE SANTA SUSANNA (BR) – Festa di Santa Susanna c/o Largo Convento via Risorgimento 


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