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Fabio Treves

70 e non sentirli...

L’anima blues di Fabio Treves che, un giorno, “ha visto la luce…”               Ne è trascorso di tempo da quel 1976, l’anno dell’ultima edizione del Festival del Parco Lambro, che vide la presenza della Treves Blues Band nella discografia italiana. Un genere musicale ancora oggi poco frequentato dalle nostre latitudini e che all’epoca fu una sorta di avventura; il gesto di un pioniere agli albori del punk ed al tramonto del Prog. Copertina bianca, una fotografia al centro e poi tanta musica che raccontava il desiderio di trasmettere agli ascoltatori il piacere di ascoltare il blues, quella musica, quell’emozione che aveva trasformato la vita di quel ragazzone di Lambrate che aveva come arma letale una borsa piena di armoniche e tanta voglia di condividere quella passione musicale che lo aveva travolto (come accadde a John Belushi/Jake Joliet Blues qualche anno dopo.
Ma questa è un'altra storia…).
Quarantatré anni di musica (discograficamente parlando) ma almeno cinquanta di palco come Fabio Treves (qui a fianco in una foto di Renzo Chiesa) ed oltre quaranta come Treves Blues Band. Salvo errori ed omissioni, nella carriera di Fabio Treves possiamo annoverare 10 album a nome Treves Blues Band, 5 a nome proprio, 6 come partecipazioni a raccolte di musica blues. Per alcuni potrebbero sembrare pochi 15 album (lasciamo da parte le raccolte) in un periodo così lungo di carriera, ma Fabio Treves ha certamente scontato il fatto della poca attrattività che il blues ha avuto (possiamo aggiungere un bel “purtroppo”?), ed ha nel nostro Paese. Altri musicisti hanno camminato e tutt’ora camminano per le vie del blues - e voglio qui ricordare, citandone solo tre per tutti, lo straordinario Guido Toffoletti (scomparso tragicamente nel 1999 in un incidente stradale), il poliedrico Paolo Bonfanti (qui nella foto) e il cultore di blues rurale qual è Mauro Ferrarese - ma il riscontro discografico è sempre molto di nicchia. Come già detto, le case discografiche, sia maggiori che minori, non hanno mai particolarmente investito per supportare i musicisti italiani nella diffusione di questo genere musicale e stile di cultura interiore spingendo solo i prodotti stranieri che pur di pregio, non creavano quella spinta necessaria per fare decollare il genere in Italia.
Ma Treves non ha mai abbandonato la partita “prestando” la sua creatività a decine e decine di artisti che quando avevano bisogno della presenza del suono agile e profondo dell’armonica, sapevano bene a chi rivolgersi e la risposta era sempre rispondente alle aspettative. Inoltre, la storia musicale di Fabio e della sua band ha sempre trovato la sua massima espressione sui palchi di tutta Italia, generando, ogni volta, una ventata di passione e genuina attrazione verso il genere del blues. La sua innata simpatia, la sua gioia di condividere la musica, il suo rigore nell’intrattenere il pubblico con uno spettacolo sempre di qualità ed originalità, sono sempre stati gli elementi vincenti di un percorso che hanno visto “il Puma di Lambrate” essere un artista credibile (e, talvolta, incredibile) nonostante il passare dei decenni.
Il 29 Novembre del 2014, all’Auditorium di Milano, è stato possibile capire, se mai ce ne fosse stato bisogno, la potenza musicale che Treves è capace di generare, infiammando la sua band, i numerosi ospiti convenuti per il concerto del quarantennale e, soprattutto, il pubblico che numeroso e caloroso ha abbracciato non solo il musicista ma, anche, l’amico.
(qui sotto il finale della serata in una foto di Igor Furlan).
                          Perché quello del rapporto empatico di Treves con il suo pubblico è una delle caratteristiche del musicista milanese. Niente finzioni, niente smancerie, niente smielature, nessuna furbata per raccogliere la benevolenza dei presenti. Solo musica, grande musica, suonata con la passione ed il cuore, come la sua storia personale e carriera musicale hanno saputo raccontare. Che cosa avrebbe potuto accadere se una casa discografia si fosse accorta seriamente del potenziale artistico del Puma di Lambrate…? Già, perché se un musicista suona con Mike Bloomfield, Willy DeVille, Chuck Leavell, Cooper Terry (giusto per ricordare qualcuno) e Frank Zappa (unico italiano ad avere mai suonato con il genio di Baltimora) qualcosa di speciale deve pure averlo… E se la Barley Arts lo ha scelto per aprire i concerti di Bruce Springsteen a Roma, A.D. 2016, un motivo ci sarà. Così come ricevere i complimenti da un signore chiamato Roger Glover, storico componente dei Deep Purple (qui nella foto), non deve passare inosservato… Ecco, se sulla sua strada Fabio Treves avesse incontrato un discografico illuminato o solo intelligente anche dal punto di vista del profitto (e perché no…?), probabilmente la sua discografia sarebbe stata di un livello certamente superiore se avesse potuto contare su investimenti di congrui alle potenzialità. Il fatto che molti dei suoi album e di quelli della Treves Blues Band siano autoprodotti (il marchio Red & Black Records non fa pensare…?) la dice lunga sulle opportunità artistiche perse. La sua è sempre stata una corsa per riuscire a trovare chi potesse appoggiare i suoi progetti, per trovare lo studio di registrazione adeguato e con la giusta spesa, centellinando tempo e musicisti. Ma la storia si muove e, insieme, l’età che però non ha arrugginito la tempra di quest’uomo che pare sempre giovanile e, soprattutto, dimostra con sincerità, la sua giovialità.
Nel percorso che dalla sera del Novembre del 2014 è giunto fino ad oggi, alla soglia dei 70 anni (portati benissimo quasi che il blues sia una sorta di elisir di giovinezza…John Mayall docet…) la Treves Blues Band - qui sotto la formazione base con Ale 'Kid' Gariazzo (chitarre), Massimo Serra (batteria) e Gabriele 'Gab D' Dellepiane (basso)  - sta vivendo un momento di splendore suonando un po’ dovunque e, in particolare nei teatri, con una forza emotiva che forse in precedenza non era stata raggiunta con tanta intensità e l’album dal vivo del 2011, “Blues in Teatro” lo testimonia. Ma per ‘celebrare’ Fabio Treves nel suo percorso verso le 70 candeline, abbiamo pensato che fosse fondamentale lasciare a lui la parola che, gioviale e fluviale, ha risposto a tutte le nostre domande. 

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Sei in pista da oltre 50 anni eppure quando arrivi sul palco dai l’impressione d’essere lì per la prima volta, tanta la passione che ci metti e che coinvolge, in maniera incredibile, sia i musicisti che il pubblico. Qual è il tuo segreto?
Credere nella passione per il Blues, credere nei valori del Blues che sono quanto mai attuali (solidarietà, riscatto sociale, rispetto del prossimo e dell’ambiente, impegno per un mondo più giusto e senza barriere), voglia di far fatica anche a 70 anni e aggiungerei una vita tranquilla e regolare, alimentazione sana e un sano distacco dalle nuove tecnologie.

Quanto ritieni sia stata importante la possibilità di poter attingere alla discoteca ed alla cultura paterna per innamorarti della musica?
Determinante, essenziale e di enorme aiuto.

La leggenda dice che “hai visto la luce” della musica al concerto che i The Who tennero al Palalido nel 1965 e che da quel giorno iniziasti a studiare vari strumenti ponendo la tua attenzione all’armonica. È andata davvero così?
Non è leggenda, andò proprio così. C’era Roger Daltrey, frontman degli Who, che suonava lo strumento principe del blues, l’armonica a bocca. Ma il gruppo d’apertura era The Primitives, il cui cantante Paul Bradley (cioè Mal) era davvero bravo con quel piccolo strumento che da allora divenne il mio compagno d’avventura musicale e mi fece mollare quindi la chitarra, il basso e il sax. L’armonica, ed è un parere condiviso da moltissimi musicisti, riesce a creare delle atmosfere particolari ed evoca come nessun altro strumento stati d’animo e situazioni, forse è anche per questo motivo che viene utilizzata spesso in colonne sonore di film e telefilm!

Che tu fossi dotato musicalmente è certificato dal fatto che in poco tempo diventasti un nome stimato nell’area milanese e non solo. Quale era, nei tuoi ricordi, il clima musicale che si respirava alla metà/fine anni Sessanta a Milano e quale lo spazio per un armonicista (blues)?
Erano momenti tosti, il Blues era una musica sconosciuta ai più, andavano di moda generi come il progressive rock, la canzone politica, il jazz d’avanguardia e di rottura. E per uno come me che amava il blues, da quello dei primordi a quello di Chicago, dal jump di Louis Jordan al revival inglese, era veramente un’impresa trovare dischi e libri che potessero farmi capire meglio da dove arrivava la mia passione. I giornalisti musicali di allora (tranne il caro amico Renzo Arbore) mi trattarono come un povero illuso e con un atteggiamento a dir poco scostante… Ma si sa, i sagittari sono cocciuti, per cui continuai senza compromessi e con fatica un lungo cammino per la ‘mia’ strada.

Che cosa ti ha avvicinato al blues e quale la magia che ancora ti ha vincolato a questo stile musicale ed esistenziale?
Anche se ascoltavo altri generi musicali, sentivo, avvertivo dentro di me che la musica “fonte” era il Blues e che da quello ero affascinato. La magia è arrivata quasi subito, quando alle prime esibizioni della band vedevo che la gente si muoveva, ascoltava e se ne andava via soddisfatta, pur non essendo noi dei grandi virtuosi.

Nel 1967 fondi il tuo primo gruppo ma è il 1974 l’anno fatale con la costituzione della Treves Blues Band. Quale ricordo hai del primo concerto con questa storica band e quale la risposta del pubblico?
Ad essere sincero non mi ricordo, ma sicuramente uno dei primi si tenne nella sala di un collegio gestito da suore in via Ponzio, a Milano. Sembra strano ma la “musica del diavolo” della TBB fu ospitata in un luogo sacro, e anche le prove della band avvenivano in un locale di quella struttura. Quando anni dopo andai al cinema per vedere il capolavoro di John Landis ‘The Blues Brothers’ mi venne da piangere: anche i due fratelli blues suonavano per la “Pinguina”, come avevano chiamato Sister Mary Stigmata, la responsabile dell’orfanotrofio dove suonano per raccogliere fondi. Possono cambiare le latitudini, ma le situazioni blues sono sempre le stesse…

Hai pubblicato oltre 20 album e pur non essendo il blues una musica che ‘vende’ (nel senso classico del termine, anche se adesso che cosa ‘vende’?), almeno nel nostro Paese, i tuoi concerti sono sempre sold out, il pubblico ti accoglie sempre con calore e quando il concerto termina ti vorrebbero sul palco per un’altra ora almeno. Quale la ragione di questa passione considerando la premessa…?
Credo che la gente del Blues mi voglia bene perché c’è reciprocità da tempo immemorabile. Suono per la gente, per trasmettere qualcosa che sicuramente loro condividono e capiscono. Nel mio mondo non ci sono dischi, video e apparizioni televisive ma concerti, trasferte, fatica, sudore e abbracci alla fine del concerto. Sono poi convinto, e ne sono davvero felice, che il Blues non sia e non sarà mai la musica ascoltata dalle baby gang, da chi picchia le donne, da chi non rispetta gli anziani e i bambini, da chi non rispetta la natura. Sono orgoglioso che in migliaia di concerti della TBB non ci siano mai stati episodi negativi, ma solo feeeling con il pubblico, che non sarà quello dei concerti a San Siro, ma è un pubblico straordinario, competente e generoso.

Hai partecipato agli album di molti artisti italiani, famosi o meno che fossero. Quale la tua soddisfazione maggiore in questi interventi da session man?
Ogni artista che mi ha chiamato è stato soddisfatto della mia armonica e questo è qualcosa che mi inorgoglisce. In alcuni casi qualcuno mi ha richiamato e la cosa mi ha fatto davvero felice!

Hai suonato ed avuto come ospiti alcuni grandi musicisti americani (Chuck Leavell, Cooper Terry, Willy DeWille, Chuck Leavell, Roy Rogers, Warren Haynes, Mike Bloomfiled). Come è stato il loro approccio con te, musicista italiano bluesman?
Incontrare e lavorare con questi artisti è stato a dir poco stupendo, emozionante, toccante, ricco di momenti preziosi e carichi di feeling. Hanno capito che la loro passione era la mia. E sicuramente molti di loro erano dei ‘numeri uno’, ma il Blues insegna che proprio i ‘numeri uno’ sono quelli più prodighi di consigli e incoraggiamenti sinceri.

Domanda antipatica: quale, della tua discografia, il tuo album preferito e quale quello che se “avessi potuto avere quello studio lì, quei musicisti lì…”? 
Il mio preferito tra i dischi che ho inciso è “Sunday’s Blues” del 1988, ci sono affezionato per tanti motivi. È stato registrato da Paolo Panigada, un mio carissimo amico, grande musicista, componente della band EELST, scomparso in quel modo assurdo nel 1998. Un dolore fortissimo. Realizzando questo disco ho conosciuto personalmente per la prima volta Chuck Leavell (Allman Brothers Band, e da 25 anni collaboratore fisso degli Stones) con il quale mi sento periodicamente, un uomo eccezionale ancor prima che fuoriclasse musicale. E poi, in “Sunday’s Blues” c’era anche lo straordinario talento di Dave Kelly e la presenza dell’ex Dire Straits Pick Withers…

Il tuo è uno strumento particolare che, però, ha bisogno d’essere versatile. Quali le armoniche utilizzi, il microfono che prediligi e l’amplificazione a tuo avviso migliore per il suono che trasmetti al pubblico?
Come spesso ho detto ai tanti fan che mi hanno posto la stessa domanda, ti rispondo con assoluta certezza che la strumentazione è importante ma non fondamentale; puoi entusiasmare anche solo con l’armonica suonata senza alcun supporto d’amplificazione. Certo che se hai di fronte migliaia di persone devi farti sentire… Io da 50 anni uso un microfono Green Bullet della Shure, un amplificatore valvolare Fender Vibrolux Reverb e armoniche Hohner Special 20.

Capitolo Frank Zappa: se l’unico musicista italiano che ha avuto il privilegio di suonare con lui dal vivo. Cosa ricordi di quell’esperienza e quanto professionale era, a tuo avviso, il suo approccio con la musica?
Avrei bisogno di diverse ore per raccontare questa straordinaria avventura che ho vissuto grazie all’interessamento del mio caro amico e “blues brother” Claudio Trotta… Posso solo dire che è stata la realizzazione di un mio sogno che durava da tanti anni. Sì, perché anche se ascoltavo i classici del Blues, nella mia ricca discoteca avevo anche la discografia completa del ‘Genio di Baltimora’. Sono ricordi lucidissimi ed intensi, mi emoziono sempre nel raccontarli. In poche parole, Zappa era veramente un artista e un uomo straordinario, con lui potevi stare seduto ore a parlare di musica, sport, politica, arte, musica classica e storia antica! Sono orgoglioso di essere l’unico musicista italiano ad aver suonato con lui (due volte, a Milano e Genova nel 1988) e mi fermo qui altrimenti mi emoziono troppo…

Opening act: cosa ha rappresentato per te aprire nel 2015 le date italiane dei Deep Purple e nel 2016 quello di Springsteen (a Roma)?
Una grandissima emozione, in entrambi i casi. Certo che la data romana del 2016 sarà impossibile da dimenticare, il sorriso del Boss e i suoi complimenti, gli applausi di tanti fan quando siamo arrivati la mattina al luogo del concerto, la gioia nel vedere le magliette della TBB al Circo Massimo. Una mia personale rivincita su tutti quelli che facevano i sorrisini 50 anni fa…

Si parla spesso dell’importanza del pubblico nei grandi concerti all’aperto, ma quelli nei teatri rendono in egual modo la fruizione del tuo sound per gli spettatori?
Sicuramente nei teatri c’è una modalità di fruizione differente e l’ascolto è diverso, più intimo, più morbido… Così come il repertorio musicale della band, si dà più spazio al blues acustico e di conseguenza si può fare anche un po’ di giusta cultura, magari parlando un po’ di più tra un brano e l’altro. È una modalità differente ma dove il risultato credo sia lo stesso, ugualmente impegnativo e gratificante per chi è sopra e sotto il palco. Poi, nei Teatri all’italiana, il pubblico è a pochi metri e questo dà a noi musicisti una carica in più.
(qui sotto una foto con alcuni protagonisti dell'attivissimo fan club di Fabio).


Pensi che l’essere conduttore radiofonico (inizio nel 1976 a Radio Popolare) possa influire sui gusti musicali degli ascoltatori delle trasmissioni in cui sei e sei stato artefice?
Dopo Radio Popolare e l’esperienza bellissima a Rock Fm, da 18 anni sono approdato a Lifegate con la mia trasmissione “Life in Blues”. L’esperienza radiofonica mi è servita per divulgare questo genere musicale in tutte le sue forme e stili. Il mio ‘Blues alle masse’ non è solo un facile slogan ma l’essenza stessa del mio modo di essere.

Oggi, al tempo dei talent show imperanti, che consiglio daresti ai giovani che si avvicinano al mondo della musica come musicisti?
Sei bravo se fai ciò che ami, sei un artista vero se sei libero di scegliere, sei un bravo musicista se trasmetti emozioni… Ma se scimmiotti quelli famosi aspettando l’ok dei giudici e te la tiri ancora prima di aver tenuto un concerto, allora sei davvero messo male. E poi l’idea di vincere contro qualcun altro, in musica, è proprio lontana mille miglia dal mio modo di pensare. Quindi il mio consiglio è suonare e se costerà fatica (e lo sarà..) continuate a suonare e suonare ancora, con passione ed entusiasmo.

Della musica ‘liquida’ (Spotify et similia) cosa ne pensi?
Non sono in grado di dare un giudizio, non ho mai ascoltato un brano su Spotify (è grave?), ascolto i miei vinili anche se i solchi sono veri e propri crateri. Comunque, oggi è tutto cambiato e ciò che è importante è che ognuno abbia libertà di scelta.

Dato il tuo soprannome, ‘Puma di Lambrate’ (per ricordare il Leone di Manchester, l’inossidabile John Mayall), che giudizio dai della tua città in questo momento storico? 
Milano è cambiata, e direi proprio in meglio. Lo dimostrano anche i tanti turisti che arrivano in ogni mese dell’anno e non più in occasioni canoniche come fiere o festività particolari. Con l’occhio del musicista, dico che oggi ci sono luoghi per la musica di ogni genere e gusto, auspico però un’attenzione in più per le periferie, basterebbe poco. So di tante band di giovani musicisti che sarebbero disposti ad animare le serate dei vari quartieri, potrebbe veramente essere un’idea a basso costo per il Comune, che non deve essere attento solo all’altra Milano, quella blasonata della moda o del design. È una città che sta puntando molto, ormai da molti anni, sulla “cultura”, un concetto ampio che come un fiume carsico dovrebbe incidere in tutte le attività che un’amministrazione mette in moto. E anche nella musica, visto che adesso stiamo parlando di questo, servirebbe un nuovo modo di concepirne la fruizione.

Cinque album che ti hanno formato ed altri cinque che possano aggiungersi nell’isola deserta…
Solo cinque + cinque? Come per molti musicisti, credo sia impossibile rispondere a questa domanda, però dai ci tento:
1) “John Mayall’s Bluesbreakers feat. Eric Clapton” 1966
2) “Elmore James collection”
3) Muddy Waters, uno qualsiasi…
4) Paul Butterfield Blues Band, “East West”,1966
5) Robert Johnson, doppio album
6) B.B.King, “Live at County Jail”
7) Allman Brothers Band, “Live at Fillmore East, 1971”
8) Santana, “Havana moon”,
9) Free, “All right now”,
10) Hendrix, “Electric Lady Land”
11) John Mc Laughlin, “The Inner mounting flame”

(nella foto Muddy Waters)

Quali i tuoi valori imprescindibili su cui, oltre che la vita, hai impostato il tuo essere musicista?
Essere generosi con il cuore, non tirarsi mai indietro, parlare con sincerità, diffidare delle lingue biforcute, agire sempre con ottimismo e lasciare da parte le lamentale che sono inutili e dannose per chi le fa!

Che cosa significa per te il termine “solidarietà”?
Avere la mente sgombra da pregiudizi stupidi per poi dare una mano concretamente a chi è meno fortunato di noi.

L’ultima domanda: quali i tuoi progetti per il futuro ora, allo scattare dei 70 anni…?
Stare bene in salute per affrontare come si deve i prossimi appuntamenti con il grande pubblico della TBB!!!

 

 

 

 

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Milanese doc, uomo e artista che non si è mai tirato indietro per iniziative didattiche o benefiche, di solidarietà, di attenzione a chi meno fortunato, il 7 Dicembre del 2014 a Fabio Treves è stato conferito dal Comune di Milano la benemerenza civica denominata ‘Ambrogino d’Oro’. Vogliamo ricordare la motivazione: “Musicista di fama internazionale e principale interprete di musica blues in Italia, Fabio Treves ha dato un apporto insostituibile alla diffusione ed alla conoscenza di questo genere tra generazioni di milanesi. Artista rigoroso e profondo conoscitore della cultura e della tradizione musicale nord americana, ha contribuito a portare la scena musicale di Milano ai massimi livelli internazionali grazie alla sua produzione discografica, alla collaborazione con alcuni dei più importanti musicisti italiani e stranieri, ed alla instancabile attività dal vivo della sua Treves Blues Band. È considerato il padre del blues italiano e le sue radici di artista affondano così profondamente nel cuore della sua Milano da meritargli il soprannome con cui è conosciuto: “Il Puma di Lambrate”.

Con questa benemerenza la città di Milano ha riconosciuto il valore del suo agire, artistico e valoriale, considerando la musica come un elemento di positiva aggregazione e relazione per il “buon vivere” nella città. Fabio Treves, è evidente per anagrafe, appartiene ad una cultura e ad un tempo in cui tutto era possibile e le utopie possedevano la linfa per vivere in autonomia. La musica, in quel tempo, ha rappresentato, per i musicisti e per gli appassionati, un elemento importante di coesione, utile per sentirsi parte di un mondo, di un “popolo” alternativo, per la migliore gestione delle proprie emozioni. Con il suono delle sue armoniche, con la potenza e le emozioni generate dalla sua band il musicista milanese ha scritto una sua storia che ha accompagnato la storia di tantissime altre persone. La musica, certamente, non cambierà il mondo, lo sappiamo. Ma siamo certi che chi ama la musica in generale, ed il blues in particolare, non può che seminare “buone vibrazioni” e sentimenti positivi. Per questo si può arrivare ai settant’anni senza sentirli…anzi, continuando a suonarli!

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