Arnoux

Partiamo dal nome, quello del progetto e quello del disco. Perché
Arnoux? Pura assonanza o c'è qualcosa dietro? Perché hai scelto come titolo
Cascades?
Arnoux è stato scelto proprio per assonanza con il pilota automobilistico Renè Arnoux. Il titolo del disco invece
è stato scelto tra una lista di parole che avessero a che fare con l'acqua,
elemento in cui sono immerse le canzoni.
Il tuo disco ha quella malinconia delicata (ma vivace) supportata da
suoni sia acustici sia elettronici piuttosto peculiari. Quasi un flusso di
pensieri, proprio come l'acqua che scorre. Cosa rappresenta e quanto è
importante l'elemento acqua nei suoni e nelle liriche?
La faccenda dell'acqua è venuta fuori lentamente, mi sono accorto che nei
testi quasi sempre appariva qualche immagine acquatica. Nei suoni poi un delay mi ricordava particolarmente lo
sgocciolare dell'acqua. La fase di scrittura del disco è avvenuta a Venezia,
dove di questo elemento sono fatte anche le strade.
Per quanto riguarda le canzoni, che sono stati scritte quasi tutte da
te, alcune hanno dei riferimenti non comuni. Se penso semplicemente al titolo
di A secret dance by Isadora Duncan,
che peraltro è un brano strumentale, o alla prima traccia, questi riferimenti
non sono mai banali. Che immaginario evocano?
Tutte le immagini di queste canzoni fanno parte del periodo che ho vissuto a
Venezia, mentre studiavo lì, ci sono dentro situazioni, emozioni, amori,
racconti, libri, qualunque cosa sia successo in quella città.
Quanto è importante l'aspetto culturale, come l'ispirazione legata, ad
esempio, alla letteratura e alle arti, in questo progetto e nella tua
formazione?
La letteratura e l'arte in genere finiscono spesso e volentieri nelle mie
canzoni, mi piace trasformare le immagini in suoni: che sia la frase di un
fumetto, Corto Maltese, in Isadora Duncan,
oppure il pensiero che scaturisce guardando un quadro di Van Gogh, come il
verso (in Fucked up, got ambushed, zipped
in, ndr) «anyway we just need a fountain of water and
soil to cure a potato field...» ispirato dall'opera “I mangiatori di patate”. Si
tratta di sensazioni che si trasformano in altre sensazioni.
Ti definiscono un tipo di poche parole,
talmente poche che nel booklet non ci sono nemmeno i testi delle canzoni, ma
suggestive immagini legate all'acqua di Lara Trevisan. Quali sono le
motivazioni che hanno portato a questa scelta? Come hai incontrato il lavoro di
questa giovane fotografa?
Lorenzo Pilia, il ragazzo che ha curato le grafiche del disco, ha trovato
quelle foto nel My Space di Lara: cercavamo qualcosa che delineasse anche
graficamente il concetto che seguiva il disco. Abbiamo deciso di lasciare le
foto nude e senza testi perché bastavano da sole: semplicemente sono li per
evocare una sensazione e lasciarti immergere nei suoni.
Diversi musicisti italiani scelgono l'inglese per le loro canzoni.
Perché, nel tuo caso, questa scelta? Perché non l'italiano? Nel futuro di
Arnoux vedi la possibilità di sperimentare anche in italiano?
Trovo estremamente difficile esprimermi in italiano, sia a livello di scrittura
che a livello melodico, cado sempre nella banalità e mi viene da cantare come Battisti; con l'inglese, a parte la
pronuncia imbarazzante, per ora mi trovo più libero. Comunque la sfida con
l'italiano è ancora aperta, devo prendere un po' le misure, ma almeno per il
prossimo disco userò ancora l'inglese.
Knifeville e la scena musicale della provincia pordenonese. Maniago è
poco più di un paese, eppure si stanno delineando progetti e stanno emergendo
realtà musicali e culturali che hanno un respiro potenzialmente internazionale.
Se penso alle realtà locali degli Stati Uniti, ad un Nebraska, ad esempio, non
vedo grandi differenze quanto ad attitudine, contesti, ed eclettismo. Si tratta
forse di un paragone troppo ardito? Qual è il legame del tuo progetto con il
territorio?
Beh la provincia umanamente ed artisticamente non ha niente da invidiare
alle grandi città, ovvio che nei grossi centri c'è un giro diverso, ci sono più
concerti, più mostre, ma questo non vuol dire che ci sia più intelligenza. Per
quel che mi riguarda adoro i piccoli paesi, preferisco farmi ispirare dal silenzio
di un bosco che dal caos di un incrocio.
Diversi musicisti hanno collaborato ad Arnoux, molti dei quali sono
tuoi compagni in altri progetti musicali come i Ten thousand bees. Arnoux resta
un progetto parallelo o è questa la direzione che intendi intraprendere?
I Ten thousand bees e Arnoux sono due modi differenti di comporre musica
che amo esplorare allo stesso modo. Con il gruppo, in fase di scrittura, c'è un
confronto immediato sulle parti, sulle strutture, nasce tutto in sala prove
tramite il dialogo e l'improvvisazione; in Arnoux invece c'è una riflessione
personale, o flussi di pensiero, non c'è
la sala prove, ma la cameretta (o il divano) con la sua solitudine. Non potrei
rinunciare a nessuno dei due mondi.
Quanti e quali strumenti musicali sono stati utilizzati, anche dagli
altri musicisti, per la realizzazione di Cascades? E tra questi quale ritieni
più affine a Fabio Arnosti e quale più ad Arnoux?
Gli strumenti usati nel disco sono tantissimi: molti sono midi e sono stati scritti nella prima
fase, quella del provino, e poi mantenuti nella fase Mushroom (lo studio dove è
stato realizzato l'album, ndr) e lì
"pompati" dalle mani esperte di Enrico
Berto. Cristiana Basso Moro ha cantato insieme a me. Gli strumenti reali
sono chitarre classiche, suonate da me ed Enrico, un violoncello suonato da Martina
Bertoni, una batteria suonata da Alessio Ghezzi, mandolini, diamoniche,
percussioni, ms20, batterie elettroniche, filtri, ecc...
Fucked up, got ambushed, zipped
in e non si può non pensare ad un omaggio ai Fugazi. Quali le tue più
importanti influenze musicali? Tra queste quali i tuoi riferimenti nella musica
italiana?
I Fugazi li adoro, artisticamente, politicamente ed umanamente: ho avuto la
fortuna di vederli dal vivo una volta... sono macchine da guerra: il gruppo più
figo del mondo! Poi ci sono un sacco di cose, da Aphex Twin ai Beatles,
dai Motorpsycho ai Brainiac, dai Daft Punk ai Can. Mi
piacciono un casino poi i gruppi italiani degli anni Settanta, tipo quelli che
cantavano in italiano con la pronuncia inglese: è un po' quello che faccio io
adesso, cantare in inglese con una fastidiosa pronuncia friulana (sorriso). Poi
un grande amore... Lucio Battisti.