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Gang

Alla ricerca del fuoco che non si spegne

Sono tempi duri per la musica, e soprattutto per i musicisti. Per alcuni di questi i tempi duri sono una costante da sempre. Perché se hai il coraggio di essere critico, di parlare di temi “scottanti”, di raccontare del lavoro e della sua dignità, di operai e mafia, di antifascismo e resistenza… non ci si può aspettare di essere accolti a braccia aperte nel Paese del conformismo e dei volta gabbana. Anche per queste ragioni la vita discografica ed artistica dei Gang, la band marchigiana di Filottrano il cui nucleo è fondato sui fratelli Marino e Sandro Severini, non è mai stata semplice, tanto che per poter pubblicare in totale libertà i lavori più recenti hanno dovuto nuovamente fare ricorso ad una raccolta fondi al fine di proporre la loro visione del mondo. Anche questa volta, nonostante le difficoltà del momento, i sostenitori della band, presenti in ogni regione del Paese, hanno risposto in maniera sentita ed efficace diventando 1.611 coproduttori. Pagati, quindi, i musicisti, il produttore, lo studio di registrazione; pagato il mixaggio, il master, la stampa, la spedizione… Pagato il “tributo” all’essere liberi, con “Ritorno al fuoco” i Gang sono riusciti a produrre un lavoro di grande potenza sonora, con testi efficaci e calati nella realtà, toccando temi “caldi” riferiti all’oggi, ma guarda caso sono sempre quelli di ieri e anche di domani, esaltando, con le loro storie la vita di ogni giorno così come la Storia nell’accezione più ampia. Un lavoro coraggioso e come sempre controcorrente, che ha visto ancora una volta nella figura del produttore Jono Manson, il punto di riferimento di alcune preziose scelte musicali e di arrangiamento. Chi ha recensito l’album ha già indicato il proprio giudizio. Ma noi, ostinati, abbiamo voluto ascoltare anche le parole di Marino Severino che, come Virgilio con Dante, ci ha condotti dentro le ragioni di questo lavoro e della storia di questa avventura artistica e di vita. ...............................................................................................  

‘Sangue e cenere’, ‘Ritorno al fuoco’. Ma non avete ancora perso il timore di scottarvi…?
“Il grande vantaggio del giocare col fuoco è che non ci si scotta mai. Sono solo coloro che non sanno giocarci che si bruciano del tutto”. Mi sembra sia stato Oscar Wilde ad aver scritto questa frase. Col fuoco non si scherza e occorre imparare a “giocarci”. Avere a che fare col fuoco significa avere una relazione con la Verità. Ricostruire un rapporto affettivo con la Verità; commuoversi è com-muovere la Verità che non è altro che una passione. Tutto ciò significa essere sempre disposti, disponibili e pronti all’innamoramento, che alimenta continuamente questa passione che è la Verità. Questo fatto, questa Passione, questo “fuoco”, non lo si può scambiare con niente al mondo: né col denaro, né col successo. Significa semplicemente vivere in modo non mediocre o stupido o nichilista, ma soprattutto significa non rispettare le convenzioni se queste diventano una gabbia.

Suoni potenti, ricchi di melodie, colori incandescenti, Hammond e fiati, chitarre e tanta luce. Tutto merito di Jono Manson oppure la messa in opera di una vostra visione musicale sempre più “aperta”?
La Luce! Come in “Blues Brothers” quando Belushi vede la Luce ed esclama, estasiato: “La Banda, La Banda…”. Le storie cantate in questo disco sono storie molto luminose, sono come torrenti che affluiscono in un grande fiume. Oppure sono viaggiatori provenienti da direzioni diverse che finiscono per ritrovarsi attorno al fuoco e formare una nuova carovana per continuare il viaggio, il cammino. La luce che portano è quella del fuoco, e infatti sono tutte storie che portano il fuoco dentro. Ti ricordi Sulla Strada di Cormac McCarthy ? Quando il bambino chiede al padre “ce la caveremo, vero, papà?” e il padre risponde “Ce la caveremo, e non ci succederà niente di male. Perche’ noi portiamo il Fuoco. Si, perché noi portiamo il fuoco” È quel fuoco che ripara dalla tempesta (come racconta Dylan in Shelter from the storm) e che illumina quando la luce dell’alba non si distingue ancora bene dal buio freddo della notte. Sono tutte storie che riscattano dal grande freddo, dall’orrore del tempo e ci indicano la direzione da seguire verso tempi ancora inesplorati. Sono riparo ma anche rotta da per-seguire.

Riguardo invece l’apporto creativo di Jono?
Che dire di Jono Manson…? Con lui ormai si è stabilita una bellissima intesa dovuta più che altro ad uno stesso bagaglio di amori comuni: stessi dischi, stesse band, stesso modo di concepire il “rock’ n’ roll” visto come appartenenza, stile di vita, luce e calore, come quell’elemento che non è niente ma che contiene tutto: la bellezza. Quell’elemento che a quelli come noi ha salvato, e continua a salvarci, la vita. Se poi penso alla mia esperienza diretta, Jono - come ho ripetuto molte volte - è “l’Amico americano” tanto atteso, che m’ha salvato la vita nel senso che con lui come timoniere mi è rinata la voglia e il desiderio di fare dei dischi, di raccontare cantando. Jono è per me un bacio della fortuna. Non ho mai incontrato in tanti anni nessuno tra coloro con cui ho lavorato, che abbia mostrato tanto rispetto nei miei confronti e nei confronti delle canzoni che ho scritto. E questo si sente, eccome se si sente. Fin dal primo disco avrei voluto lavorare come sto lavorando negli ultimi anni con lui.

 

Torniamo al presente. Ritorno al fuoco è un album notevole da un punto strettamente musicale, ma leggendo bene i testi non ci si può sottrarre ad una sorta di latente mestizia perché, in fondo, si parla di perdenti. Oppure non è così?
Le storie che racconto e canto non appartengono al dualismo consueto fra vinti e vincitori ma sono tutte storie di invincibili, di coloro che, comunque sia, non si sono arresi. Anche Concetta che si dà fuoco nella sede dell’Inps di Settimo Torinese non si arrende con quel gesto... Gli stessi “residenti” di Via Modesta Valenti, una via romana che non esiste, una via invisibile, sono i principali “portatori del fuoco”, gli ultimi, i poveri, i più sfruttati della terra, perché è a loro che si rivolge la più grande delle profezie e delle promesse, le ultime parole del figlio di Dio, sulla Croce! Ma per essere più chiaro, su quella che è un’impostazione e un fondamento di tutto il mio lavoro, sono costretto a tornare su uno dei miei soliti e consueti “sermoni” a proposito della ‘memoria’. Io non sono mai stato d’accordo con quella sorta di “manifesto” che per anni e anni ha campeggiato su di noi: “La Memoria siamo Noi”; mi dispiace per Giovanni Minoli e Francesco De Gregori ma io sono sempre più convinto che la Storia appartiene ai vincitori. Chi vince ha la Storia e ne impone la propria versione con i mezzi che ha a disposizione, quelli del potere. Allora noi che abbiamo avuto nei secoli dei secoli? Noi abbiamo avuto anzi, noi siamo, le Storie, al plurale. Come scrive Leslie Silko, scrittrice indiana d’America “Se hai le storie hai tutto, se non hai le storie non hai niente”. E queste storie nostre fanno una Storia diversa da quella dei vincitori, fanno la Storia nostra quella dei vinti. Tenerle vive, ricordare, anche cantando queste nostre storie significa che non abbiamo dimenticato il nostro cammino, le strade percorse che ci hanno portato fino a qui, significa quindi che non abbiamo dimenticato l’esclusione, l’emarginazione, lo sfruttamento, le violenze subite. E così teniamo viva la Memoria che è l’unico mezzo, l’unico strumento che da vinti ci rende in un certo senso invincibili o, se vuoi usare un termine diverso, che ci rende non omologabili.

Riguardo a quella che tu hai chiamato ‘mestizia’, probabilmente la spiegazione sta nel fatto che tutto proviene da un territorio, da una scena nella quale vado a ricomporre e far incontrare queste storie, che è quello della ‘tragedia’. Uno spazio tragico dove possa esistere ancora la possibilità di un conflitto e quindi del relativo riscatto. Ma “tragico” non significa “infelice”. La situazione tragica è una situazione nella quale si è di fronte al bene e al male, alla vita e alla morte, a Dio, alla legge e alla sua trasgressione. Quindi lo spazio tragico, non è mai uno spazio pacificato ma è lo spazio deputato al conflitto, anche quello che c’è in ognuno di noi. E su questo spazio vanno in scene queste storie cantate. Mai su quello dello spettacolo o dell’intrattenimento... tanto per capirci meglio.

 

Cosa significa per voi, al di là del fatto economico, avere tanti co-produttori che vi hanno permesso l’ennesima uscita discografia in un periodo così difficile per la musica?
È la riva trovata dopo tanto viaggiare per terre e per mari. Vuol dire dare un senso al concetto di Appartenenza. Una comunità che si ritrova attorno ad un progetto, un’opera, una prospettiva e si fa carico della sua realizzazione. Una piccola grande rivoluzione. Significa anche poter costruire, con i materiali eterni della stima, della fiducia e del rispetto. E farlo in completa libertà, fuori dalle logiche del mercato e del profitto, della merce. Significa far parte, aver trovato la mia parte in un contesto più ampio: quello di una comunità. Questo è estremamente importante sotto tanti punti di vista. Il primo è il riconoscimento e il conferimento del mio lavoro. Ossia aver ritrovato un mio “spazio politico”. Mi spiego: socializzare all’interno di un gruppo significa trovare la dimensione permanente dell’individuo. “Ogni individuo è mentalmente un gruppo” scrive Pietro Barcellona. All’interno di ogni uomo c’è sempre un gruppo mentale. E solo all’interno di questo gruppo esistono quelle dinamiche in base alle quali gli uomini si definiscono come leader, poeta, artista, profeta, gregario... quindi è nel gruppo che trovo e ritrovo oggi più di ieri la mia piena dimensione individuale. Tutto ciò ha molto a che fare con la politica, col rapporto fra individuo e il suo essere sociale. Ecco perché il nostro crowdfounding, la raccolta nella “cassa comune”, arriva a livelli mai raggiunti in Italia per la produzione di un disco. Perchè ad esso ho cercato sempre più di dare una valenza politica. Del resto, qual è l’essenza stessa della politica se non creare comunità, dare ad essa slancio e ispirazione affinché si possano realizzare, insieme, gli obiettivi prefissi e, da ultimo, creare economie. Con l’uso di questo strumento siamo riusciti a realizzare insieme tutti e tre questi obiettivi che costituiscono l’essenza della Politica.

Mai come in questo caso possiamo quindi dire che è un disco “condiviso”, la somma di tante storie individuali che diventano racconto di una comunità..
È così, e infatti la realizzazione di questo disco, per le modalità che abbiamo detto con cui è nato, non la considero una “vittoria”, dei Gang, ma quella di una comunità reale che da tanto tempo si ritrova, si riconosce, si abbraccia, si racconta e spesso canta attorno al fuoco le canzoni ‘nostre’, e anche quelle dei Gang. È una comunità che conosciamo bene e da anni, ed è la stessa che si è fatta e si fa carico dell’esistenza dei Gang ed ora anche della produzione dei nostri lavori ma soprattutto della nostra autonomia, indipendenza e libertà nel realizzarli. È un mondo che ci ha sempre dimostrato una smisurata gratitudine anche regalandoci il vino, l’olio, i libri, le cioccolate… e nei confronti di questa comunità io mi sono sentito sempre in debito e ad essa dico Grazie! Questo mi restituisce oggi, più di ieri, un valore che conta moltissimo per me e a cui facevo riferimento prima, cioè l’Appartenenza! Ed è soprattutto questa esperienza che più di tutte le altre qualifica degnamente il nostro lavoro o meglio il frutto del nostro lavoro come bene e non come merce. Credo che sia arrivato il tempo di fare chiarezza e ristabilire i confini fra ciò che è un ‘bene’, in questo caso un Bene Culturale e Comune e ciò che è invece la Merce.

Questo ragionamento porta dritto dritto al concetto più ampio dell’arte e della sua mercificazione…
Per decenni abbiamo assistito ad una sorta di “sdoganamento” di ogni forma artistica e di produzione culturale per condurre tutto questo nell’ambito del mercato e sottoporlo alle sue leggi e ai suoi principi, primo fra tutti quello del profitto. Facendo così diventare ogni espressione artistica né più e né meno che una merce. La responsabilità - o perlomeno la gran parte - di questa “barbarie” è tutta della sinistra italiana e della sua “politica culturale”, un dato di fatto che Pier Paolo Pasolini già denunciava negli anni 70.
C’è Musica e musica, e la “nostra musica” è espressione di una cultura, la nostra, quella popolare, quindi è un Bene ed essendo tale, come tutti i Beni ha come riferimento e interlocutore la cultura e la politica. Se invece è “altro”, una musica che è semplicemente una merce, ha e avrà come interlocutore il mercato. Sono due universi completamente diversi, da non confondere e da separare nettamente. E da questa separazione dipende poi il “come si fa”, quali sono i materiali da usare, le competenze, i requisiti necessari, la funzione e l’utilità. Perché un conto è costruire un bene, comune e culturale, mentre altro è costruire, realizzare un prodotto, una merce. Sono mondi inconciliabili E questo va assolutamente ribadito. Se noi non cominciamo a distinguere un Bene da una merce, non ci sarà futuro per la “nostra musica”. Non tralascerei l'aspetto economico o cosiddetto "vil denaro" perchè poi sono queste le risorse necessarie per fare dischi come i nostri. E scendendo nel personale, sono risorse che nessuna casa discografica multinazionale o indipendente che sia, mai e poi mai metterebbe a nostra disposizione. Ripeto, io considero il mio lavoro, un lavoro culturale volto a contribuire ad un processo di emancipazione di tutto un Paese. Compreso quello di trasformare molti consumatori in produttori di beni, ossia far sì che se ne facciano carico in prima persona, se ne assumano la responsabilità. C’è sempre un “dio” nelle piccole cose, e le vere grandi rivoluzioni cominciano sempre da profonde mutazioni antropologiche… questa esperienza è una di esse.

 

Un album potente contro l’indifferenza, per richiamare l’attenzione su temi troppo spesso lasciati a margine del confronto politico?
L’indifferenza è l’anticamera del Fascismo, è la radice di tutti i mali. Per dirla con Antonio GramsciL’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.”
E se oggi c’è così tanta indifferenza è solo perchè c’è poca “differenza”. Come in un sistema di vasi comunicanti l’indifferenza si abbassa fino a scomparire man mano che si alza la differenza. E per riaffermare la differenza occorre stabilire subito, al più presto, una relazione col futuro, sapendo benissimo che per andare avanti occorre tornare indietro. Tutto ciò significa liberarci dalle catene di un eterno presente e liberarlo rimettendolo in relazione col passato e col futuro. Scrive Mario Tronti in Disperate Speranze che “Non è tempo di utopie. Per questo è necessario tornare a parlare di Utopia. Siamo in catene tra le sbarre di un eterno presente, una condizione che ci toglie la libertà sia di guardare indietro sia di mirare avanti. Perché, secondo l’opinione corrente e dominante, il passato ha il dovere di morire e l’avvenire non ha il diritto di vivere. Per reazione, a cercare luce dalla caverna, sovversive diventano allora due facoltà grandemente umane: la memoria e l’immaginazione. Esse vanno coltivate insieme e non l’una contro l’altra: è questo quanto voglio tentare di dire. Aggiungendo: il riferimento non deve essere a ieri, ma all’altro ieri; non al domani, ma al dopodomani. L’immediato passato è ciò che ha prodotto questo presente: va messo sotto critica. L’immediato futuro è tutto nelle mani di chi comanda oggi: occorre strapparglielo. Mai dimenticare che quando si pensano concetti politici, bisogna legarli a filo doppio con le lotte. Nel viaggio per raggiungere le coste dell’isola di Utopia, si arriva attraversando un mare in tempesta, non certo cullandosi nella grande bonaccia delle Antille.

E se non c’è futuro sappiamo benissimo che c’è soltanto fascismo. Il fascismo nasce soprattutto dalla mancanza di futuro. Il fascismo è la logica dell’immediato che distrugge, è la logica dello sfogo delle pulsioni, “la cosiddetta pancia”. È la fine delle passioni. La pulsione immediata è tipica di tutti i movimenti fascisti. Al contrario la capacità di durare, di progettare, di guardare al futuro di avere passione per il “differire” è una classica posizione di sinistra. Le Storie cantate in “Ritorno al fuoco” indicano un futuro e mettono in relazione quelle degli ultimi e degli sfruttati della terra di ieri e di oggi con le grandi utopie, sono storie che fanno un futuro in quanto chiedono e rivendicano il diritto di essere vive, partecipi e protagoniste, egemoni, nella costruzione del futuro.

Che cosa significa, per voi, l’orizzonte di un Nuovo Umanesimo e come la musica, il vostro lavoro, può esserne parte attiva?
Riprendendo il filo del discorso, il futuro si è sempre fatto con le tradizioni. E se così è stato, così sarà. Un Nuovo Umanesimo può nascere soltanto dall’incontro di tre nostre grandi tradizioni, che sono la tradizione cristiana (che poco ha a che fare con quella vaticana), e qui mi riferisco alla tradizione dei Balducci, dei Don Gallo (qui in alto nella foto) e Don Milani, dei Don Puglisi, dei Padri Zanotelli e Turoldo e così via fino ai testimoni della Teologia della Liberazione. La tradizione socialista e comunista. Mai come oggi Gramsci è l’intellettuale più letto, studiato e ammirato in tutto il mondo, dal Libano alla Palestina, dall’India all’Inghilterra e gli Usa… ci sarà un motivo e forse anche più di uno, ma per questo bisognerebbe aprire un capitolo a parte. E la terza tradizione è quella delle minoranze! Senza di essa non ci sarebbe progetto democratico. Le minoranze delle sinistre eretiche, dei migranti, il movimento delle donne, le subculture giovanili provenienti dalla “strada”. Dall’incontro di queste tre tradizioni può nascere quella forza capace di guidare il Paese verso una direzione ostinata e contraria al nuovo feudalesimo che impera, rapina e preda ogni risorsa e riduce in schiavitù milioni di esseri umani.

Tre concetti, tre tradizioni come le chiamavi tu, che mi pare convivano da sempre nel vostro modo di essere uomini e musicisti.
Vero, sono tre “tradizioni” a cui abbiamo cercato di dare spazio e quando non c’era di crearlo, in un territorio culturale prima che politico, con l’obiettivo di farle incontrare. Oggi più che mai abbiamo soprattutto bisogno che la Politica diventi questo spazio di incontro, di relazione, di conoscenza, di scambio, che risponda al bisogno di vivere insieme delle esperienze diverse, del bisogno di ognuno di “rendersi pubblico”. Ecco perché da tempo affermo che oggi, in questa fase, non ho bisogno dei cosiddetti politici di professione ma ho un disperato bisogno dei Pontefici, di uomini e donne che sappiano costruire dei ponti fra queste tre tradizioni. E solo così, da questo “particolare”, potremo pensare ad un progetto più ampio, ma inevitabile, che riguarda il governo del Mondo. Ma, ripeto, partendo da noi, dalle nostre tradizioni e non viceversa. Un governo del mondo. Sembra un concetto utopico ma se non tendiamo a quello come potremo risolvere i problemi più importanti e vitali per l’Umanità come la distribuzione dell’acqua, l’inquinamento, la criminalità organizzata, la pandemia in corso? In questa ottica noi contribuiamo ad un nuovo ‘racconto’, perché oggi l’Umanità ha bisogno più di ogni altra cosa di un nuovo Racconto di sé stessa. Sempre citando Pietro Barcellona e il suo ‘Racconto dell’Occidente’, l’umanità ha bisogno di un racconto differente da quello che si ha adesso, differente da quello degli illuministi per intenderci: si viene dal feudalesimo, si scopre la ragione, la ragione ci dà la tecnica, la tecnica è lo strumento per dominare la natura e tutto ciò si adatta perfettamente al modo di produzione capitalista. Questo non è altro che un racconto che si proietta nello sviluppo, nel progresso, nella crescita. Ma questo racconto, oggi, non motiva più nessuno, non sono molti oggi quelli che ci credono. Una società esiste se quella società è interiorizzata nei membri di quella società. Questo sistema ormai è arrivato alla fine poichè è un sistema senza Storia, sempre più singolarizzato. Gli uomini hanno sempre risposto alla domanda su ciò che sono definendo un sistema antropologico. Una volta l’uomo creduto di essere figlio di Dio, un’altra cavaliere errante, un’altra è stato astronauta... Ogni cambiamento sociale è un cambiamento antropologico. Oggi occorre un nuovo racconto, di un uomo nuovo, quello che saprà costruire la Città Futura e il governo del Mondo! Ecco allora che torna la profezia di Ernesto Balducci (qui sotto nella foto) che riprende la radice dell’Umanesimo nostro e cioè L’Uomo Planetario! Le nostre canzoni contribuiscono coscientemente a questo nuovo Racconto. Vorrei ricordare a proposito le parole di Ernesto Balducci: Se noi lasciamo che il futuro venga da sé, come sempre è venuto, e non ci riconosciamo altri doveri che quelli che avevano i nostri padri, nessun futuro ci sarà concesso. Il nostro segreto patto con la morte, a dispetto delle nostre liturgie civili e religiose, avrà il suo svolgimento definitivo. Se invece noi decidiamo, spogliandoci di ogni costume di violenza, anche di quello divenuto struttura della mente, di morire al nostro passato e di andarci incontro l'un l'altro con le mani colme delle diverse eredità, per stringere tra noi un patto che bandisca ogni arma e stabilisca i modi della comunione creaturale, allora capiremo il senso del frammento che ora ci chiude nei suoi confini. È questa la mia professione di fede, sotto le forme della speranza. Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo.”

 

Il vostro album l’ho percepito come una sorta di mappa per orientarsi nei tumulti e nella confusione dei nostri tempi. È una lettura personale oppure è una possibile chiave di lettura?
Io rispetto tutte le chiavi di lettura, anche diverse dalla mia, perché un’opera, quale essa sia, sa molto di più di colui che l’ha creata, come le parole sanno molto di più di chi le pronuncia. Dico ‘opera’ perchè un insieme, un pugno o una carovana di canzoni hanno sempre quella velleità o desiderio di proporsi come opera. Ed ogni opera è un modello, o meglio la creazione di un modello. Tutto ciò significa che io, “artista”, costruisco qualcosa che ha fondamentalmente il carattere di una proposta sul come guardare il mondo. Sarò molto contento di suscitare l’interesse di chi ascolta e, al tempo stesso, sono sempre pronto a capire che chi mi ama davvero farà di tutto per non seguirmi, perché la più’ profonda lezione contenuta nel mio sforzo è quella che ciascuno possa seguire la propria strada. Quindi ben vengano più interpretazioni possibili e diverse dalla mia volontà. Tenendo sempre conto che la pienezza di un modello sarà dimostrata dal suo ordine interno (per citare un artista a te molto caro, pensa a Springsteen e al suo ordine quasi perfetto!) ma al tempo stesso, per paradosso, la qualità del suo ordine sarà mostrata dalla quantità di disordine ospitato (e qui, sempre per un confronto, pensa al disordine incredibile di Dylan…).

Ma rispondendo in maniera più precisa alla tua domanda, “Ritorno al fuoco” offre riparo, e il riparo sta tutto nel ritrovare e ricostruire un Noi, un senso comunitario, di condivisione e appartenenza. Un Fuoco che si riaccende storia dopo storia. Quel fuoco non è altro che il riaccendersi delle passioni. E il luogo dove rinasce tutto questo è quello della “critica”, della conoscenza e del confronto. E questa è un’esperienza che si può fare solo nel gruppo, nella comunità, nel Noi. Le storie cantate hanno le funzioni o la presunzione di liberare le passioni dai momenti più repressivi, soprattutto dal dominio della ragione e della ragionevolezza, perche’ dal dominio della ragione sulle passioni nasce sempre l’indifferenza rispetto ai valori della vita. E la liberalizzazione delle passioni consente quei rapporti di cooperazione che ricostruiscono continuamente un Noi a cui facevo riferimento. La modernità ha paura, più di ogni altra cosa, della Vita e quindi cerca di controllarla continuamente quasi ossessivamente. Questa è la vera malattia dell’occidente, la sua presunta onnipotenza. Queste storie cantate sono un po’ delle crepe su questo muro del controllo della ragione sulle passioni. Del resto, lo stesso Pasolini affermava che “la Rivoluzione non è che un Sentimento” e sui sentimenti occorre far leva per abbattere ogni muro. Quello che io, in quanto autore, ho sempre cercato di comunicare è soprattutto un sentimento di speranza, di fede più che di fiducia, e soprattutto di coraggio. Come cercare di infondere a qualcuno che è in difficoltà, in crisi, quel desiderio di vivere, di lottare. Il coraggio, del resto, come scrive Vito Mancuso è il “campo-base della vita, la fortezza-rifugio”.

La confusione dei tempi a cui accenni è dovuta più che alla perdita dei valori, alla perdita dei simboli. È il simbolo che ci permette di avere un rapporto con tutte le cose che non sono presenti e ci consente un rapporto col futuro, una continuità, un orientamento. E nella cultura dello spettacolo le immagini hanno sostituito i simboli. Il simbolo rinvia sempre a qualcos’altro. Permette di pensare “oltre” mentre l’immagine continuamente presente non lascia posto per la domanda di senso che stimola l’immaginazione e crea un immaginario. La civiltà delle immagini è una civiltà senza immaginazione perchè l’immaginazione è legata al “senso”. Pensa solo un attimo a una canzone come Via Modesta Valenti quanti simboli riesce a contenere… Da questo punto di vista “Ritorno al Fuoco” oltre che riparo dà un “orientamento”, senza dare o mettere “ordine”.

 

Dall’album, ma non solo da questo, scaturiscono alcuni temi, a mio avviso ineludibili, rispetto alla comprensione della società e del suo futuro. Temi di cui vorrei aprire la lettura consegnandovi delle parole di cui chiedo una “lettura”: Condivisione, Cammino, Comunità, Combattimento, Giustizia, Pace.
Questa è la domanda la cui risposta potrebbe prendere la forma di un libro…Eviterei visto che le altre risposte sono già corpose e rispondo in maniera schematica, tema per tema…



Comunità
: è il primo passo di un lungo cammino verso la libertà! È l’apprendistato di quella che sarà la futura umanità. È quel “dio” che c’è e che vive nelle piccole cose. Nella comunità si apprende la possibilità della propria realizzazione e affermazione individuale nel gruppo. Quel gruppo con quale si condivide le stesse passioni si impara a condividere, a rapportarsi, a confrontarsi. La comunità è sempre limite e soglia. La comunità è incontro e costruzione di un amore: il “Noi”. E proprio perché è costruzione, la comunità non dovrebbe mai esaurirsi nel dogma, non deve mai permettere che i legami diventino catene ma relazioni da cui possa germogliare, stagione dopo stagione, quel raccolto che è la cultura. La comunità è anche educazione sentimentale rispetto all’appartenenza! Perché è dal rapporto fra “Radici e Ali” che nasce la parola che è ponte fra le generazioni: il Grazie! Ed è nel Grazie che si scopre continuamente che ognuno di noi è frutto di relazioni e che nessuno si fa da solo. Ecco allora che nel Grazie si svela e rivela l’appartenenza. La base e la condizione imprescindibile della libertà. Quella libertà che non vuol dire “faccio quello che mi pare”. ma faccio quello che voglio. E nel volere, quindi nella scelta, assumersi sempre la responsabilità rispetto alla propria comunità di appartenenza.

Condivisione: la tavola comune, la cena alla fine del giorno. La ricchezza frutto del lavoro da spezzare in parti uguali come compagni e fratelli. Perché è il lavoro che ci fa civili, è lo strumento di partecip-azione, di emancipazione. Il lavoro come strumento per la conquista della dignità. La dignità che, come la definiva Ernesto Balducci, è il diritto alla speranza! Il diritto di tutti i diritti. Condividere il frutto del proprio lavoro è mettere in comune la speranza. Avere una speranza comune già ci fa popolo più che comunità. La speranza ci dona una visione del mondo potente, dell’intera umanità, ci affratella al resto dei nostri simili.

Cammino: sono le storie, che tengono viva la Memoria e senza la quale non avremo orientamento durante il cammino. Sapere da dove si viene significa sempre non avere dubbi sulla direzione e dove si vuole arrivaren nonostante cambino i territori da attraversare. Chi ha le Storie troverà sempre la direzione giusta e non smetterà mai di camminare verso la libertà, il paradiso sulla Terra, la Terra Promessa. Dove edificare la casa comune, la futura città ideale.

Giustizia: essere e agire sempre nel giusto, essere dei giusti! La Legge e la Religione, binari su cui viaggia quel treno delle civiltà, mai troppo vicini o troppo distanti l’uno dall’altro, ma che si incontrano, nell’eternità, in un solo punto e in un solo principio “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Colui che vive nel giusto è un uomo e una donna civile.

Combattimento: la lotta! Essere partigiani sempre, stare dalla parte della vita, sempre e per sempre. Riscattare il male, come i partigiani riscattarono l’orrore nazifascista dando a noi la Costituzione; come la Teologia della Liberazione riscattò il genocidio degli indios in America latina. La lotta è nel riscatto dal Male, nel trasformarlo in Bene! come le tenebre in Luce. Non a caso i giusti sono chiamati, in alcune culture, anche Illuminati.

Pace: la fine del viaggio, il ritorno dell’umanitàì sulla Terra. Il governo dei Giusti sulla terra. Il regno invocato nella preghiera di tutte le preghiere che è il Padre Nostro, (direbbero i cristiani). Per raggiungere questa Pace occorre comunque evangelizzare la politica o politicizzare il Vangelo. Perchè, comunque sia, la Pace ci sarà solo quando i miti, gli assetati di giustizia, erediteranno la terra. La pace è la scoperta del limite e il limite ci è dato dalla coscienza del sacro o meglio dalla distinzione fra il sacro e il profano. E il sacro non è altro che il terreno del limite, magari non definitivo ma sempre limite delle cose che non sono disponibili agli umani. Questo è già presente nelle prime forme di società. Quindi la pace non è che il trionfo della vita, Shalom come dicono gli ebrei, i piedi senza stivali, il bagno nel fiume, l’orchestra che ci dà dentro, i fuochi artificiali, le tre stelle sul cappello, le Beatitudini! La pienezza della vita!

 

Cercando di esprimere “concetti” ai titoli/contenuti delle canzoni (?) dell’album mi vengono in mente alcune suggestioni che sigillo in questi concetti: Epica, Amore, Misericordia, Libertà, Umanità, Ingiustizia, Sofferenza, Poesia. Da qui un dubbio: quanto sentite profonda la frattura tra bisogni, realtà e società e come la musica, l’arte, può essere un elemento di coesione per cercare, se possibile, di ritrovare un Nuovo Umanesimo?


Credo che la risposta sia contenuta nell’essenza della cultura popolare. Del resto, le nostre canzoni sono canzoni “popolari” in quanto sono fatte con i pezzi, gli avanzi, gli scarti direi della nostra cultura, non solo musicale. Il simbolo della cultura popolare, per dirla con le parole di Alessandro Portelli (qui insieme in una foto di qualche anno fa) non è altro che il “quilt” la coperta patchwork degli indiani d’America. La cultura popolare! Quella che dalla frammentazione rimette insieme i pezzi e crea una nuova cosa. Questo accade perché la cultura popolare è sempre stata soggetta alla distruzione, alla scomposizione, all’oblio e quindi ha imparato, da sempre, a vivere con l’orizzonte della sua scomparsa. Ha da sempre imparato questa sorta di bricolage che crea nuovi insiemi dotati di bellezza e di senso anche prendendo in prestito gli scarti e i rifiuti delle culture dominanti. In tutto ciò quello che a me interessa e m’è stato tramandato, è lo sforzo di ricomporre sempre e comunque un’unità, eterogenea e provvisoria che sia, con gli strumenti a disposizione e nelle circostanze, favorevoli e non, in cui ci troviamo ad operare.

La soluzione sta sempre nell’unità ritrovata, perché solo insieme potremo farcela a ricomporre la relazione fra bisogni e sogni e soluzione ai problemi che stiamo affrontando. L’arte può creare quell’immaginario necessario alla soluzione, può chiamare a raccolta, può celebrare il mito fondante con i suoi riti, può fare di tutto e di più, ma non potrà mai sostituirsi alla Politica, la più grande delle Arti, quella della mediazione. E la mediazione più grande della Politica sta soprattutto nel saper mantenere la giusta distanza fra due binari sui quali camminano le civiltà, che sono la Religione e la Legge. I binari non devono mai essere troppo vicini o lontani l’uno dall’altro e non si incontrano mai, ma solo se li guardiamo da vicino. Se lo sguardo invece va all’infinito (entra nell'eternità) sia davanti (il futuro) che dietro di noi (il passato) allora ci accorgeremmo che i binari si incontrano in un punto solo. E su quel punto che solo uno sguardo "eterno" sa cogliere, Religione e Legge si incontrano. Lo stesso unico punto su cui reggono tutte le religioni e tutte le leggi, quel punto è un principio che ho già espresso in precedenza, che tradotto a parole non è altro che “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” La politica deve o dovrebbe avere sempre presente questo perchè sia motore del treno della civiltà. Deve e dovrebbe avere quello sguardo lontano e quello vicino. Per prendere delle decisioni, per organizzare la vita pratica, gli uomini utilizzano una logica razionale, ma per creare e comprendere il senso della loro esistenza utilizzano continuamente il Mito. Siamo sempre funamboli fra questi due momenti, quello mitico e quello razionale. La politica deve sempre trovare un equilibrio fra di essi, camminando sul filo della Storia. Ma la politica per rigenerarsi continuamente ha bisogno di uno “spazio creativo”, uno spazio per essa stessa di vitale importanza.

 

 

Come avete vissuto l’anno di pandemia in attesa di poter lanciare l’album e quali i progetti per il futuro in termini di presentazione del vostro lavoro?
Di fatto abbiamo realizzato “Ritorno al fuoco” durante il tempo della pandemia, dall’inizio delle registrazioni alla consegna ai co-produttori quindi siamo stati costretti ad affrontare un'infinità di problemi legati alle disposizioni anti covid: sia qui in Italia che in America, che in Pakistan... ovunque. E tutto ciò ha portato ad un allungamento dei tempi di lavorazione notevole. Abbiamo terminato il lavoro quasi 8-9 mesi dopo i tempi programmati all'inizio delle registrazioni. I tempi si sono allungati poi anche nelle fasi della stampa e delle spedizioni ai co-produttori. In sostanza “Ritorno al fuoco” ha richiesto un anno di lavoro, assiduo e costante. Comunque il tempo a disposizione e le risorse ottenute attraverso il crowdfunding ci hanno permesso di realizzare quanto ci eravamo proposti fin dai provini del disco. Alla fine il risultato o, meglio, il Fine ha dato una ragione ai tempi lunghi e alle mille e mille difficoltà che abbiamo incontrato lungo il “tragitto”. Al momento aspettiamo, come tutti, le nuove disposizioni per l’estate e in base a quelle capire come meglio fare per promuovere il disco. Ci saranno dei concerti sia in duo che in quartetto acustico e sia con tutto il gruppo. E nel frattempo useremo i nostri canali in rete, i social e ci inventeremo altri modi per far ascoltare le nuove canzoni. “Il futuro non è scritto” come dice il profeta. L’unica cosa certa è, come ormai accade da tempo, non sarò io e né i Gang a portare le canzoni ma ci faremo portare dalle canzoni, là dove vorranno andare...anche perche’ questo è l’unico modo per trovare sempre casa!

Quale l’importanza/ruolo delle vostre letture per l’elaborazione degli album di vostra produzione che, pur non con particolare evidenza, legano i brani con un canovaccio logico?
Per rispondere in maniera adeguata dovrei partire da un “raggio d’azione” più ampio. La canzone dei Gang appartiene a quella storia della Canzone Popolare nata con Woody Guthrie. L’opera di Guthrie rappresenta l’inizio di una nuova narrazione, quella di sempre, quella del mito dell’unità della umanità futura. Il mezzo che usa principalmente non è la poesia epica, la musica o il romanzo, strumenti fino ad allora adatti a narrare il Mito, ma la canzone! E in una cosa così “piccola”, ma facile da trasportare se sei in movimento, se cammini, Guthrie riesce a contenere tutte le altre arti e linguaggi fino ad allora usati per narrare. Nella sua come nella nostra canzone c’è la musica, la poesia epica e profetica, il romanzo, il cinema e parte delle comunicazioni di massa. Quindi anche “Ritorno al fuoco” è un disco da leggere, poiché molte storie cantate rimandano a dei libri e cercano una maggiore consapevolezza, un ulteriore approfondimento, ti mettono sulla strada della conoscenza e della coscienza. Una strada che la Canzone Popolare non percorre mai da sola ma sempre insieme ad una buona compagnia.

 

Contrariamente al solito, a parte “Calibro 77”, in questo album è presente una cover e cioè A Pà. Quale la ragione della scelta di questo specifico brano e del suo protagonista?
Non so bene perché, ma A Pa’ di De Gregori da sempre, dalla prima volta che l’ho ascoltata tanti anni fa, è per me una di quelle (poche) canzoni perfette! È difficile da spiegare ma è un po’ come un sasso nell’acqua che provoca una serie infinita di cerchi. Forse è una questione di emozione (più che di feeling) lo dico più da aficionado che non da artigiano che fa dei beni comuni chiamati canzoni… Un aficionado, come in ‘Morte nel pomeriggio’ o ‘Fiesta’ di Hemingway… aficiòn significa passione, e in parole povere “aficionado” è colui che conosce attraverso la passione, e non grazie alla ragione o agli strumenti della critica. In un “aficionado” tutte le parti dell’opera d’arte devono concorrere a definire l’intero nella sua semplicità, e solo lui riesce a cogliere l’opera nella sua interezza di autenticità e semplicità. Ebbene, la canzone A Pa’ credo sia l’unica “forma d’arte” che mi ha saputo restituire Pasolini nella sua interezza, con un unico corpo, con un “corpo d’amore”. Su Pasolini cadavere si sono avventati come iene un po’ tutti e ancora oggi continuano a farlo a brandelli, a straziarlo. Ognuno ne fa e ne prende un pezzo, quello che serve alla sua fame… Così Pasolini è diventato una “cosa” da predare a proprio vantaggio e piacimento. Quella canzone no, fa l’inverso, lo ricuce e me lo restituisce nella propria essenza. L’ho voluta incidere perché in “Ritorno al Fuoco”, è in buona compagnia, è la carovana giusta sulla quale farla salire e viaggiare… con Modesta Valenti, Concetta, i Dago, Il treno per Riace…


Aggiungo anche un altro passaggio legato all’emotività che mi crea questa canzone e lo faccio prendendo spunto da quel che disse sui Poveri l’evangelista Matteo (6:25-34) “Nessuno può essere schiavo di due padroni… Non potete essere schiavi di Dio e della Ricchezza..”. Sono le parole di Gesù nel Discorso della Montagna, contenute nel capitolo 6 del Vangelo di Matteo dove si esorta a guardare gli uccelli del cielo e osservate i gigli nei campi. ‘Il giglio nel campo e l'uccello nel cielo’ è anche un’opera filosofica di Kierkegard, dove si afferma che il fine della filosofia deve essere, appunto, “la cura dell'anima”. Una filosofia, che non vuole decostruire, ma ‘edificare’, ossia tentare di costruire una casa senza sofferenze, o almeno con minor sofferenza. Ecco perché ingabbiare Pasolini è un’impresa quasi impossibile. A me interessa la sua Opera intesa come passaggio, attraversamento, come un vento che passa sulle cose della vita, le attraversa e si fa attraversare. Ma il suo Attraversare la vita è un passaggio tragico…Come scrive egli stesso “Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre…”. Ecco, da aficionado posso dire che A Pa’ è un po’ il tentativo riuscito di liberare Pasolini da quella “staffa” e farlo cadere, riposare, beato nella terra di Dio. La grandezza dell’opera di Pasolini sta tutta lì, in uno spazio Tragico, dove regna il conflitto. Un conflitto che prima di tutto è in sé. È l’esperienza del Caos, di quello spazio che c’è fra il nostro essere e il nostro non essere. Il territorio dove Pasolini viene disarcionato e trascinato per tutta la sua vita. Lo stesso spazio dove noi abbiamo esperienza della libertà, della scelta. Il Caos! lo spazio vuoto della libertà che c’è in ognuno di noi. Vito Mancuso nel suo ‘Il coraggio e la paura’ scrive: “Noi siamo e non siamo la nostra ragione il nostro corpo, la nostra passione. Questo spazio dagli antichi era chiamato Spiritus in latino, pneuma in greco, ruach in ebraico… tutti casi in cui il termine significa Vento, aria libera che si muove. In quel Vento abita la Libertà consapevole, lo spirito che ci governa…”

Voi siete attivi da quasi quarant’anni e oltre che alla discografia, il vostro impegno si è svolto sui palchi di tutta la penisola, in ogni possibile condizione. In questo impegno fondamentale per la costruzione del lavoro discografico oltre appunto la forte componente live, sono stati gli incontri. In quest’anno (ed oltre) di pandemia come avete sopperito alla mancanza di contatti diretti e “fisici” con i vostri sostenitori, visto che per voi la dimensione dell’incontro è vitale?
Abbiamo cercato di relazionarci attraverso i social, la Rete... poiché non c’era altro strumento per farlo. Abbiamo tenuto viva la nostra Comunità attorno alla produzione del disco nuovo e delle nuove canzoni, raccontando le storie che le avevano ispirate, organizzando delle feste o meglio dei circus dove molti amici, compagni e fratelli hanno cantato e suonato, hanno tenuto acceso quel Fuoco attorno al quale tutte le sere ci siamo ritrovati. Abbiamo continuato a raccontare e raccontarci. Non è la stessa cosa degli incontri veri a cui siamo stati abituati da decenni, ma tutto questo ha permesso di non disperderci e di far sentire a tutti noi che c’eravamo, che eravamo lì, insieme, per condividere, anche se lontani fisicamente, un brutto momento, una tragedia che ci impediva di “consumare” il rito del Canto Comune. Tenendo viva la speranza che presto ci saremmo riabbracciati nuovamente e insieme avremmo cantato delle nuove storie. Ci siamo fatti coraggio a vicenda. E ne è valsa la pena.

Superati i 60 anni di età, con una grande ed importanza alle spalle, quale il sogno realizzato e quale l’incubo mai esorcizzato?
So che potrei ripetermi, ma il sogno realizzato è l’Appartenenza, il sentirsi e il fare parte...essere Partigiano nel e del mio tempo. Di contro, posso dirti sinceramente non ho incubi, ho imparato a vivere pienamente ogni stagione e in ognuna di esse trovare sempre il mio limite e la mia soglia. Negli ultimi tempi, come scrive Mario Tronti, mi trovo più a mio agio nel sacro che non nel secolo... e questa sacralità l'ho scoperta non solo e non più soltanto nel rapporto con la mia comunità di appartenenza ma anche con la natura, con il tempo. Vivere in campagna mi ha insegnato a relazionarmi con ciò che trascende la mia volontà e mi restituisce in dono la consapevolezza del limite. Questo mi protegge dalle tentazioni di onnipotenza del potere e delle culture dominanti. Sto continuando a vivere la vita con passione nonostante il cambio e l'avvicendarsi delle stagioni della vita.  E questo in un certo senso cura ogni genere di angoscia, mi mette in collegamento col Mistero e da un senso alle cose che faccio, alla mia vita, al mio tempo. Non c'è posto per l'angoscia nel mio essere profondo poiché  esso non è altro che l'immagine dove definisco lo spazio che abito, uno spazio libero e da liberare continuamente.

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E alla fine ci siamo fermati qui perché, per Marino Severini, il discorso sarebbe appena agli inizi e pur non avendo il problema del consumo della carta stampata… ero consapevole che le domande, con lui, sono sempre un “rischio” al quale sottoporsi nella certezza che il riscontro sarà sempre gratificante e di qualità. E anche questa volta il riscontro è stato forte, intenso, potente, ricco, colto, popolare. Un riscontro che manifesta un ardore etico che continua da decenni e proprio come un fuoco infiamma la vita di quest’uomo, di suo fratello della band in tutte le sue versioni costruite nel corso degli anni. È un fuoco che si accende e si spegne. Un fuoco ricco di colori ma, talvolta, affaticato e lambente la cenere. Ma comunque è un fuoco che non si spegne e che non può essere domato. Un fuoco alimentato da storie e da un’umanità che non vuole omologarsi, che si ribella alle strutture senza senso che creano ricchezza per pochi e dolore per tanti, troppi. Marino Severini è una sorta di filosofo che, un giorno, per farsi capire meglio e da tutti, ha deciso di imbracciare la chitarra e ha tradotto il suo pensiero trasformandolo in parole, narrando le storie che ha incontrato nel corso di decenni trascorsi in viaggio, in tutti i luoghi d’Italia, parlando con migliaia di persone, ascoltando musica, leggendo, leggendo, leggendo… “Io contengo moltitudini” dice Dylan di sé, riprendendo le parole di Walt Whitmann. Potremmo dire che Marino Severini e i Gang cantano le storie di moltitudini: quelle ritenute perdenti, ininfluenti, prigioniere, derise, marginali, fragili, vulnerabili, tartassate, derubate. Ma, in fondo, Sante…

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