ultime notizie

Mille anni ancora - 3 settembre a ...

Continua, in direzione ostinata e (giustamente) contraria la voglia di ricordare uno dei padri della nostra storia musicale, Fabrizio De André. Come sempre molti gli artisti e le band che ...

Ennio Rega

Amare la vita e, nonostante tutto, vederne il futuro

Lontano dallo star system dilagante Ennio Rega continua il suo percorso di anima fuori dal coro. Artigiano delle parole e dei sentimenti messi in musica (non per questo sdolcinati, anzi...), con questo nuovo lavoro l'artista salernitano scuote e interroga l'ascoltatore, lo costringe a non lasciarsi cadere addosso la sua musica. Rega vuole confrontarsi, scontrarsi, affiancarsi al suo pubblico, vuole soprattutto che la musica torni ad essere ascoltata e non subìta. Una chiacchierata che ci aiuta a conoscere meglio il suo nuovo lavoro ma che ne traccia anche un profilo più ampio delle sue doti di fine affabulatore e di inguaribile passionario delle parole messe in musica, ma che dalla musica parte per parlare al mondo.
 

“Arrivederci Italia”; un saluto, un congedo o una disillusione che spinge all’isolamento? Nel disco ci sono infatti molti passaggi che evocano una solitudine da incompatibilità con il contesto e con la storia.

La solitudine nell’Italia di oggi è nella “realtà”, quindi non si vede. È l’uomo sradicato che vegeta nella fiction, nelle finte emozioni, finte speranze, finte risate, finte empatie. Tutto un accumulo critico di secoli s’è andato a farsi benedire nell’unica idea possibile del modo: quella “fisica”, imposta da esperti di comunicazione, da geni del male.

Il luogo comune “camorristico”, diffuso in ogni ambiente anche quello della cultura, è il seguente: quando nessuno mi aiuta nella vita, anzi fanno gara ad affossarmi, è naturale che io sia riconoscente a chiunque mi dia una mano. La solitudine di cui parlo è questo vuoto “morale” che mi fa sentire fuori dalla storia. Si salva chi crede davvero nell’immortalità della vita umana, in Dio, poiché un giorno si attuerà il legame tra moralità e felicità. Ho voluto fortemente che la “realtà” fosse tra i versi di questo disco: dolore vero, mancanza di amore vero. Sai, della parola “amore…cuore” si riempie, strumentalmente, la bocca la feccia degli uomini.

Arrivederci Italia è un congedo che non vuole spingere all’isolamento e ciò è molto chiaro nel verso”ipocrisie arrancano nelle retrovie di un’ignoranza che ha smesso di divertirci” di “Italia irrilevante”. C’è un futuro per me, è un carosello napoletano di colori intorno, un popolo in piazza che condivide un sentimento. È l’opposto dell’isolamento. Io amo la vita e vedo un futuro. 

Quanto di specifico è stato indotto dalla realtà nazionale e quanto invece è generalizzabile oltre i confini della nostra situazione? In altre parole, l’Italia è solo un esempio per parlare a chi ascolta o è il vero obiettivo del tuo comporre?

Certo l’Italia è un esempio, ma è anche il vero obiettivo di questo lavoro perché questo Paese nasconde in sé i peggiori vizi nati da una strisciante ignoranza. Personaggi e volti noti, da casa di correzione, si sono lavorati il cervello delle generazioni degli ultimi vent’anni. Certo questo lo sanno tutti. Sì ma noi nel frattempo dove eravamo? Seduti al tavolino di un bar a raccontarci di quanto eravamo avanti quarant’anni prima.

Che fine ha fatto la controcultura! Nascerà mai un nuovo Pasolini? Nessuno che si chieda dov’è di casa la verità, che voglia misurare ogni azione in rapporto all’essere vero o essere falso. A queste “vecchie asserzioni” in questo spaesamento qualcuno ha proposto altri territori? Altre direttive di significati, un luogo nuovo per l’uomo che voglia dare senso alla sua vita? La realtà non interessa più a nessuno, non compra e non vende. L’uomo del 2000 sprofondato nella crisi economica e nell’ingenuità di una pseudo trascendenza metafisica, si nutre di desideri retorici e superstizioni. Un popolo che non parla d’altro che della fine del mondo a dicembre.


Negli anni ’60 e ’70 l’impegno di molti cantautori virava alla protesta con un senso più o meno sfumato, e spesso anche poco credibile, di coscienza di classe. I contenuti in opposition di “Arrivederci Italia” paiono invece uscire da una sensibilità del tutto individuale, figlia dei nostri tempi.

La sensibilità individuale è una cosa molto positiva e non può essere figlia de nostro “osceno” tempo. Ho un altro, ed alto, concetto dell’individualismo.

 

Quale? Vuoi dire per esempio che hai poca fiducia nel prossimo e nel sociale?

L’individualista in senso deleterio, l’egoista diciamo, è colui che crede nell’efficacia pratica messa al posto della possibilità conoscitiva, del rapporto con il reale e la verità. L’individualismo che percepisci nel disco è del tipo etico, fortemente calato nei grandi principi di giustizia sociale. Il ‘68 fallì anche per la mancanza di consapevolezza nel movimento delle ragioni profonde di questo individualismo, le utopie legate alla realizzazione storica del marxismo davano l’”uomo” un po’ troppo per scontato. Ero piccolo ma lo dicevo già allora ai miei compagni. Poca fiducia nel sociale sì, lo confesso. Tutta la fiducia possibile nel prossimo. Per quanto riguarda la musica ti dirò che amo molto la canzone popolare, quella che si spinge nei fatti del sociale, un po’ meno la canzone politica delle filastrocche fatte a slogan.

 

La forma canzone proposta sembra appoggiarsi alla classica struttura strofa – ritornello senza però utilizzare l’effetto accattivante che questo schema può proporre. I testi sembrano più passaggi in prosa con una punteggiatura libera, lasciata alla musica più che alla sintassi della scrittura. Il flusso della coscienza ha spazzato l’obbligo della regolarità metrica nelle liriche?

Te lo dico col massimo dell’umiltà: è un problema che non mi sono mai posto, forse è come dici, il flusso della libertà assoluta ha spazzato l’obbligo di un accostamento classico alla forma canzone. Qualcuno scrive una melodia qualcun altro ci piazza su un testo, nel migliore dei casi cercando di non esagerare con facili tronche finali. Da Battisti-Mogol a Paolo Conte, in due o da soli, se c’è stoffa e mestiere, il risultato è una canzone “vera” non banale. Una melodia efficace, ben copiata…a volte…diceva Totò, cantata bene con voce originale, possibilmente una chitarra al centro di organi, archi e tastiere, fa sì che nasca il tanto agognato brano radiofonico, bello a volte. Nulla però che implichi in sé un’assoluta necessità di questo tipo di prodotto.

L’uomo non è una pecora. Io non amo comporre in quella maniera lì, ho bisogno di essere libero, è la mia pretesa di felicità. Scrivere con rigore stralci di sillabe sulle crome, fare il bel compitino in classe: bravo 9+, funziona., ma non per me.

Potrò piacere o meno, essere apprezzato o meno, mitizzato o meno, ma…c’è un ma: puoi rivoltare il mio lavoro a piacimento, quel che troverai dentro ha sempre una ragione d’essere, d’esistere. Non è solo un bel gioco, è molto più di un gioco. Se decidessi di fare “come si fa” non vi perdereste questa singolare originalità di Ennio Rega? Niente per me è a priori, tutto è nella mia natura e nelle circostanze nelle quali mi trovo nel mondo.

 

La comprensione dei testi non risulta facilissima al primo ascolto. Questo effetto, probabilmente figlio di quella considerazione già fatta sulle cadenze e sulla metrica, non pensi che possa costituire una barriera alla comprensione dei contenuti?

Sei proprio sicuro? Non credi ci sia un’enigmistica anche nei testi di Fossati, De Gregori, Conte etc…In Ragazzo mio di Tenco, che ho rivisitato nell’album, c’è la terza parte del testo che non è affatto chiara. Per interpretarla e dargli un senso (che potrebbe non essere lo stesso pensato dall’autore), ho dovuto leggerla diverse volte. Io non sono un ermetico, sono uno che parla in faccia e si fa capire bene. Non amo l’ermetismo. Credo che, a parte il brano Il più labile dei dati, il disco scivoli in un parlare frontale e diretto. Paradossale peraltro che al concerto che ho fatto nel carcere di Rebibbia i detenuti hanno riservato una ovazione proprio a questo brano, ovviamente ne avevo fatto una breve didascalia iniziale. Come dire…basta essere criticamente avvertiti.

 

Potrebbe essere un po’ come chiedere all’ascoltatore di tornare ad essere un po’ più aperto mentalmente nell’ascolto dei dischi, meno passivo...

Io voglio che l’ascoltatore si fermi, e che legga e rilegga, vorrei riabituarlo ad un’elasticità mentale che lo allontani dalle banalità di troppi dischi/artisti in circolazione…

 

Da un punto di vista musicale il lavoro appare estremamente ricco; basi tecniche jazz molto evidenti, ricorsi a spruzzate di ska, reggae, tango, valzer, folk e pop, generalmente molto efficaci nel modulare l’alternanza di umori tra ironia, rabbia, disincanto… Come dice Paolo Conte: prima la musica?

Sottoscrivo, prima la musica e lo dico da sempre. Non credo però sia nello stesso senso in cui lo dica Conte, lui adotta certamente una procedura e con rigore. Il mio approccio alla musica è quello di Geppetto al ciocco di legno, ah! che grande momento e che gioia può dare questo accostamento empirico fuori dalle regole del gioco. Superficialmente io potrei sembrare una “disfunzione” sterile ed inefficace, in quanto il mio è solo un diritto soggettivo, indipendente.

A ben vedere non sono un extraterrestre, il sistema infondo che adotto è quello di tutti, solo che non baso la mia musica su principi della semplice esperienza come fosse una prescrizione universale. Le parole volano alte ma fino a una misura, quando la superano vanno tutte a fracassarsi contro un muro. Se dentro di te hai davvero un grande immaginario, una qualche particolarità, saprai anche sapientemente tradurre l’emozione musicale in un testo scritto con parole efficaci e spiazzanti. Io parto sempre dalla musica e da un generico gramelot che prende forma nel tempo.

 

L’incipit del disco ricorda un po’ Lucio Dalla (onore alla memoria) del quale ritroviamo traccia nelle tecniche jazzistiche ma nelle idee diverse; in altri passaggi si riscontra una sapiente ironia alla Battiato o un senso cinematografico alla Conte; altre volte c’è la sintesi tra leggero e serio di Rino Gaetano. Si può parlare di un’apertura che cerca di raggiungere un pubblico più ampio?

Ci tengo a chiarire che la cosa che più mi interessa ed eccita nell’intraprendere l’avventura di un nuovo disco è l’idea di poter scrivere un album musicalmente raffinato, non un semplice disco di canzoni orecchiabili intorno ai quattro accordi.

In “Arrivederci Italia” ci sono molti brani con parti “orecchiabili” miste ad un parlar cantando teatrale. Ragionate finchè volete/ non ragionate ma credete/…”, il ritornello nella Ballata della via larga è molto orecchiabile, ma della strofa mi è piaciuto farne un momento teatrale. La melodia è scritta in partitura su ponte e ritornello. Ma un po’ tutto il disco è pieno di melodie e di passaggi orecchiabili. Ma non sono cose prioritarie per me. Il mio concerto è più un animale da teatro.

 

Il disco rileva comunque una profonda attenzione alla precisione professionale in cui l’improvvisazione e la varietà appaiono componenti di un progetto preciso; anarchia come criterio e non come fatalità?

Hai colto appieno una parte importante di questo lavoro. Quando decido di fare un disco mi siedo al pianoforte curvo con la testa tra le mani e resto lì per un po’ in attesa che un qualcosa si agiti. So che comincerò a giocare con le note alla ricerca di un tema musicale. Anarchia come criterio.

All’inizio ci vado molto lentamente, in un paio di mesi magari scrivo tre brani e subito dopo però (forse perché oramai in decollo, o per pura fortuna ) nei due giorni successivi ne scrivo un altro compreso di testo definitivo. Appena ho i primi cinque brani chiamo Lutte Berg (straordinario chitarrista e polistrumentista, qui a fianco nella foto) per mettere giù insieme un‘idea di arrangiamento. Qui non s’improvvisa niente si scrive sul pentagramma nota per nota. Ci saranno spazi per gli assolo ma questa è un’altra cosa. Dietro il mio lavoro non c’è neanche l’ombra degli standard, il più delle volte parto dall’invenzione empirica allo stato puro, dove ciò che sembra improvvisazione e la varietà sono un progetto preciso. E questo credo sia uno dei motivi per cui vado fiero quando mi dicono che sono dischi “originali”.

 

La scaletta pare studiata con attenzione, si inizia in modo attraente per arrivare al climax proprio nel mezzo del disco con una Ballata della via larga a cui poi c’è un seguito che riconferma la sostanza; è una nostra illazione o la sequenza dei brani ha un suo senso?

Ma sai, la scaletta non dovrebbe mai farla l’autore ma il produttore, che ha un approccio distaccato e quindi obiettivo sull’efficacia della sequenza dei brani. In questo caso le due figure coincidono e quindi, non saprei dirti se è giusta o sbagliata. L’ho decisa in fase di mastering alla Nautilus, quando alla fine della giornata mi fu chiesta e fui costretto a deciderla anche velocemente. Ci sono andato un po’ a pelle, senza troppi calcoli, meglio così… sarebbero stati calcoli sbagliati.

 

In che misura pesa la componente autobiografica?

Al centro di ogni storia ci sono sempre io: sono il cugino sia di Rosa che di Giovannino, nella via larga a Roccadaspide sono nato, tra la Teppa dei marchettari ci passavo la sera per andare a passeggiare al Pincio, luogo di Roma cha amo soprattutto di sera, con Lino e Lia condividevo lo studio di architettura, con Aldo ho trascorso, insieme ad altri amici, molte serate a Campo dei fiori, “Lungo i tornanti” era un mio giorno davvero nero in cui decisi di seguire un arcobaleno fino alla fine (non l’ho messo nel testo), con l’idea di non tornare più indietro. In “Italia irrilevante” c’è l’Ennio degli anni ‘70 che si fa una dura autocritica, così come in Porcapolka “in me tutto è e non è tutto è vero ed è fantasia” per dire di quanto sia importante cogliere, nella musica, l’aspetto metafisico nella realtà, per allontanarla da quel pop nauseabondo delle canzoncine…

 

Ammesso che ci sia, quale brano ritieni particolarmente esemplificativo dello spirito del lavoro?

Non è il brano che amo di più del disco ma per rispondere alla tua domanda direi certamente “Italia irrilevante”. Lasciando invariato il ritornello, vorrei divertirmi a cambiare volta per volta le strofe… Non è un brano già fatto, non deve essere così com’è, deve essere sempre un “non ancora”. Il poter cambiare le strofe è possibile proprio grazie al grande significato del testo nel ritornello.

 

Hai qualche progetto specifico per la promozione del lavoro e, soprattutto, dal vivo come intendi proporlo? Escludi un approccio da teatro canzone?

Mi piacerebbe poterlo proporre sempre in quintetto, la formazione con cui abbiamo suonato qualche settimana fa, con grande partecipazione di pubblico, al carcere romano di Rebibbia.

Il teatro è il mio luogo naturale. Ho scritto un testo teatrale che proporrò, con il mio quintetto, questa estate in prima nazionale ai Giardini della Filarmonica di Roma, si chiamerà “Arrivederci Italia” dall’album omonimo, ma musicalmente dentro ci sarà il meglio della mia produzione discografica. Ho intenzione di proporlo nel circuito nazionale dei teatri.

 

Concludiamo con una domanda magari estemporanea, ma in realtà spesso rivelatrice: se domani dovessi andare su di un isola deserta quali 5 dischi ti porteresti?

Per una scelta obiettiva dovrei trovarmi in quello specifico stato d’ animo, tuttavia direi F. Chopin: preludi; J.S. Bach: borre in mi minore; Burt Bacharach: That's What Friends Are For; Dave Brubeck: Time Out; Frank Zappa: Frank Zappa Meets the Mothers of Prevention.

Mi sono accorto che non c’è un italiano… allora aggiungerei almeno, permettimi, Area, PFM e Nuova Compagnia di Canto Popolare. 

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento


Altri articoli su Ennio Rega