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Lucio Quarantotto

Anatomia di un rissoso

A quattro anni dalla morte, ritornano le canzoni di Lucio Quarantotto, cantautore di culto, geniale quanto sfortunato. Ne parliamo con Piercarlo D'Amato, suo storico collaboratore.

 

ESTERNO 1- Lucio 48 (o Quarantotto, come si fece chiamare nel terzo album), cantautore che, per rifarci ad Anassimandro, pagò il castigo di esser venuto secondo l’ordine ingiusto del tempo, pubblicò in vita tre soli album: Di mattina molto presto (1982), Ehi là (1986) e L’ultima nuvola sui cieli d’Italia (1990). Tre album che sono schegge intense di vita e di arte, roba forte, densa, dolorosa e vitale. Dischi che non metterai in spiaggia, o a un’apericena, dischi che cercherai quando vorrai saperne un po’ di più su ‘sta cosa chiamata “stare al mondo” (proprio da lui che al mondo non ci seppe stare), quando accetterai di essere disturbato, colpito allo sterno da una voce rancida. Quando ne avrai le palle piene di canzoni morbide e vellutate e vorrai sentire ancora sotto i tuoi polpastrelli parole e note di carta vetrata. Lucio Quarantotto si è gettato dal sesto piano del suo appartamento, a Mestre, il 21 luglio 2012.


Piercarlo D’Amato è stato, dagli inizi alla fine, il suo più stretto collaboratore. Nessuno meglio di lui può raccontarci Lucio 48, anche alla luce delle iniziative che sta mettendo in campo per ricordarlo a un pubblico sempre più distratto.

Ciao Piercarlo, siamo davvero felici di poter parlare con te perché sei senz’altro la persona che artisticamente, e credo anche umanamente, ha più seguito Lucio Quarantotto nel corso della sua carriera. Ecco, per prima cosa ti vorrei chiedere in che modo vi siete conosciuti, e cosa ti ha colpito di Lucio.
Mah, noi ci eravamo sentiti nominare l’un l’altro qua, nella zona di Mestre, poi ci siamo ritrovati perché io gestivo uno studio di registrazione, lui aveva bisogno di un provino perché aveva avuto un contatto diretto con Fabrizio De André che gli aveva consigliato di registrare meglio le sue cose per potergli poi dare una mano. Su questo ce ne sarebbero da raccontare di cose… Lucio aveva scritto le sue prime canzoni, chitarra e voce, e le aveva registrate a casa su una cassettina. Era andato poi a un concerto di De André e l’ha praticamente lanciata al road manager affinché gliele facesse arrivare, cose così (ride). Questo tizio evidentemente ha veramente dato a Fabrizio questa cassettina, che a De André è piaciuta e dopo un po’ di tempo, alle quattro di notte, ha chiamato a casa di Lucio, ha svegliato tutti e ha detto “Sono Fabrizio De André, c’è Lucio?”. Che poi, sulle prime, tutti hanno pensato a uno scherzo, ovviamente! (ride)

All’epoca De André aveva la sua etichetta, la FaDo (acronimo dei nomi di battesimo di Fabrizio e Dori), c’era un interesse in tal senso?
No, non credo, o meglio, non te lo saprei dire con certezza: sta di fatto che lui dopo ci mise in contatto con Alessandro Colombini (celebre produttore artistico dell’epoca, ancora in attività: tra gli artisti da lui prodotti c’erano nomi tipo Lucio Dalla, Banco, Edoardo Bennato, PFM, Antonello Venditti – che produce tuttora- e tanti altri, NDR), che poi infatti produsse il primo e il secondo album di Lucio Quarantotto.

E quindi, se ho ben capito, vi trovaste a collaborare per questa esigenza di avere provini un po’ più decenti da dare a Colombini…
Sì, e al contempo aveva bisogno di un po’ di aiuto anche negli arrangiamenti, nel mettere insieme alcuni pezzi: Lucio era molto profano di cose tecniche. Mi dette un testo, che io musicai di getto, ed era Caffè austriaco, la canzone che ci ha fatto scoprire l’un l’altro e dalla quale, di fatto, è iniziata la nostra collaborazione che è durata praticamente trent’anni, perchè poi sono entrato in pianta stabile nella parte compositiva delle sue canzoni.
(nella foto qui sotto Piercarlo, Alessandro Colombini e Lucio)

 

Che tipo era Lucio 48 in questi primi anni?
Era una persona che ancora aveva molto vitalità, che purtroppo poi, nel corso degli anni, è andata persa. Era una persona problematica, è vero, un carattere spigolosissimo, mezzo profeta, un po’ un visionario. Aggiungi che poi aveva inoltre qualche problema fisico: una gamba malata a causa di una poliomielite giovanile, anche se alla fine poi l’handicap più penalizzante è stato quello del rapporto mentale con sé stesso, che l’ha condotto in un viaggio che sappiamo dove è andato a finire, a quel gesto del 2012 che ha messo fine alla sua vita.

Nonostante ciò, dai dischi emerge ancora oggi, a distanza di anni, un artista vivo, uno capace -con i suoi testi, con la sua voce, il modo in cui andava ad appoggiare le parole sulla musica tua e di altri - di tirar fuori la sua anima. Il primo disco Di mattina, molto presto’ esce nel 1982, e ancora oggi a risentirlo è davvero straordinario per intensità e poetica. Come ricordi quel vostro primo lavoro?
Beh intanto, sai, il primo disco ha una sua magia particolare, c’è una scintilla tutta sua. Poi questa energia fu gestita da un grandissimo produttore, da grandi musicisti, insomma gli astri si congiunsero molto bene, e il disco uscì con quel sound che all’epoca era modernissimo. Il lavoro filò liscio, Lucio stava abbastanza bene, poi è stato premiato con la Targa Tenco per la migliore opera prima ed è cominciata la promozione, i live…

Ecco a proposito, come era Lucio 48 dal vivo? Ci sono storie, leggende, su una sua difficoltà ad affrontare il pubblico.
I live furono infatti pochissimi. Il primo, previsto dalla promozione dell’album, era una cosa pensata in grande da Colombini con Ennio Melis, l’ex boss della RCA da cui stava per allontanarsi: avevano già fatto fare delle brochure allegate al disco con le illustrazioni di Marcello Jori e perciò avevano previsto una performance di cinque serate al Teatro Olimpico di Roma. Ma fu fatta scarsa promozione, trattandosi di un esordio, e vennero pochissime persone, tra cui Antonello Venditti e amici del settore che venivano a rincuorarci.

 

ESTERNO 2- Nel retro di Hei là, c’è uno scritto di Roberto Roversi (qui in una foto del periodo) che segnala “una voce tagliente e ‘feroce’ come poche altre in Italia”, e poi “testi scavati fino all'osso, sempre detti-cantati con magica lentezza, addirittura con cautela, per la preoccupazione di far arrivare parola dietro parola”. Roberto Roversi, sia detto per inciso, di parole se ne intendeva: è stato un grande poeta della seconda metà del secolo scorso, uno che fondava riviste con Pasolini, uno che scriveva poesie che poi ciclostilava e dava in giro, un poeta della parola che a metà anni ’70 ha scritto tre dischi memorabili con un poeta della musica come Lucio Dalla.

Non credi che Lucio Quarantotto abbia avuto la sventura di essere “fuori dal suo tempo”? Un disco come questo, se solo ci fosse stato il pubblico recettivo, avventuroso, o solo curioso, di sette-otto anni prima, avrebbe avuto ben altra eco, non credi?
Dal punto di vista storico hai detto bene: il contesto migliore sarebbe stato qualche anno prima, avrebbe avuto un impatto più prepotente, anche per il mercato discografico in sé stesso, per le maggiori possibilità. Siamo usciti in un momento in cui la percezione di certe cose andava diminuendo, però Lucio per il verso opposto era anche avanti rispetto a quegli anni: abbiamo scritto cose su Gheddafi vent’anni prima che fossero sulla bocca di tutti certi problemi, oppure sui kamikaze, insomma cose quasi profetiche.

Io mi sono fatto una mezza idea, che volevo condividere con te: riascoltando i suoi unici tre album in sequenza, l’impressione è che via via che si sia voluto un po’ normalizzare Lucio Quarantotto, almeno dove si poteva farlo: non sui testi, né sull’interpretazione (elementi oggettivamente intoccabili), ma sugli arrangiamenti. Non credi che questo però abbia lasciato Lucio in mezzo al guado? Insomma, non abbastanza pop per il pubblico del pop e troppo pop, almeno negli arrangiamenti e nelle sonorità, per arrivare al pubblico della canzone d’autore.
Sai, intanto dobbiamo tenere presente l’aspetto finanziario: dopo il primo disco il budget è calato, l’investimento su Lucio era diminuito, abbiamo dovuto fare le cose in modo più autarchico: ci si serviva della batteria elettronica anche per risparmiare sui turnisti. Considera che all’epoca registrare un disco in studio costava moltissimo. Un po’ per questo, un po’ perché consciamente o inconsciamente si è sempre cercato di trovare qualcosa che lo aiutasse ad emergere presso un pubblico che non fosse solo una nicchia e qualcosa sugli arrangiamenti è cambiato. Non è stato però programmato questo cambiamento, è venuto da sé. Invece, quando scrivevamo per altri eravamo attenti ad assecondare lo stile dell’interprete, come per esempio in un paio di canzoni per la Mannoia.

Penso che Lucio 48 sia un caso unico di un artista che ha inciso dischi in epoca a noi vicina e che ciò nonostante non abbia lasciato quasi traccia video di sé: in rete si trova solo una sua breve apparizione a fianco della Caselli a un ‘tragico’ Primo Maggio: come mai?
Sì, su quell’enorme palco eravamo la Caselli, Lucio ed io ed è stata un’esperienza che non ti dico… (nella foto un frame dell'evento trasmesso su Rai 2) Lucio, come avrai capito, era una persona molto schiva e non facendo molti live c’erano poche occasioni per riprenderlo in video. In più considera che un bel po’ di materiale video relativo alla promozione del primo album è stato smarrito da Colombini in un trasloco, e lo stesso è successo ai master dei primi due album di Lucio.

 

Ah, e questo è quindi un problema per un’eventuale ristampa perché bisognerebbe ripulire i vinili…
È proprio così, si dovrà fare un lavoro del genere. Io ho delle copie intonse, si potrebbe cominciare da queste.

Ma c’è speranza di vedere una prossima ristampa del suo catalogo? Ricordiamo che i primi due dischi di Lucio 48 non sono mai stati riproposti in CD, e il terzo, che pure uscì in questo formato, è da anni fuori catalogo.
Guarda, ti posso dire cosa abbiamo in programma io e Francesco Sartori, un altro suo storico collaboratore, con cui Lucio Quarantotto scrisse Con te partirò, l’hit mondiale di Andrea Bocelli: abbiamo deciso di riproporre il suo repertorio con una band, Le Alpi di Lucio 48. Abbiamo già individuato un cantante, Federico Vian, che volutamente è distante da Lucio per timbrica vocale, ma che per stile è assolutamente in grado di dare forza comunicativa, e quindi stiamo realizzando questo spettacolo che avrà un’ambientazione teatrale: non solo un concerto, ma la musica di Lucio Quarantotto in un contesto scenico, con una sua drammaturgia. Abbiamo fatto già delle prime serate, delle prove aperte, ed è una cosa da brividi: le reazioni sono molto positive perché vengono fuori le canzoni, in sé. Lo spettacolo esordirà, in una sua prima veste, il 6 maggio, al Teatro Fraschini di Pavia. Poi, per tornare alla tua domanda, c’era un quarto album a cui Lucio stava lavorando, che poi è rimasto nel cassetto, interrotto dalla sua morte.

Un disco a cui stava lavorando da parecchio tempo, no?
Esatto. L’album però c’è: era rimasto allo stadio di pre-produzione, ma c’è comunque la voce di Lucio. Lo registrammo a casa mia, nel mio studio, e spero presto di poterlo riaprire, remixarlo e poi farlo uscire. Quindi vorremmo abbinare l’uscita del progetto live che ti dicevo a questo ultimo lavoro di Lucio.

Sarebbe davvero un bel modo di ricordare Lucio Quarantotto e di riportarlo all’attenzione di tutti. Senti, vorrei invece parlare con te dell’ultimo disco L’ultima nuvola sui cieli d’Italiache nel ’90 fu accolto con interesse dalla critica (l’importante rivista “Musica e dischi” lo inserì tra i migliori dieci album dell’annata), ma poco dopo fini fuori catalogo, cosa accadde? Fu l’insuccesso a far sì che poi rimanesse l’ultimo lavoro di Lucio?
Prima di questo disco, che veniva dopo quattro anni dal precedente, si era interrotto il rapporto con Colombini e attraverso Franco Battiato siamo stati raggiunti da Caterina Caselli. L’artista siciliano aveva la sua etichetta, L’Ottava, però poi ci mise nelle mani della Caselli, anche se all’inizio il contratto era appunto con questa etichetta. Il disco non ebbe gran seguito, soprattutto perché l’escalation dei problemi personali di Lucio cominciava a farsi consistente e quindi anche i rapporti con i discografici diventarono difficili.

A tal proposito, in concreto, dove doveva portare questa collaborazione con Battiato, e che cosa invece è rimasto di questo rapporto?
Battiato era stato contattato attraverso una conoscenza comune e dopo aver ascoltato alcune cose di Lucio gli piacquero moltissimo, tanto che un suo brano, I templi Indù uscì nel ’97 su una compilation, Racconti d’Oriente, che lui aveva in qualche modo curato. Non scrissero mai nulla assieme, però fu Battiato a spingere Lucio presso la Caselli e a insistere affinché quel terzo disco potesse essere fatto.

ESTERNO 3- Nel 1990 Lucio Quarantotto torna al Club Tenco per presentare il suo nuovo album. Due anni prima c’era stato per presentare una canzone, Tripoli, eseguita da solo percuotendo un secchio. È l’ultimo disco, ma lui forse non lo sa, o forse sì. È probabile che anche nel tempio della canzone d’autore, nel posto in cui, in teoria, avrebbe dovuto trovarsi a casa, Lucio si sentisse comunque diverso, fuori posto. Lo stesso Antonio Silva, storico presentatore del Tenco, lo introduce come “l’inquietante Lucio Quarantotto”.

In rete si dice che Lucio Quarantotto fu accolto positivamente dalla critica, ma a me sembra che anch’essa spesso faticò ad accorgersi d Lucio Quarantotto, e forse non lo capiva davvero. Ti faccio due esempi: sia la Storia della canzone italiana di Gianni Borgna (Mondadori), sia il più specifico Dizionario dei Cantautori” di Giangilberto Monti, edito da Garzanti, non lo citano affatto. Come stanno le cose?
No, guarda, Lucio Quarantotto ebbe ottima critica. Per esempio Luigi Manconi (negli anni ’70 con lo pseudonimo Simone Dessì era uno dei critici musicali e operatori culturali più seguiti dalla galassia del Movimento Giovanile, NDR), nel suo ultimo libro ‘La musica è leggera’ dedica proprio un paragrafo a Lucio e ne parla in modo entusiasta. All’epoca ne parlarono tutti bene, soprattutto in concomitanza con il Premio Tenco. C’è da dire che i giornalisti musicali erano più attenti, più sensibili, forse ora non è più così, è tutto più veloce. Insomma, ebbe ottime recensioni, specialmente per il primo e terzo album. Il secondo, Ehi là, che per me resta il più bello, è stato un po’ più nell’ombra, anche perché è stato un lavoro un po’ di transizione, fatto solamente da me e Lucio, senza nessun altro.

A proposito di fama, nel Dizionario Completo della canzone italiana, Enrico Deregibus, riporta un paragrafo consistente e decisamente lusinghiero su Lucio Quarantotto ad opera di Alberto Bazzurro, con una notizia di cui non ero a conoscenza, cioè che fu Lucio a scoprire Elisa: come andò?
Pensa che la cosa avvenne a casa mia! Elisa era una ragazzina allora, aveva 17 anni ed era un “figlioccia”, un’amica di famiglia, di un cugino di Lucio. Quando Lucio diventò, per così dire, famoso come autore di Con te partirò, gli telefonò e gli disse: “Senti, ho questa amica di famiglia, questa ragazzina, vorrei tanto che la sentissi”. Lucio accettò. La incontrò qui in casa mia, venne con una videocassetta e la visionammo. Rimanemmo piantati sullo schienale della poltrona: erano dei provini, cover dei Beatles che aveva fatto con un chitarrista. Abbiamo impacchettato il tutto e l’abbiamo mandato alla Caselli che dopo una settimana le ha fatto il contratto. Poi con Elisa ci siamo rivisti al funerale di Lucio, è venuta: un gesto molto apprezzato.

Parlavi del secondo album, ma in generale a quali canzoni di Lucio sei più legato? Per meglio dire: se tu dovessi far conoscere a qualcuno Lucio Quarantotto avendo a disposizione solo 4-5 canzoni, cosa gli faresti ascoltare?
Dal punto di vista affettivo, ce ne sono due. Una è la prima, Caffè austriaco, come ti dicevo, dalla quale è nato tutto, di getto, a partire dal testo, come una magia. Io non toccavo una sola virgola dei testi di Lucio, a meno che non fosse lui ad appoggiarsi a una mia melodia. E poi E se questa fosse l’ultima, una pietra miliare, per me. Infine una canzone, Monte di pietà, che fa parte dell’album ancora inedito, che è il suo manifesto, come chiudere un cerchio di un percorso poetico. Poi mi piace ricordare anche Viaggiando verso Jesolo.

Come mai Lucio Quarantotto non è diventato un artista cult di più ampio seguito, come altri cantanti non molto distanti da lui (penso a Flavio Giurato, a Faust’O…)? Cosa c’era in lui che lo rendeva realmente così diverso?
Il suo rapporto con il pubblico. Un artista dovrebbe farsi vedere, frequentare certe situazioni… Lui invece era veramente una persona raramente disponibile a queste cose, tutto dipendeva dall’umore del momento, non era affidabile e questo alla fine lo paghi. Questo è il 90% del ‘perché’... Aggiungo anche che viveva tutto come un film: lui aveva negli occhi due telecamere, e viveva le sue giornate in maniera molto cinematografica, con conseguente distacco, anche. Attenzione, però, Lucio era una persona molto presente, ma su un piano diverso.
(nella foto qui sotto Lucio, Francesco Sartori e Piercarlo).

 

Credo che ciò che ha reso poco fruibile per il grande pubblico Lucio Quarantotto sia stata la sua voce, una voce che volutamente non voleva essere carezzevole: è una voce che mastica le parole, le appoggia spesso sulla musica, più che cantarle, e anche quando fa la la la lo fa demistificando il coro, la sua funzione. Che ne pensi?
Sì, tendeva sempre a “gettare il sale sulla torta”, come diceva lui stesso. Aveva questo atteggiamento, se vuoi, molto “datato”, legato agli anni ’70, con un occhio che tuttavia sapeva cogliere cose incredibili unito a una tecnica di scrittura micidiale. Aveva delle scintille pazzesche, poi però sapeva anche come metterle in ordine.

Già che ci siamo, vogliamo fare chiarezza sulla leggenda metropolitana che vuole che quella canzone di Lucio Quarantotto che prima citavamo, I templi Indù, sia stata poi eseguita dai Marlene Kuntz?
È veramente una leggenda metropolitana, che tra l’altro è riportata anche da Wikipedia. Che io sappia, non è mai esistita una loro versione, non so se magari avessero mai avuto in mente di farla, ma noi non ne abbiamo mai saputo niente.

Tra parentesi, sempre in tema di equivoci, da qualche parte, penso allo stesso sito della Discoteca di Stato, risulta una canzone di Vasco Rossi (T’immagini, 1985) co-firmata da Lucio Quarantotto…
Sì, e anche questo non è vero: si tratta di un omonimo, Alberto Quarantotto, vecchio collaboratore di Vasco, che credo sia conosciuto anche come Otto Quarantotto.

Ho letto recentemente un bel ricordo di Leandro Barsotti, cantautore uscito negli anni ’90, per qualche tempo anche di discreto successo, nel quale raccontava che Lucio Quarantotto, agli occhi dei musicisti della zona di Mestre era una specie di mito, era quello che ce l’aveva fatta a fare i dischi…
Beh sì, il fatto che il primo disco uscisse prodotto da Alessandro Colombini, all’epoca il numero uno dei produttori, e che il tutto fosse avvenuto quasi all’improvviso, fece un po’ di scalpore, in zona. Considera però che noi avevamo già avuto Le Orme, non è che fosse il primo mestrino a uscir fuori. Però come cantautore, come personaggio strano, diverso da tutti, sì, è stato il primo. Poi si è gestito male tutto il resto della scala, per forza di cose, perché certe volte la vita va così…

Parlando di Barsotti, nel suo primo disco, ‘Il caso Barsotti’ (1991), personalmente sento molto l’influenza di Lucio Quarantotto: nei testi taglienti, aggressivi, che non fanno sconti a nessuno, e nel canto volutamente strascicato, indolente. Tra l’altro tre anni fa lo stesso Barsotti ha ripreso nel suo ultimo album E se questa fosse l’ultima. Ecco, ti chiedo: a quattro anni dalla morte, cosa rimane oggi della lezione di Lucio Quarantotto? C’è qualcuno che lo può un po’ ricordare?
No, assolutamente no. Nessuno ha quell’aura di “poeta maledetto”, diciamo così, quegli aspetti così spigolosi della sua personalità uniti però a momenti di dolcezza estrema. Non vedo molti eredi diretti, la maggior parte degli artisti scelgono altre strade.

ESTERNO 4 -
“Partecipiamo a tutte le risse
degne di un coltello
e tutte le sono:
il coltello che
entra nella bocca e lavora
o nella pancia”.

(Lucio 48, da Rissosi, 1983)

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Per le foto si ringrazia Piercarlo D’Amato,
i curatori della pagina “Lucio Quarantotto e i fan rissosi
e gli archivi storici degli altri artisti citati.

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