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Simone Cristicchi

Antiquario della memoria

Quando si recita con la forza della passione, quando si sta in scena con la tecnica del cuore, non occorre necessariamente provenire dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.
Il pathos che Simone Cristicchi ha trasmesso al pubblico, l’energia umana sublimata in poesia che ha percorso tutto lo spettacolo, ‘Il secondo figlio di Dio’, hanno ammutolito gli ascoltatori, conquistati dalla storia di David Lazzaretti, santo o profeta, comunque martire, di una fede cristiana attraversata dal sogno e dunque purissima. Simone lo ha impersonato con la classe degli attori consumati, coraggiosamente da solo sul palco, in uno splendido monologo, raccontando le gesta di un personaggio storico, un eroico “puro” dal quale ha voluto eliminare la polvere dell’oblio.
Una messinscena accattivante, diretta da un prestigioso esperto come Antonio Calenda, in un lavoro sicuramente improntato al rigore, all’autodisciplina e alla istintiva capacità di coinvolgere senza eccedere nella commozione, asciutto come conviene, ma proiettato in quel cielo di utopia che rende la vita comunque degna di essere vissuta. Simone ha indossato i panni del santo dell’Amiata, personaggio misterioso e inquieto, ricco di una fiducia soprannaturale capace di smuovere le montagne.
Come se un fulmine si fosse abbattuto sulla platea, gli spettatori sono rimasti ammutoliti, tutti in piedi, arresi, alla fine, per tributare un’ovazione al generoso e convincente attore. Chi conosce lo scrittore e cantante romano ha potuto gustare tre nuove composizioni, inserite nel lavoro e scritte con quella sensibilità che l’autore di Ti regalerò una rosa mai ha fatto mancare.
Cristicchi ha recentemente raccontato in un pregevole volume intitolato ‘Il secondo figlio di Dio’, pubblicato da Mondadori, la storia del pacifico eretico, animato da una straordinaria fiamma, stimato da San Giovanni Bosco, il cui percorso può ricordare le gesta di un Fra Dolcino o l’esempio di Francesco d’Assisi. Lo spettacolo ha percorso l’Italia con evidente successo, prolungandosi in una serie di repliche, proprio a Roma, città natale di questo eclettico artista. Incontriamo a Torino un Simone Cristicchi cordiale come un vecchio amico, prima dello spettacolo (qui a fianco una foto di Marinella Fabbris nei camerini del Teatro Colosseo), e siamo toccati dalla sua sorridente umanità. L’affascinante musica di Erik Satie che accarezza l’ambiente con le sue oblique note, conferisce all’incontro un’aura speciale.
Il 3 febbraio non sarà dunque un concerto quello che Cristicchi proporrà al pubblico di Torino ma una pièce teatrale, dove la canzone talvolta farà capolino.

Il disagio mentale è molto più diffuso di quanto non si supponga, anche per via delle maschere che siamo soliti portare. Cosa è stato fatto male secondo te in questo senso e cosa si può fare per venire incontro a questo problema e alleviare lo scollamento con il contesto sociale?
Innanzitutto, la Legge Basaglia. Mi viene da dire che, per quello che ho potuto constatare io, non è stata poi portata fino in fondo in tutta l’Italia. Nel senso che le strutture che poi dovevano accogliere i malati di mente, non sempre sono state all’altezza. Quindi in molti casi si è ricreato il manicomio all’interno dei condomini, delle case, in famiglia, nelle comunità. Nelle mie ricerche, feci il documentario ‘Dall’altra parte del cancello’ (qui a fianco la cover del disco) e ho trovato sempre i portoni aperti nelle strutture pubbliche e chiusi in quelle private. Quando si chiude una porta, non dico che c’è qualcosa da nascondere, però c’è sempre una sensazione di chiusura, di disagio, di soffocamento, di oppressione. In questo senso, il manicomio esiste ancora, ma esiste soprattutto nel pensiero delle persone, nel pregiudizio. Non è facile trovare il coraggio di mettersi in rapporto con un malato di mente, non è così facile. Io stesso, nella mia vita, posso dire di essere crollato più volte, durante le interviste. Stavamo con una barchetta di legno in un mare di lavoro, in questa tempesta. Capisco anche che uno non conosce, è alle prime armi. E poi c’è la diffidenza…

 

Si diventa matti? Da che cosa nasce questa tua particolare sensibilità e attenzione per i disturbi psichici?
Nella mia via, là dove sono nato, abitano persone con problemi psichici e mentre tutti gli altri li prendevano in giro e cercavano di evitarli, io ero molto attratto da loro, mi fermavo a parlare, li difendevo addirittura. Credo che ci sia un istinto mio personale, interiore, per il diverso, l’emarginato. C’era la curiosità, e a volte mi ritrovavo addirittura a litigare con i miei coetanei. Cercavo di farli rispettare. D’altronde nei villaggi dell’Amazzonia, nelle tribù indigene, il matto è una persona sacra. Lo sciamano…

 

David Lazzaretti. È un personaggio che mi ha sempre suggestionato. Ho anche suggerito a qualcuno di scrivere su di lui. Che cosa ti ha conquistato?
La prima fascinazione è stata quella di essere un uomo precursore di tante istanze: il voto alle donne, centocinquanta anni prima, la prima forma di cooperativa sociale in Europa. Era un uomo che aveva una visione futuristica, ma nell’accezione positiva (quia fianco Simone accanto ad un ritratto di Lazzretti). In secondo luogo, mi ha profondamente affascinato il suo lato spirituale, un uomo a metà fra terra e cielo, una sorta di San Francesco sconosciuto. Dal momento in cui è stato cancellato dalla storia italiana, ho pensato che probabilmente aveva ragione lui. Aveva talmente tanto dentro di sé che qualcuno l’ha voluto seppellire nel silenzio. Lazzaretti è conosciuto dalla piccola élite degli intellettuali, le persone colte della Chiesa, ortodossa soprattutto, ma la grande maggioranza non sa nemmeno chi è. Il tentativo che faccio con lo spettacolo è sia quello di ridare dignità alla sua storia e, nello stesso tempo, stimolare alcune riflessioni che hanno a che vedere con il mistero della vita.

 

Canti di miniera, ecc. È uno spettacolo che non ho visto, ma di cui ho letto. Come ti poni nei confronti delle tradizioni popolari? Hai mai pensato di lavorare sulla tradizione romana? Penso a un ricercatore come Giggi Zanazzo…
Per la scoperta della musica popolare devo molto ad Ambrogio Sparagna. Lui mi invitò a cantare per la prima volta nell’Orchestra Popolare Italiana. Fui più volte suo ospite e scoprii questo universo. Io venivo dal pop. Ho scoperto questo mondo parallelo che poi è la madre di tutte le musiche. In Italia viene sempre relegato un po’ come una cosa di nicchia, per addetti ai lavori, che sa di muffa. In realtà è un universo sconfinato. Tutto esce da lì. In questo c’è il vero fascino. La ricerca con i minatori è stata bella perché loro avevano questo repertorio che veniva tramandato di generazione in generazione, nelle osterie. Non era mai stato oralmente inciso, né valorizzato. Quello che abbiamo fatto è un disco e un tour, Santa Fiora Social Club (qui nella foto Simone e il Coro dei Minatori). Sono stato molto spesso a Torino, un’avventura meravigliosa. Portavamo in giro questo bagaglio sulla vita dei minatori, testimonianza della miniera.

 

Miniera di?
Cinabro, mercurio, sull’Amiata, terra di mercurio. Una delle tappe più belle è stata a Prali, vicino a Torino. Siamo entrati dentro la miniera per mille metri, eravamo nella pancia della montagna. Abbiamo cantato lì, per i minatori che ci avevano lavorato negli anni ’70.

 

Ascoltando le tue canzoni, con quel piglio ironico, affettuoso e dissacrante, più volte mi hai fatto passare per la mente un grande del passato, purtroppo quasi dimenticato, Herbert Pagani. Lo conosci a fondo o no?
Non lo conosco abbastanza e ovviamente non l’ho mai approfondito. Solo le cose più famose. Ma da questa intervista…

 

Come arriva la musica delle tue canzoni? Da dove arriva?
Da dove? Io parto dal titolo. Strano, no? Io nel titolo cerco già di riassumere tutto quello che poi voglio dire. Mi colpisce un particolare, una storia, e parto da lì. Una delle prime cose che faccio è scrivere il testo. Poi la musica… Mi è capitato solo una volta di scrivere quasi contemporaneamente musica e testo ed è stato con Ti regalerò una rosa, una canzone che ho scritto nel giro di mezz’ora, pensa…

 

Ho dedicato tutta la mia vita al teatro. Vorrei che tu mi parlassi di questo rapporto. Hai studiato recitazione?
Io non ho fatto Accademia, né scuole di teatro, nulla. Ho avuto il privilegio, la fortuna, di fare pratica direttamente sul palcoscenico e di avere due grandi maestri: il primo, Alessandro Benvenuti, maestro del monologo a più voci. Penso alla famiglia Gori… un grandissimo maestro che mi ha insegnato il rigore, lo studio. Io andavo così, un po’ all’acqua di rose, all’inizio. Avevo questo mio modo di raccontare, in quel modo naturale che tanti attori magari studiano per anni e non riescono… Io questo l’avevo dentro di me, forse perché venivo dalla scuola della musica, dei cantautori. Il secondo maestro che è quello con cui ho lavorato in questo spettacolo e in quello precedente, è Antonio Calenda. Lui ha diretto Gassman, Albertazzi. Con lui abbiamo trovato un bell’equilibrio, perché mi ha fatto fare un passo successivo a quello di una narrazione vera e propria. Mi ha fatto diventare un attore. Entrare dentro nei ruoli e nei personaggi… Sono sempre da solo sul palco, quindi non sono in grado di recitare con altri attori. Prima o poi mi capiterà di recitare in compagnia. Ecco, la vita dell’attore monologante è quasi monastica, come vedi. Sono da solo. Tutto si regge sulle mie spalle. Questa è una grande responsabilità, perché in un teatro grande come questo non ti puoi permettere di appoggiarti alla spalla di qualcun altro. Nello stesso tempo, una volta arrivato in fondo, ti rendi conto che è come se avessi scalato una montagna e quindi ti godi il panorama.

 

Il tuo apprendistato di musicista?
Autodidatta anche lì. Ho cominciato suonando a ‘Millenote’, casualmente, e trovai una chitarra in soffitta, in un’estate a Roma in cui non dovevo andare in vacanza. La mia vacanza è stata imparare la chitarra. Poi ho cominciato a strimpellare e, nel giro di poco tempo, in un mese, un paio di mesi, sono entrato in un gruppo di quartiere. Facevamo feste, compleanni… Mi ricordo la musica brasiliana. Mettevo il registratore e cercavo di ricopiare questi accordi strani, le none… Quella è stata la mia prima scuola, la musica brasiliana… Ho iniziato a sedici anni.

Ricordo che hai approfondito l’arte di Luca Flores, sono felice che tu lo ami. Anche a me ha lasciato un segno profondo, mi ha toccato più di tanti altri pianisti famosi…
Anche per me è stato così. Tutto nasce dalla lettura del libro di Veltroni (“Il disco del mondo” n.d.r.). Mi aveva colpito il fatto che lui aveva registrato l’ultima traccia, questo ultimo testamento in note. L’idea degli uomini geniali… E torniamo a Lazzaretti, delle personalità straordinarie che vengono poi annullate. Il lavoro che ha fatto Veltroni con Flores è quello che voglio fare io con Lazzaretti. Riportare alla luce questi tesori nascosti. E poi è il mio mestiere di antiquario della memoria.

 

Come ti poni nei confronti della città di Roma? Quanto ti appartiene, che cosa ti appartiene di più?
Sento un legame di sangue perché mio nonno e mia nonna erano nati in due quartieri, l’uno il rione Monti, l’altro Trastevere, a Vicolo Cinque. Sentir parlare loro in casa, gli ultimi romani di Roma… Si dice che io sia di undici generazioni romano, quindi io sento questa appartenenza. Roma prima l’amavo anche se non la visitavo. Oggi mi spaventa un po’ il caos e ci torno ogni tanto. Sono andato ad abitare fuori Roma e ci torno come turista.

 

Che cosa ascolta Simone Cristicchi?
Ascolto tutti i cantautori italiani che escono. Li acquisto subito. Mi piace vedere come si evolve in mia assenza il mondo della musica.

 

E di vecchio? (interviene M.F.)
I cantautori, De Andrè, De Gregori…

 

E che cosa leggi, in termini di narrativa?
In questo momento sto affrontando il tema della spiritualità, della religione che ha a che fare con quest’uomo. Sto leggendo molti testi, molti saggi, lo gnosticismo cristiano, cui Lazzaretti credo facesse riferimento. Letture che hanno a che fare con quello che io in questo momento porto in scena, per entravi ancora di più.

 

Vorrei parlare con te di fumetti, poiché sono un appassionato anch’io…
Jacovitti è stato il mio maestro. Sul piano dei testi, valuto tantissimo Jacovitti (qui a fianco uno dei suoi personaggi più famosi) e Andrea Pazienza, che sono i miei preferiti. Quando mi innamoro di qualcosa divento collezionista. Se mi chiedi di parlare dell’Istria e delle foibe, io so tutto su quell’argomento. Così come se mi chiedi di Lazzaretti. Penso di sapere tutto. Con Jacovitti ero diventato maniacale, andavo in giro per i mercatini, comprando ogni cosa.

 

Dischi nuovi? Nuove canzoni?
Le canzoni, per il momento, le scrivo per i miei spettacoli. Non le ho abbandonate. Il prossimo disco… lo aspetto. Sono io che lo aspetto. Aspetto il momento in cui sarò abbastanza maturo per scrivere e avrò accumulato dentro di me un bagaglio abbastanza prezioso da poterlo trasformare.

 

E quando un concerto con le tue canzoni?
Ho fatto un piccolo tour nei locali ed è stato bellissimo. Ho ritrovato il pubblico delle mie canzoni. Diverso da quello dei teatri. E mi sono accorto, dopo cinque anni, che esiste ancora un pubblico che sa a memoria le mie canzoni, che mi aspetta. Sono consapevole di questo privilegio e non posso lasciarli a bocca asciutta.

 

Ringrazio Marinella Fabbris per la sua così competente e arguta collaborazione, nonché per l’elegante disinvoltura con cui semplifica gli arcani della tecnologia.

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Tutte le foto sono prese dai canali social ufficiali di Simone Cristicchi (tranne quella in apertura nei camerini del Teatro, a cura di Marinella Fabbris)

 

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