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Antonio Filippini

Calcio e Musica: l'anima rock dei gemelli Filippini

Calcio e musica, un connubio che in alcuni casi trova incroci molto interessanti. Lla canzone parla del calcio, come fa ad esempio  Francesco de Gregori con la sua commovente e arcinota  Leva calcistica del ‘68 oppure è il calcio che si avvale delle canzoni per aumentare ancora di più la propria potenza,  e qui è impossibile non pensare all’inno da pelle d’oca del Liverpool You’ll never walk alone, tratto da una canzone del musical Corousel. Così, durante questo periodo estivo ricco di manifestazioni calcistiche, tra Europei e Coppa America, abbiamo pensato di fare due chiacchiere con Antonio Filippini, indimenticabile gemello A (l’altro è il gemello E, Emanuele) della coppia di gemelli-calciatori più famosa del mondo, bandiere del Brescia calcio ma che vantano una militanza in altri club tra serie A e serie B (Palermo, Lazio, Treviso, Livorno, quasi sempre assieme) . Perché abbiamo pensato proprio a lui? Perché oltre che essere un protagonista del calcio, prima come giocatore e poi come allenatore, è anche un grande appassionato di rock, nonché cantante-chitarrista-autore, leader della band degli Stalkers, con cui ha pubblicato il disco Antonio Filippini & the Stalkers. Lo abbiamo incontrato nella bella ambientazione vintage del bar dell’Istituto Musicale l’Ottava, del quale entrambi i gemelli sono soci, vantando un’amicizia ormai decennale con i fondatori dell’Associazione.


Complimenti per la sede Antonio, è molto bella e molto rock! Da quanto tempo conosci e frequenti i ragazzi dell’Ottava?
Sono ormai parecchi anni, avevo conosciuto Daniele Gozzetti (gli altri soci fondatori sono tutti musicisti professionisti, Vittorio Bianchi, Giovanni Rovati, Max Comincini) con il quale poi, grazie alla comune passione per  Bruce Springsteen, è nata una amicizia che ha portato, me e il mio gemello, a contribuire all’Istituto con alcune quote, diventando così di fatto soci. Mi piace stare qui, sono a contatto con grandi musicisti e imparo molto a livello musicale. Mi diverto a dare il mio contributo, non è raro trovarmi dietro al bancone del bar o a servire lo spiedo con Emanuele quando organizziamo delle serate.

Per un momento lasciamo da parte la musica e parliamo un po’ di calcio. Partiamo dagli inizi, dove e quando hai cominciato a tirare i classici 4 calci al pallone?
Ricordo i primi calci assieme ad Emanuele all’Oratorio di Urago Mella, poi il passaggio alla Voluntas di Clerici quindi il salto nelle giovanili del Brescia e poi nei Primavera con Battistini. Quindi la serie A per molti anni a Brescia e i trasferimenti al Palermo, alla Lazio, al Treviso, al Livorno per poi chiudere a 37 anni la carriera nella quadra che ho sempre amato, il Brescia, dove sono nato e dove tuttora vivo.

Antonio, una carriera la tua lunga e ricca di soddisfazioni,  per forza dobbiamo condensarla in alcuni momenti. Raccontaci alcuni ricordi della tua carriera da professionista vissuti nel Brescia.
I ricordi sono troppi, nel Brescia ho trascorso una vita giocando con fuoriclasse assoluti come Baggio e Guardiola, ma ricordo anche Filippo Galli, che veniva dalla scuola di Sacchi e che mi ha insegnato molto del metodo tattico di Sacchi, certamente un innovatore in Italia. Ma ricordo bene anche Pirlo, straordinario e indomito come tutti i bresciani. Sono rimasto molto colpito poi dalla spensieratezza di Dario Hubner, uno capace di vincere con 24 gol il titolo di capocannoniere in serie A quando militava nel Piacenza, alla pari di un certo Trezeguet, il quale a differenza di Dario non tirava i rigori (…e quando li tirava talvolta li sbagliava come accadde nel 2006 a Monaco nella finale mondiale contro l’Italia). Mi ha fatto molto piacere poi essere stato richiamato a Brescia a 37 anni, e concludere qui la mia carriera, come avevo sempre sperato.

Brescia è una città di provincia, mi incuriosisce molto ascoltare qualcosa dell’anno vissuto con il gemello Emanuele a Roma, nella Lazio (stagione 2004-5), nella quale hai giocato oltre 40 partite e realizzato 4 gol.
Fu una bella annata per me, con Papadopulo giocavo e segnavo anche! Purtroppo a fine stagione il cambio di allenatore, nonostante le promesse di Lotito, ci costò il trasferimento a Treviso, non rientravamo nei piani di Delio Rossi. Però l’ambiente romano è fantastico, c’è una rivalità molto accesa ma anche simpatica tra romanisti e laziali, che dura tutto l’anno a tutti i livelli, dal barista alla vecchietta. Ti fermano per strada, ti sfottono, vincere il derby equivale a salvare la stagione e a vivere di rendita per un anno, come capitò a noi, che battemmo la Roma 3-1. Lì incontrai un altro grande calciatore come Di Canio. E affrontai Totti nel derby, un fuoriclasse. Questi talenti non solo sono fortissimi tecnicamente, ma hanno una dote particolare che li rende straordinari: la capacità di leggere in anticipo il gioco, di muoversi un istante prima degli altri, che diventa poi fatale. E poi difficilmente sbagliano. Totti era un grande attaccante, quando tirava centrava la porta quasi sempre, per questo segna anche oggi. A 39 anni naturalmente corre di meno, ma così  rimane più riposato ed è ancora più lucido sotto rete.

In due parole, la caratteristica dei Filippini calciatori?
Sicuramente l’intensità, in questo credo che siamo stati dei precursori. Noi attaccavamo sempre l’avversario, gli spazi, facevamo pressing a tutto campo, gli avversari erano stupiti. Oggi è normale vedere la squadra alta, che fa pressing, ma una volta non era così e noi Filippini in questo senso eravamo realmente avanti. Potevamo contare sul fatto che avevamo un dinamismo eccezionale, in allenamento eravamo sempre i migliori nei test sulla corsa, a Coverciano ci portavano come esempio, facevamo dei tempi record. Detto questo mi sento di smentire che eravamo scarsi tecnicamente, facevamo tutto a mille all’ora, poi a certi livelli non c’è nessuno che non raggiunge almeno la sufficienza come tecnica calcistica, anche se in Tv a volte si ha un’impressione diversa.

Ora invece fai l’allenatore, dopo un’esperienza nel settore giovanile del Brescia e i tre mesi trascorsi in Australia all’Academy del Milan sei rientrato in Italia e lo scorso anno hai portato alla salvezza il Lumezzane, che milita in Lega Pro. Qual è la differenza maggiore tra il calciatore e l’allenatore?
Quando giocavo notavo che alcuni calciatori avevano le caratteristiche adatte per diventare dei bravi allenatori, come Guardiola e Di Biagio. Un calciatore deve avere molta costanza e molta perseveranza, aspetti che contano come il talento, se non di più. Ho conosciuto ragazzi dotatissimi ma senza quella fame di vincere che determina i grandi campioni, e li ho visti perdersi. Si fa presto a salire ma altrettanto rapidamente si rischia di scendere. L’allenatore in ogni caso deve essere credibile, quindi preparato calcisticamente, ma anche avere un certo carattere per potersi imporre e buone doti da psicologo, non tutti sono portati.

Tu che calcio ami, sei pro o contro il tiki-taka?
Io sono per il calcio all’italiana, lo ritengo adatto alle nostre caratteristiche. Se con un lancio di 30 metri posso mandare in gol il compagno perché non farlo? Non saremo mai come gli spagnoli, che oltre ad avere strutturato una scuola, dove in tutte le categorie si gioca allo stesso modo,  questo tipo di gioco ce l’hanno nel sangue.  

Torniamo di nuovo  all’altra tua grande passione, la musica. Quando giocavi c’erano dei compagni con i quali parlavi  di musica?
Sinceramente non ne ho mai incontrati molti, quando ci si allenava in palestra a Palermo cercavamo di mettere un po’ di rock come accompagnamento, ma erano sempre insulti. Portavamo anche la chitarra in ritiro ma c’erano pochi adepti. Solo quando eravamo con i bresciani riuscivamo a cantare qualcosa, con Pirlo, con Diana, con Bonera. Tra i pochi che ricordo appassionati di musica c’era Gasbarroni, patito di Vasco Rossi e Neri, che si infiammava per i Doors e che ingaggiammo poi come cantante nel nostro gruppo.

Ora che sei allenatore – riconfermato per questa stagione al Lumezzane -  continuerai a suonare?
Certo, naturalmente nei momenti liberi dagli impegni calcistici, come abbiamo sempre fatto io ed Emanuele.  Qui all’Ottava in virtù del fatto che siamo soci abbiamo sempre una sala prove per noi e quando possiamo veniamo qui a provare, poi una tantum ci esibiamo dal vivo.

Il primo disco che hai acquistato?
Legend
di Bob Marley, mi folgorò. Inizialmente il mio mito era proprio Bob Marley, in allenamento mettevo sempre la cuffia tipica giamaicana. Poi Emanuele mi ha contagiato con la sua passione per Springsteen, cominciai ad ascoltare delle cassette e poi abbiamo cominciato a seguirlo dal vivo, appena possiamo andiamo a vedere un suo concerto, recentemente siamo stati a Glasgow, a Coventry e a Monaco, Emanuele è andato anche a Copenaghen e ad Oslo. Ho visto circa una settantina di concerti di Springsteen e non mi fermo di certo qui!

Come è nata la passione del rock?
Come tutti mi sono appassionato da ragazzo, contagiato da mio fratello, poi questa passione l’abbiamo fatta crescere durante la nostra vita da calciatori, portavamo le chitarre in ritiro, oppure andavamo nei Brescia club ad animare le feste. Ad un certo punto con Omar Pedrini, che era molto amico di Neri, fondammo le Rondinelle Rock, con Neri alla voce, spesso in concerto si aggregava anche Omar, veniva con noi a cantare anche Doni.

Il concerto del boss più entusiasmante?
Tutti! Ricordo con piacere il primo a Milano, nel  1992, senza la E-Street band, poi quello all’Arena di Verona con la band di The Seeger Sessions. Ma citarne solo due è riduttivo, ogni concerto del Boss è un’apoteosi, anche nel suo disco folk emerge  la sua anima rock.

Due parole anche sul tuo primo album,  Antonio Filippini & the Stalkers.
E’ stato un gioco! Sono anni che con Emanuele e alcuni amici ci divertiamo a suonare e per divertimento abbiamo messo assieme e arrangiato alcune canzoni da me composte.  Nessuna ambizione, solo tanta soddisfazione, un po’ di rock ‘n’ roll suonato con gli amici, tutti appassionati e bravi musicisti, che vorrei citare: Emanuele, il mio gemello, alla chitarra elettrica, Giordano Calzoni elettrica ed acustica, Ettore “Magher” Cominotti al basso e Fabio Franzoni alla batteria, con una comparsata ai cori di Maurizio Neri, ex compagno di squadra nel Brescia e il grande Max Comincini aL piano e all’hammond.

Concludendo, un consiglio che ti senti di dare ai calciatori in erba, oggi che tutto viene esasperato ed enfatizzato.
Ci vuole ovviamente un po’ di talento, ma ancora di più conta la costanza e la perseveranza. Bisogna cercare il miglioramento continuo, giorno dopo giorno, ci vuole una sana voglia di migliorarsi, solo così si può vincere. Con l’allenamento costante si può facilmente salire di un paio di categorie. Certo, poi in serie A arrivano solo i migliori. Se uno però non ha la grinta e la determinazione necessaria per restare al vertice rischia di precipitare rapidamente. 

 

 

 

 

 

 

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