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Claudio Sanfilippo

cantante, autore, scrittore, ma sempre con uno "stile libero"

Claudio Sanfilippo è una persona squisita nei modi. Sempre gentile e garbato riesce a trasmettere delle sensazioni di grande e profonda empatia. Cosa, questa, se si ritrova nelle sue canzoni, nella sua produzione artistica, nella sua modalità di intendere l’arte. Non lo incontravo da tempo e l’occasione di ritrovarci è stata la terza serata della rassegna “Scuola Milanese” che si tiene alla Salumeria della Musica e che ha come filo conduttore la città di Milano (prossimo appuntamento il 27 febbraio e a seguire ogni quindici giorni circa fino a inizio maggio) e l’occasione ha dato vita ad una proficua chiacchierata, parlando di arte, di musica, di vita…
Le prossime date di “Scuola Milanese” in Salumeria della Musica saranno il 13 marzo, 27 marzo, 10 aprile e l’8 maggio.

“Scuola Milanese” è l’approdo naturale per un artista come Claudio Sanfilippo (e per i suoi partner nell’avventura). Come ti ritrovi in questa occasionale veste di “maestro” di cerimonie?
Benissimo. Con Carlo (Fava) e Folco (Orselli) c’è un sentimento di amicizia e di stima reciproca, da tempo ci vediamo, ci confrontiamo. Ridiamo molto, beviamo buoni bicchieri, ci divertiamo. E questo ci mette nelle condizioni di vivere il palco con naturalezza e spirito di gruppo. Cerchiamo di creare un’atmosfera conviviale che solleciti l’attenzione del pubblico in modo scorrevole e rilassato. Ci aiuta molto il fatto che ciascuno di noi ha un’identità artistica precisa. Siamo tre cantautori molto diversi che condividono certe affinità nel modo di “sentire” lo spirito della nostra città.

Scuola Milanese è anche uno sguardo sulla città e tu, da milanese, come vedi oggi la città e quanto ritieni possa essere ancora una fonte d’ispirazione per un artista? E dalle personalità extra musicali che sono venuti a farvi visita che cosa hai “imparato”?
Milano è una città che, nel bene e nel male, continua a svolgere un ruolo decisivo. È successo tutto qui, il patrimonio di esperienze e di cultura che porta con sé è inesauribile. Per un artista resta un luogo di ispirazioni infinite. È una città che induce a tenere dritte le antenne, e bisogna essere bravi a non perdere la capacità di osservare e di lasciarsi attraversare dalle cose che ti accadono intorno; continua ad essere un luogo ad alto tasso di potenzialità narrative e poetiche, che cerca di rinnovarsi costantemente, che ha il senso del movimento. Non sempre però questa natura la porta a cambiare in meglio, ma l’importante è non farsi condizionare troppo dai segnali negativi e difensivi, tenendo invece lo sguardo alto.

Dagli ospiti che abbiamo avuto con noi sul palco della Salumeria ho imparato molto e sarà così fino alla fine di questa rassegna, che peraltro abbiamo intenzione di replicare anche l’anno prossimo. Voglio citare Antonio Lubrano (qui sopra nella foto), col suo stile e il suo squisito sense of humour, Don Gino Rigoldi (foto a sinistra), che in dieci minuti ha creato un piccolo miracolo di poesia e comicità per raccontare che cosa significa vivere al servizio degli altri o ancora Gillo Dorfles, che a sentirlo parlare sembra di leggere un libro scritto bene, essenziale e colto nel senso migliore della parola. E infine Stefano Boeri (a destra), il suo intervento sulla Pietà Rondanini di Michelangelo che è conservata qui al Castello Sforzesco, mi ha colpito molto, uno spaccato dello stato dell’arte emozionante.

Ci hanno salutato maestri importanti quali Gaber, Jannacci, De Andrè, per i quali la parola era l’elemento trainante delle canzoni. Tu, da costruttore di sogni in musica, come hai vissuto da ascoltatore la lezione di questi maestri dell’arte sempre capaci di stupire e mai d’essere omologabili ad alcunché, di ciascuno di loro che cosa ti manca?
Hai citato tre artisti imprescindibili e diversi tra loro. Li ho ascoltati, metabolizzati e cantati fin da ragazzo. Di Gaber mi manca la sensazione che provavo quando uscivo da un suo spettacolo, che era quella di sentirmi migliore, più coraggioso e attento a non cadere nel conformismo. Nei suoi spettacoli c’era una tensione magica. Jannacci è la metafora vivente di un’epoca, di un sogno, di una pietà, di una poesia. Un genio capace di raccogliere in un colpo solo comicità e commozione. De André è un po’ il “centro” della canzone d’autore italiana, animo da libertario e compositore rigoroso, di grande precisione formale. Una voce bellissima. È’ stato capace di attraversare quasi mezzo secolo rinnovandosi sempre, anche sul piano squisitamente musicale.

I funerali di Jannacci, con la grande partecipazione popolare, hanno dimostrato che per essere amati come artisti non è necessario scalare classifiche ma essere coerenti ed onesti con il pubblico e con se stessi. Quanto, una figura come la sua, ha inciso nel tuo essere e mantenerti artista di qualità? 
Tantissimo, anche se in modo inconscio. Parliamo di integrità artistica, che oggi è più complicato tenere alta, siamo ipercomunicati e in balìa di vari tipi di confusione. Un cantautore oggi deve affrontare difficoltà che venti o trent’anni fa erano impensabili. In tutto ciò la lezione di Jannacci (e di Gaber, De Andrè e di altri, come De Gregori, Conte, Concato) è viva. Io sono cresciuto con loro e non potrei fare altrimenti, ho sempre scritto e cantato quello che avevo da dire, sempre obbedendo a una necessità intima e profonda. Non conosco altre strade, scrivere canzoni per me è una necessità per sentirmi più libero, non altro. 

La tua poetica è di ‘grana fine’, delicata, e nelle tue canzoni si apprezza la parola come elemento fondamentale del tuo essere artista. Qual è la tua modalità di costruzione delle tue canzoni?
Scrivo di getto, parole e musica in contemporanea. Di solito parto da una frase che sento suonare bene melodicamente e vado avanti “a naso”, seguendo il flusso del momento. Non so mai dove arriverò, né mi interessa. Quello che conta è riconoscere il momento in cui sento di essere ricettivo e sintonizzato con il mondo. E quello è il momento di affondare il colpo. Credo di avere una vocazione più musicale che letteraria, nonostante sia vera l’attenzione – come dici tu – per la parola.

Il sapere coniugare le parole alla musica è un dono non banale né occasionale: è figlio di talento ma anche di studio, applicazione e di un saper guardare intorno a se in maniera creativa. Ma oggi che tipo di “poetica”, a tuo avviso, gira intorno a noi?
Domandona... Mica facile rispondere, oggi viviamo in una tale fogna mediatica che sta diventando sempre più difficile riconoscere, distinguere. E questo porta quasi tutti (tranne le solite eccezioni) a cercare l’effetto speciale, il messaggio che “funziona”, il tweet, tanto per usare un neologismo dei nostri giorni. Non che questo sia negativo a priori, ma – se parliamo di canzone d’autore – il rispetto per la qualità formale non è un “tiramento” intellettualistico, è sostanza.

Nella tua carriera hai incontrato vari stili musicali, ma quasi mai ti abbiamo visto in chiave ritmica bensì sempre con sonorità molto tenui e delicate. Una scelta ponderata oppure una condizione connaturata alla tua sensibilità artistica?
Un po’ tutte due le cose, e poi c’è da considerare che ho una voce “grossa”, o meglio ancora, un timbro profondo, quindi è stato naturale andare nella direzione più consona per il mio tipo di vocalità. Anche se negli Ottanta giravo con una band dalle sonorità pop, ma allora avevo una voce diversa, meno bassa. Certo non sono un rocker e la chiave ritmica rimane soprattutto nei brani swing (una mia antica passione) e in certe bossa-nova più “tirate”.

Hai cantato (e scritto) anche in milanese. Che cosa rappresenta per te la parola, il pensiero, la poetica declinata nella lingua meneghina e che cosa di questa ti affascina in particolare?
Amo il milanese, è una lingua nobilissima, musicale, elegante, che ha regalato poeti come Carlo Porta, Delio Tessa e Franco Loi. L’ho imparato per mimesi, sono cresciuto con mia madre, mia nonna e mia bisnonna che tra di loro parlavano solo in milanese.  Ho scritto le canzoni de “I paroll che fann volà” in un paio di mesi, una piccola stagione in cui mi sono ritrovato a pensare in milanese. I dialetti hanno una forza espressiva potente, che arriva dalla strada, dalla voce della gente. Ci sono colori che solo la tavolozza di un dialetto è in grado di restituire. Purtroppo a Milano da tempo è quasi impossibile sentire due battute in milanese, e quindi mi piace pensare di essere uno di quelli che cercano di tenere vivo questo patrimonio.

Con l’album “Stile libero” avevi raccolto attorno a te una schiera di amici e musicisti milanesi di prim’ordine e quel lavoro, di grande qualità, aveva vinto il Premio Tenco come Opera Prima. Oggi, un album di questo genere sarebbe davvero difficile se non impossibile da realizzare. Che cosa è cambiato, a tuo avviso, nella costruzione e nella fruizione della musica in questi venti anni?
Quella modalità di lavoro è oggi un privilegio destinato a pochi, fortunati, artisti. In vent’anni il mondo della musica si è rovesciato. Innanzitutto è quasi scomparso il supporto fisico, siamo passati dal tramonto del vinile all’avvento del cd per arrivare al regno liquido dell’mp3, che contiene un decimo delle informazioni sonore. È cambiato, e continua a cambiare, anche il concetto stesso di “album”, che è sempre meno vissuto in chiave di progetto. Il mercato delle suonerie per i telefonini è una voce importante, tanto per fare un esempio di quanto la storia sia tutta diversa rispetto a vent’anni fa. Il discorso è complesso e dovrei dilungarmi troppo. La cosa importante è sapere che la musica è un elemento indispensabile per la vita di tutti, è impensabile svegliarsi un giorno senza la musica. Io riparto da lì, cercando di fare le mie cose al meglio per chi ha voglia di ascoltare. Che ci siano tanti o pochi denari.

Alla fine mi sembra poi questo il concetto per cui è nata “Scuola Milanese”, no?
Infatti. È stata messa la centro la voglia di raccontare Milano come la vediamo noi tre, ma con la curiosità di capire anche come la vedono alcune persone significative di questa città. Scuola Milanese è nata così, grazie all’intuizione di Carlo Fava, che una sera di qualche mese fa ci ha buttato lì l’idea. Ne abbiam parlato con Massimo Genchi, deus ex-machina della Salumeria della Musica a Milano (qui insieme nella foto) e nel giro di qualche settimana abbiamo raccolto l’adesione di una banda di amici che continuano a sostenerci con l’obbiettivo di fare una cosa bella (e crediamo utile) tutti insieme. Ci siamo autoprodotti, come impone il tempo in cui viviamo. Si soffre, si tira la cinghia, ma almeno si prova a fare una cosa significativa. E, riallacciandomi alla risposta che ti davo prima, questa esperienza in Salumeria è un‘esperienza che ci riporta al senso autentico di fare le cose “per bene”, per il gusto di farle “per bene”. Questo, fin qui. Ma certo l’ambizione di crescere e di allargare il cerchio c’è, è una questione di rispetto e di amore verso quello che facciamo, verso le persone (tante) che ci danno una mano, verso il pubblico che da Novembre viene ad ascoltarci ed è sempre più numeroso. Gli altri appuntamenti sono il 13 marzo, 27 marzo, 10 aprile e 8 maggio.

Parli dell’8 maggio come data ultima dell’avventura di “Scuola Milanese”, ma non sarebbe bello fare una data aggiuntiva, tipo “il meglio di” o qualcosa del genere, giusto per raccontare ad un numero maggiore di persone qualche personaggio (per esempio l'intervento del sindaco Giuliano Pisapia, qui nella foto di quella sera con voi tre intorno), qualche argomento che magari si è perso nei mesi precedenti. E poi, non abbiamo ancora parlato del tuo grande amore per il gioco del calcio e in particolare per i colori rossoneri e di quella puntata che gli avete dedicato in Salumeria..
Beh, sì, quella di fare una puntata riassuntiva pottrebbe essere un'idea, anche se a dire il vero è una cosa che ci stanno facendo capire in tanti che, appunto, non han potuto assistere a qualche serata particolare. Tornando però alla tua domanda sì, certo, amo il gioco del calcio, ma nel senso più etimologico del termine “gioco”. Tutto il contorno che si è creato negli ultimi venti-trent’anni ha rovinato non poco la magia che si crea intorno ad un campo di calcio, sia che si tratti di San Siro sia di un campetto in Viale Monza. Sono tifoso del Milan, certo, sono milanese e avevo cinquanta possibilità su cento di esserlo… mi è andata bene! A parte gli scherzi sono affezionato ai personaggi storici di tutte e due le squadre meneghine e come dicevi tu, in una puntata di “Scuola Milanese” dedicata a San Siro e dintorni, ho potuto invitare sul palco alcuni amici. Parlo per esempio di Tiziano Marelli, amico fraterno con cui ho scritto il libro ‘Fedeli a San Siro’ (nella foto in alto il retro di copertina con i due autori e qui invece sul palco quella sera). Lui interista sfegatato ed io… va beh, insomma rossonero fino al midollo, ci siamo divertiti a mettere nero su bianco (ecco, vedi, la Juve c’entra sempre…) ricordi, aneddoti, emozioni. E sul palco di Salumeria ne abbiamo raccontati alcuni e per farlo abbiamo invitato anche Giovanni Lodetti, storico mediano del Milan degli anni Sessanta, che arrivò in Nazionale e che con il Milan vinse tutto quello che si poteva vincere, per poi passare alla Sampdoria, al Foggia e finì la carriera al Novara nel 1978. Ma, come racconta lui stesso, in realtà ha giocato ancora per molti anni, in incognito, nei campetti di periferia a Milano. Se ti capita fatti raccontare la storia del campetto di calcio al Parco di Trenno…. Un personaggio unico Lodetti, mitico, simpaticissimo e con quella carica di umanità che non ritrovo più nei personaggi incravattati e muscolosi di oggi. Un vero signore del calcio di una volta, ma ancor prima una bellissima persona.

 

In chiusura, so che da tempo hai nel cassetto un nuovo album…
Sì, finalmente tra qualche mese, credo entro Aprile, uscirà un mio nuovo album. È un progetto nato insieme ad un caro amico, un bravissimo poeta marchigiano che si chiama Filippo Davòli, col quale in questi anni mi è capitato spesso di condividere il palco mescolando le mie canzoni e le sue poesie. Così un giorno abbiamo deciso di provare a dare testimonianza di questa cosa. Lui ha chiamato il suo vecchio amico Neri Marcorè, che nell’album legge le poesie di Filippo. Il percorso è un mix di mie canzoni e di poesie. Quello che ne uscirà è un album fatto di suggestioni sottili. C’è una rilettura di Stile Libero e La Canzone di Marinella di De André, il resto sono tutti brani inediti. Si intitola Avevamo un appuntamento e oltre al sottoscritto (ho suonato anche alcune chitarre elettriche, per la prima volta in un mio disco…) ci suonano Francesco Saverio Porciello e Rinaldo Donati alle chitarre, Andrea Donati  al basso e Marco Brioschi al flicorno. Il resto lo lascio all’ascolto di quando uscirà. Adesso abbiamo un altro appuntamento... quello di Scuola Milanese giovedì 27 febbraio, il 13 e 27 marzo, il 10 aprile, l'8 maggio e....


Il servizio fotografico contiene molte foto di Max Fortuna, alcune di Renzo Chiesa, altre ancora sono foto ufficiali di provenienza internettiana, ma soprattutto molte foto fanno parte dell'archivio di Scuola Milanese (https://www.facebook.com/scuolamilanese).

 

 

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