Yo Yo Mundi

Le etichette servono a
facilitare l’ascoltatore affinché abbia un’idea, un indirizzo rispetto alle tematiche
musicali di un artista o di un gruppo. Dopo tanti anni trascorsi dal “combat
folk” delle origini ritenete che questa veste calzi ancora oppure sia, magari
da tempo, logora e superata?
Per noi YYM le etichette sono come le gabbie, utili solo a chi vede la
musica e gli artisti come animali in uno zoo, diventano utili solo se spiegano
qualcosa, se lo contestualizzano, ma sono veleno micidiale per quelle persone
che, per noia o desuetudine, tendono a non approfondire o che hanno rinunciato
all’idea di ricerca, che si negano alla curiosità. E che, putroppo, oggi sono
la stragrande maggioranza. L’eliminazione dei sintomi della gioia, della
fratellanza, della creatività, del sogno, della libertà di scelta, critica e
azione, del sorriso e della curiosità è obiettivo primario di ogni potere
economico e politico. Ci spoglia, limita il pensiero, ci cataloga e ci raziona
la verità e altre risorse. Noi ci ribelliamo a questo e ci ribelliamo alle
etichette, anche se in alcuni casi ci avvicinano a gruppi che ammiriamo. Gli YYM vivono, scrivono, dialogano,
suonano e sognano. Provate a catturare un sogno e metterlo in barattolo
appiccicandoci un’etichetta… sarà impossibile. Dunque la risposta è: non sono
logore le etichette, ma ormai è insopportabile la pratica dell’etichettatura
che fa rima con dittatura.
Spaziare tra le arti è un vostro piacere/dovere nonché
affermazione di crescita. Quali sono stati gli stimoli fondamentali che vi
hanno spinto ad attraversare vari mondi, tematiche, modalità espressive?
La curiosità e la paura della
morte creativa. L’Italia è piena di artisti cristallizzati, gente di quaranta-cinquanta
anni che scrive come un adolescente per altri “finti” adolescenti. A loro fanno
da contraltare una schiera di giovani imitatori o epigoni dai quali non emerge
nessuna originalità, rare volte giusto qualche peculiarità. Rimane l’idea
puerile che se una cosa piace di primo acchito, vende e venderà sempre e per
sempre, e che per il nuovo non ci sia tempo, non ci siano mai risorse. Se ci
fermassimo anche solo per un attimo a pensarci su ci renderemmo conto di quanto
certe figure siano patetiche. Sono “non morti” che fanno il verso a loro
stessi. Altri trovano un’idea magari anche buona e la ri-masticano e
ri-vomitano per intere stagioni. Noi no, anche a costo si ricominciare e
ricostruire ogni volta da capo, perché odiamo essere immobili mascherare il
tempo che passa. La vita è una spirale e il modo migliore per viverla è
respirarla tutta. Ma questa è un’epoca così, dove gli artisti sono buffoni alla
corte del consumismo e si devono adeguare alle regole e per la pecunia e una
manciata di riflettori ci si assoggettano volentieri. Noi pensiamo che il ruolo
di un artista sia da un parte riconoscere ciò che è naturale, celebrandolo e
rispettandolo, dall’altra provocare il potere di turno, e i suoi complici, per
migliorare lo stato delle cose, per superare gli schemi e le imposizioni di
sempre nuovi fascismi.
Quanto è importante per voi il momento del concerto,
l’incontro vero, fisico, con gli sguardi, le espressioni, i desideri del pubblico che assiste ai vostri
spettacoli?
E’ il momento in cui la tavola è
imbandita e si cominciano ad assaggiare i frutti e i piatti finiti del nostro
seminare, raccogliere, maturare, praparare, cucinare… ecco un’altra possibile
spiegazione del perché ci siamo affrancati dai generi. La nostra musica non può
essere solo un piatto o un genere o un gusto, deve essere un vero e proprio
banchetto capace di offrire sapori assortiti, inediti e differenti, il pubblico
deve poter assaporare ogni pietanza e noi essere bravi a dosare ingredienti e
spezie senza mai affrettare il servizio delle portate. Un concerto deve essere
una proposta a "tutti sensi" attraverso colori, sapori, suoni,
profumi, sensazioni sempre differenti. Fare solo canzoni, ad esempio, per far
ballare il pubblico è noioso e inutile; in qualche modo dannoso per noi e per
loro. Così come ripetere uno slogan contro questo o quello per farti
applaudire, molto meglio offrire del materiale buono per pensare. Gli applausi che
ti garantisce questo tipo di scambio poi divengono davvero carezze!
Contaminazione artistica ed occhio alla storia, passata e
presente, sono elementi da sempre presenti nel vostro dna. Quali le ragioni che
vi portano, da sempre, a questo tipo di orientamento lirico/musicale?
La ragione sta nel fatto che la
nostra musica scaturisce naturale dalle nostre passioni, non solo musicali. E’
sempre il risultato dell’incontro e dell’intreccio, dello scambio e del
confronto. Rispetto alla scrittura pura,
al germoglio da quale sboccerà una
canzone è bene dire che io sono uno degli Yo Yo Mundi e noi siamo in cinque, ma io scrivo ascoltando molti
dei pensieri che maturano dal nostro quotidiano confronto e, dunque, scrivo
anche per questa nostra piccola comunità. Dentro le nostre canzoni trovano
spazio molti dei nostri sogni e delle nostre paure, qualche intuizione,
tantissimi racconti, e, soprattutto, molta memoria personale e collettiva.
Negli anni ho imparato a scrivere attingendo da questo nostro speciale patrimonio.
Un cantastorie prima ascolta, impara le storie e poi dopo averle rielaborate le
racconta a tutti trasformandole in canto. Ma quelle storie non diventano mai di
sua proprietà. Le canzoni degli Yo Yo
Mundi sono di chi le sogna e di chi le ha sognate. E quando incontri
qualcuno che ti parla di una tua canzone che lo ha emozionato e ha gli occhi
che brillano, in quel momento capisci che quel sogno è stato sognato anche da
altri. E il cerchio si chiude e quel tenero germoglio che hai curato e
cresciuto si è fatto frutto ed è possibile gustarlo. Infine in quella
mescolanza di sapori inediti e usuali, molti si riconoscono e si ritrovano. E’
così che la tua-nostra canzone torna alla terra fertile da dove è scaturita e
diventa patrimonio comune e, a volte, memoria.
“Album rosso” arriva dopo due “non-album” di Yo Yo Mundi:
“Fuoriusciti” e la sonorizzazione di “Chang e la giungla misteriosa”. Ci potete
parlare delle motivazioni che vi hanno portato alla realizzazione di questi
lavori ed, in particolare, del significato, anche civico, di “Fuoriusciti”?
Il cd di “Chang” è una fotografia tanto mossa quanto centrata di una
nostra sonorizzazione. Eugenio (Merico batterista degli YYM),
catturato il left\right di una nostra esibizione al “Festival Poiesis” (efficacemente missato “live” dal nostro
chitarrista Fabrizio Barale in
quell’occasione impegnato alla fonica!), decide di realizzare un estratto della
sonorizzazione – e lo fa di nascosto e a nostra insaputa con la complictà di
Fabrizio e di altri collaboratori degli YYM.
Una volta stampato in tiratura limitata ce ne fa dono per il Natale del 2007.
Un gioco, un graffio, una sorpresa che nei primi mesi del 2008 ci porta
addirittura a fare un nuovo tour in UK. “Fuoriusciti” invece è l’estratto dello
spettacolo teatrale “Ricordi Fuoriusciti” con gli attori Fabrizio Pagella
(è la voce recitante di E a un certo punto il rosso…) e Tatiana
Lepore, per la regia di Beppe Rosso, coautore del testo insieme a Marco
Gobetti. Un lavoro incentrato sulla memoria, che in alcuni dei suoi aspetti
drammatici è, ahinoi, molto attuale. Quelli sono gli anni della nascita del
fascismo, ma sono anche gli anni illuminati dal pensiero e dalla lotta di Gramsci,
Gobetti, Salvemini e dei fratelli Rosselli. Questi due lavori non
sono distribuiti, ma si possono reperire insieme al nostro catalogo a prezzo
rigorosamente “politico”, su Ebay nel negozio virtuale Sciopero Music Store.
“Album rosso” come altri
vostri lavori, ha una sorta di filo conduttore. Potreste indicarci qual è
questo filo e, nel caso, esistesse, perché lo avete scelto?
Mai come in questo caso si può
parlare di fil rouge! In realtà ci
sono diversi percorsi segnati (e forse qualche via che ancora non abbiamo
scoperto!). Innanzitutto le canzoni di “Album
Rosso” sono canzoni d’amore, di lotta e di speranza. Penso a Il funerale del clown – dove la
speranza è interpretata dal magico violino di Steve Wickham! – oppure a
due diverse ragioni d’amore e di lotta espresse ne “l’età inquieta” e ne Il silenzio del mare. Il titolo
invece nasce per caso nel momento in cui abbiamo dovuto nominare la cartella
sulla scrivania del computer dove stavamo raccogliendo le canzoni inedite, gli
spunti strumentali e le suggestioni sonore che avevamo, sparse tra memoria e
ingegno, insomma la materia non più bruta della creazione. Abbiamo scelto la
parola Album perché ci piaceva l’idea di trasformare l’asetticità digitale di
un titolo in qualcosa di tattile: uno scrigno di carta, l’album dove si
conservano ritagli, brandelli di vita vissuta, fotografie, appunti, frasi,
schizzi – e anche perché l’ipotesi di denominarlo “disco nuovo” ci
sembrava un poco triste! Poi, quasi subito, abbiamo aggiunto l’aggettivo "Rosso" scegliendo il colore meno
di moda (ora come allora), per scherzare e giocare, fosse anche per sdrammatizzare
quel qualcosa che in un certo modo ci faceva soffire – questa che ci brucia la
pelle e i confini del cuore è una stagione al tramonto. Immediatamente,
regalandoci sorrisi, il pensiero è andato – senza nessuna presunzione… ça va
sans dire – all’album Bianco dei Beatles! In fondo, per noi, “Album Rosso” è al contempo un punto
d’arrivo e una svolta. In questo lavoro ci sono tutte le nostre esperienze
“altre” degli ultimi anni e pur essendo un cd prevalentemente “di canzoni”, è
la sintesi della nostra poetica, e, in qualche modo, il risultato finale di un
periodo creativo meraviglioso. Ma d’altro canto questo disco è davvero pieno di
idee di esperimenti e di momenti creativi pescati nel mare dell’altrove. Giorno
dopo giorno lavorando alla sua lenta costruzione, abbiamo scoperto che in ogni
canzone era presente il rosso: brillava e ci offriva mille sfumature di sè.
Così un titolo nato per gioco è diventato necessario. Ed è per questo motivo
che a Massimo Carlotto, Alessio Lega e Marco Rovelli abbiamo
chiesto di scrivere con noi e per noi sul colore rosso e, nel caso di Anarcobaleno,
ideale conclusione della nostra “ricerca del rosso perduto”, di cantare e
celebrare anche tutti gli altri colori.
I testi di “Album rosso” sono molto ricchi di segni e significati,
sono intrisi di vita, di desideri ma anche di memoria. Come nascono, ad
esempio, canzoni come Una bandiera quasi
bianca e quali obbiettivi si pone (almeno dal punto di vista dell’emozione)
un brano come questo?
Questo brano è nato per raccontare
la vicenda della Divisione Acqui
ribellatasi ai tedeschi dopo l’otto settembre ‘43. La Divisione di stanza nelle
isole di Cefalonia e Corfù, dopo un referendum indetto tra le truppe, affrontò
con coraggio il nuovo nemico, che chiedeva di cedere le armi senza condizioni,
e venne sconfitta in battaglia. Dopo la resa, in barba ad ogni regola di
guerra, diverse migliaia di quei soldati, furono passati per le armi e
sterminati dalla Wehrmacht. Questa è una storia poco conosciuta per via di un
folle ostracismo incredibilmente imposto, seppur per diverse ragioni
strumentali, sia da destra e sia da sinistra, per continuare a nascondere gli
accadimenti di questo momento resistenziale, ma impossibile da collocare da un
punto di vista strettamente politico. Questo brano faceva parte di uno
spettacolo teatrale che abbiamo realizzato con il regista Luciano Nattino
intitolato “Il Bandito della Acqui –
Cefalonia 1943”. Anche delle versioni acerbe de Il silenzio del mare e Il giorno in cui vennero gli aerei
(brano entrato nelle dieci nomination del “Premio Amnesty Italia 2009”) facevano parte di quel progetto. Noi
amiamo lavorare sulla memoria e sulla storia. Queste due sorelle che vivono
troppo spesso schiena contro schiena, suscitano molti spunti creativi, regalano
mistero e verità alle nostre canzoni e una forza ed una energia indispensabile
a quel sogno di un mondo migliore.
Com’è nata la collaborazione
con Massimo Carlotto, voce recitante ed autore del testo di E a un certo punto il rosso cambiò colore…?
Nasce dopo un concerto contro le
morti da amianto dove ci siamo incontrati e, in qualche modo, riconosciuti. Noi
gli abbiamo manifestato la nostra grande passione per la sua opera letteraria e
lui ci confidò che gli era piaciuto molto il taglio che avevamo dato al nostro
lavoro sulla resistenza dedicato alla Banda
Tom. Con lui e con Maurizio Camardi, altro grande artista ed
amico presente in “Album Rosso”,
abbiamo intrapreso un percorso “resistente” che ci porterà a realizzare insieme
altri sogni e altri intrecci artistici.
Oggi la musica, con quello che avviene intorno a noi, e
penso all’economia ed alla politica, può rappresentare un mero segno
consolatorio oppure ritenete che debba essere anche un elemento di riflessione
rendendo possibile un “ragionamento” oltre il mero ascolto di un album, di una
canzone? Esiste davvero un confine che divide le canzoni impegnate da quelle
disimpegnate?
Noi siamo convinti che non sia
questo il problema. Il dramma è fare finta di non vedere quello che ci succede
intorno. E un artista non può fingere a tal punto, deve consacrarsi totalmente
alla sua epoca e se gli sarà possibile, per magnifico regalo del cielo, provare
ad anticipare quello che accadrà. Talvolta la canzone senza impegno è una
filastrocca buona per giocare, e in questo caso ci piace anche molto (ma, ad
esempio, le filastrocche di Gianni Rodari erano e sono solo
apparentemente leggere!), ma quando la canzone, svuotata di contenuti, diventa
un mezzo del potere per rinsecchiere le coscienze, allora ci fa paura. Come ci
fanno paura quegli artisti che volentieri si mettono in una posizione di
comodo, che diventano facilmente qualunquisti o si prestano ad essere il
“clarinetto” di qualche potere forte.
Come è possibile non cantare ciò che ci succede intorno e addosso, con
ugenza e allarme? Come è possibile non capire che ogni artista deve essere un
pericolo – o almeno una spina nel fianco, uno stimolo – per i potenti e i
prepotenti? Che ogni artista deve far qualcosa per far invertire la rotta alla
presunta civiltà in questo mondo che si sta autoimplodendo (pensiamo a quanti
esseri umani senza diritti, quanto inquinamento, quanta disperazione, quanta
disparità)? Noi non suoniamo o scriviamo canzoni solo per qualcosa o per noi
stessi – anche se questo è il nostro mestiere e ne siamo molto orgogliosi – suoniamo
e scriviamo per qualcuno e per gli altri.
Canzoni impegnate, ma lievi, canzoni
leggere, ma piene di sostanza.
Una domanda per chiudere: la coerenza, almeno dal punto di
vista del ritorno di attenzione e di condivisione del vostro progetto da parte
del pubblico, paga oppure…?
Essere coerenti è un bel modo di vivere, è scegliere,
senza tradire e tradirsi, ma noi crediamo che la coerenza non possa essere
troppo elastica e dunque allungabile a seconda del momento e dell’opportunità.
Abbiamo deciso di essere noi stessi e di non svenderci mai per nessuno motivo.
Questa scelta ci rende felici ed è davvero impossibile e forse, inopportuno,
guardarci indietro e provare a calcolare cosa abbiamo perso o guadagnato da un
punto di vista di ritorno di immagine e di occasioni. Non è il nostro stile e,
scusate il gioco di parole, non sarebbe coerente!