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Rock For Comunità Oklahoma Onlus

"ROCK FOR OKLAHOMA onlus", la solidarita' di una Milano metal. Domenica 20 maggio 2012 al Barrio's in Via Barona angolo Via Boffalora, a Milano, si svolgerà "ROCK FOR OKLAHOMA ...

Yo Yo Mundi

Canzoni per gli altri

Chiacchierare con Paolo Enrico Archetti Maestri, che potremmo definire il portavoce degli Yo Yo Mundi, è sempre un piacere, sia per la sua naturale gentilezza sia per la sua vasta cultura che il cantante piemontese propone sempre con grande semplicità. E’ un appassionato del suo lavoro, Paolo, così come lo sono tutti gli altri componenti il gruppo che, coerente con le proprie idee, finalità, sogni, speranze, ambizioni, ha proposto il recentissimo Album Rosso, sorta di viaggio nel tempo e nella memoria per comprendere, ancor di più e meglio, questo nostro presente, accidentato come una mulattiera con i ciotoli di pietra sempre più matrattati, sempre più calpestati. Come tanti diritti…


Le etichette servono a facilitare l’ascoltatore affinché abbia un’idea, un indirizzo rispetto alle tematiche musicali di un artista o di un gruppo. Dopo tanti anni trascorsi dal “combat folk” delle origini ritenete che questa veste calzi ancora oppure sia, magari da tempo, logora e superata?

Per noi YYM le etichette sono come le gabbie, utili solo a chi vede la musica e gli artisti come animali in uno zoo, diventano utili solo se spiegano qualcosa, se lo contestualizzano, ma sono veleno micidiale per quelle persone che, per noia o desuetudine, tendono a non approfondire o che hanno rinunciato all’idea di ricerca, che si negano alla curiosità. E che, putroppo, oggi sono la stragrande maggioranza. L’eliminazione dei sintomi della gioia, della fratellanza, della creatività, del sogno, della libertà di scelta, critica e azione, del sorriso e della curiosità è obiettivo primario di ogni potere economico e politico. Ci spoglia, limita il pensiero, ci cataloga e ci raziona la verità e altre risorse. Noi ci ribelliamo a questo e ci ribelliamo alle etichette, anche se in alcuni casi ci avvicinano a gruppi che ammiriamo. Gli YYM vivono, scrivono, dialogano, suonano e sognano. Provate a catturare un sogno e metterlo in barattolo appiccicandoci un’etichetta… sarà impossibile. Dunque la risposta è: non sono logore le etichette, ma ormai è insopportabile la pratica dell’etichettatura che fa rima con dittatura.

Spaziare tra le arti è un vostro piacere/dovere nonché affermazione di crescita. Quali sono stati gli stimoli fondamentali che vi hanno spinto ad attraversare vari mondi, tematiche, modalità espressive?
La curiosità e la paura della morte creativa. L’Italia è piena di artisti cristallizzati, gente di quaranta-cinquanta anni che scrive come un adolescente per altri “finti” adolescenti. A loro fanno da contraltare una schiera di giovani imitatori o epigoni dai quali non emerge nessuna originalità, rare volte giusto qualche peculiarità. Rimane l’idea puerile che se una cosa piace di primo acchito, vende e venderà sempre e per sempre, e che per il nuovo non ci sia tempo, non ci siano mai risorse. Se ci fermassimo anche solo per un attimo a pensarci su ci renderemmo conto di quanto certe figure siano patetiche. Sono “non morti” che fanno il verso a loro stessi. Altri trovano un’idea magari anche buona e la ri-masticano e ri-vomitano per intere stagioni. Noi no, anche a costo si ricominciare e ricostruire ogni volta da capo, perché odiamo essere immobili mascherare il tempo che passa. La vita è una spirale e il modo migliore per viverla è respirarla tutta. Ma questa è un’epoca così, dove gli artisti sono buffoni alla corte del consumismo e si devono adeguare alle regole e per la pecunia e una manciata di riflettori ci si assoggettano volentieri. Noi pensiamo che il ruolo di un artista sia da un parte riconoscere ciò che è naturale, celebrandolo e rispettandolo, dall’altra provocare il potere di turno, e i suoi complici, per migliorare lo stato delle cose, per superare gli schemi e le imposizioni di sempre nuovi fascismi.

Quanto è importante per voi il momento del concerto, l’incontro vero, fisico, con gli sguardi, le espressioni,  i desideri del pubblico che assiste ai vostri spettacoli?
E’ il momento in cui la tavola è imbandita e si cominciano ad assaggiare i frutti e i piatti finiti del nostro seminare, raccogliere, maturare, praparare, cucinare… ecco un’altra possibile spiegazione del perché ci siamo affrancati dai generi. La nostra musica non può essere solo un piatto o un genere o un gusto, deve essere un vero e proprio banchetto capace di offrire sapori assortiti, inediti e differenti, il pubblico deve poter assaporare ogni pietanza e noi essere bravi a dosare ingredienti e spezie senza mai affrettare il servizio delle portate. Un concerto deve essere una proposta a "tutti sensi" attraverso colori, sapori, suoni, profumi, sensazioni sempre differenti. Fare solo canzoni, ad esempio, per far ballare il pubblico è noioso e inutile; in qualche modo dannoso per noi e per loro. Così come ripetere uno slogan contro questo o quello per farti applaudire, molto meglio offrire del materiale buono per pensare. Gli applausi che ti garantisce questo tipo di scambio poi divengono davvero carezze!

Contaminazione artistica ed occhio alla storia, passata e presente, sono elementi da sempre presenti nel vostro dna. Quali le ragioni che vi portano, da sempre, a questo tipo di orientamento lirico/musicale?
La ragione sta nel fatto che la nostra musica scaturisce naturale dalle nostre passioni, non solo musicali. E’ sempre il risultato dell’incontro e dell’intreccio, dello scambio e del confronto.  Rispetto alla scrittura pura, al germoglio  da quale sboccerà una canzone è bene dire che io sono uno degli Yo Yo Mundi e noi siamo in cinque, ma io scrivo ascoltando molti dei pensieri che maturano dal nostro quotidiano confronto e, dunque, scrivo anche per questa nostra piccola comunità. Dentro le nostre canzoni trovano spazio molti dei nostri sogni e delle nostre paure, qualche intuizione, tantissimi racconti, e, soprattutto, molta memoria personale e collettiva. Negli anni ho imparato a scrivere attingendo da questo nostro speciale patrimonio. Un cantastorie prima ascolta, impara le storie e poi dopo averle rielaborate le racconta a tutti trasformandole in canto. Ma quelle storie non diventano mai di sua proprietà. Le canzoni degli Yo Yo Mundi sono di chi le sogna e di chi le ha sognate. E quando incontri qualcuno che ti parla di una tua canzone che lo ha emozionato e ha gli occhi che brillano, in quel momento capisci che quel sogno è stato sognato anche da altri. E il cerchio si chiude e quel tenero germoglio che hai curato e cresciuto si è fatto frutto ed è possibile gustarlo. Infine in quella mescolanza di sapori inediti e usuali, molti si riconoscono e si ritrovano. E’ così che la tua-nostra canzone torna alla terra fertile da dove è scaturita e diventa patrimonio comune e, a volte, memoria.

“Album rosso” arriva dopo due “non-album” di Yo Yo Mundi: “Fuoriusciti” e la sonorizzazione di “Chang e la giungla misteriosa”. Ci potete parlare delle motivazioni che vi hanno portato alla realizzazione di questi lavori ed, in particolare, del significato, anche civico, di “Fuoriusciti”?
Il cd di “Changè una fotografia tanto mossa quanto centrata di una nostra sonorizzazione. Eugenio (Merico batterista degli YYM), catturato il left\right di una nostra esibizione al “Festival Poiesis” (efficacemente missato “live” dal nostro chitarrista Fabrizio Barale in quell’occasione impegnato alla fonica!), decide di realizzare un estratto della sonorizzazione – e lo fa di nascosto e a nostra insaputa con la complictà di Fabrizio e di altri collaboratori degli YYM. Una volta stampato in tiratura limitata ce ne fa dono per il Natale del 2007. Un gioco, un graffio, una sorpresa che nei primi mesi del 2008 ci porta addirittura a fare un nuovo tour in UK. “Fuoriusciti” invece è l’estratto dello spettacolo teatrale “Ricordi Fuoriusciti” con gli attori Fabrizio Pagella (è la voce recitante di E a un certo punto il rosso…) e Tatiana Lepore, per la regia di Beppe Rosso, coautore del testo insieme a Marco Gobetti. Un lavoro incentrato sulla memoria, che in alcuni dei suoi aspetti drammatici è, ahinoi, molto attuale. Quelli sono gli anni della nascita del fascismo, ma sono anche gli anni illuminati dal pensiero e dalla lotta di Gramsci, Gobetti, Salvemini e dei fratelli Rosselli. Questi due lavori non sono distribuiti, ma si possono reperire insieme al nostro catalogo a prezzo rigorosamente “politico”, su Ebay nel negozio virtuale Sciopero Music Store.

“Album rosso” come altri vostri lavori, ha una sorta di filo conduttore. Potreste indicarci qual è questo filo e, nel caso, esistesse, perché lo avete scelto?
Mai come in questo caso si può parlare di fil rouge! In realtà ci sono diversi percorsi segnati (e forse qualche via che ancora non abbiamo scoperto!). Innanzitutto le canzoni di “Album Rosso” sono canzoni d’amore, di lotta e di speranza. Penso a Il funerale del clown – dove la speranza è interpretata dal magico violino di Steve Wickham! – oppure a due diverse ragioni d’amore e di lotta espresse ne “l’età inquieta” e ne Il silenzio del mare. Il titolo invece nasce per caso nel momento in cui abbiamo dovuto nominare la cartella sulla scrivania del computer dove stavamo raccogliendo le canzoni inedite, gli spunti strumentali e le suggestioni sonore che avevamo, sparse tra memoria e ingegno, insomma la materia non più bruta della creazione. Abbiamo scelto la parola Album perché ci piaceva l’idea di trasformare l’asetticità digitale di un titolo in qualcosa di tattile: uno scrigno di carta, l’album dove si conservano ritagli, brandelli di vita vissuta, fotografie, appunti, frasi, schizzi – e anche perché  l’ipotesi di denominarlo “disco nuovo” ci sembrava un poco triste! Poi, quasi subito, abbiamo aggiunto l’aggettivo "Rosso" scegliendo il colore meno di moda (ora come allora), per scherzare e giocare, fosse anche per sdrammatizzare quel qualcosa che in un certo modo ci faceva soffire – questa che ci brucia la pelle e i confini del cuore è una stagione al tramonto. Immediatamente, regalandoci sorrisi, il pensiero è andato – senza nessuna presunzione… ça va sans dire – all’album Bianco dei Beatles! In fondo, per noi, “Album Rosso” è al contempo un punto d’arrivo e una svolta. In questo lavoro ci sono tutte le nostre esperienze “altre” degli ultimi anni e pur essendo un cd prevalentemente “di canzoni”, è la sintesi della nostra poetica, e, in qualche modo, il risultato finale di un periodo creativo meraviglioso. Ma d’altro canto questo disco è davvero pieno di idee di esperimenti e di momenti creativi pescati nel mare dell’altrove. Giorno dopo giorno lavorando alla sua lenta costruzione, abbiamo scoperto che in ogni canzone era presente il rosso: brillava e ci offriva mille sfumature di sè. Così un titolo nato per gioco è diventato necessario. Ed è per questo motivo che a Massimo Carlotto, Alessio Lega e Marco Rovelli abbiamo chiesto di scrivere con noi e per noi sul colore rosso e, nel caso di Anarcobaleno, ideale conclusione della nostra “ricerca del rosso perduto”, di cantare e celebrare anche tutti gli altri colori.

I testi di “Album rosso” sono molto ricchi di segni e significati, sono intrisi di vita, di desideri ma anche di memoria. Come nascono, ad esempio, canzoni come Una bandiera quasi bianca e quali obbiettivi si pone (almeno dal punto di vista dell’emozione) un brano come questo?
Questo brano è nato per raccontare la vicenda della Divisione Acqui ribellatasi ai tedeschi dopo l’otto settembre ‘43. La Divisione di stanza nelle isole di Cefalonia e Corfù, dopo un referendum indetto tra le truppe, affrontò con coraggio il nuovo nemico, che chiedeva di cedere le armi senza condizioni, e venne sconfitta in battaglia. Dopo la resa, in barba ad ogni regola di guerra, diverse migliaia di quei soldati, furono passati per le armi e sterminati dalla Wehrmacht. Questa è una storia poco conosciuta per via di un folle ostracismo incredibilmente imposto, seppur per diverse ragioni strumentali, sia da destra e sia da sinistra, per continuare a nascondere gli accadimenti di questo momento resistenziale, ma impossibile da collocare da un punto di vista strettamente politico. Questo brano faceva parte di uno spettacolo teatrale che abbiamo realizzato con il regista Luciano Nattino intitolato “Il Bandito della Acqui – Cefalonia 1943”. Anche delle versioni acerbe de Il silenzio del mare e Il giorno in cui vennero gli aerei (brano entrato nelle dieci nomination del “Premio Amnesty Italia 2009”) facevano parte di quel progetto. Noi amiamo lavorare sulla memoria e sulla storia. Queste due sorelle che vivono troppo spesso schiena contro schiena, suscitano molti spunti creativi, regalano mistero e verità alle nostre canzoni e una forza ed una energia indispensabile a quel sogno di un mondo migliore.

Com’è nata la collaborazione con Massimo Carlotto, voce recitante ed autore del testo di E a un certo punto il rosso cambiò colore…?
Nasce dopo un concerto contro le morti da amianto dove ci siamo incontrati e, in qualche modo, riconosciuti. Noi gli abbiamo manifestato la nostra grande passione per la sua opera letteraria e lui ci confidò che gli era piaciuto molto il taglio che avevamo dato al nostro lavoro sulla resistenza dedicato alla Banda Tom. Con lui e con Maurizio Camardi, altro grande artista ed amico presente in “Album Rosso”, abbiamo intrapreso un percorso “resistente” che ci porterà a realizzare insieme altri sogni e altri intrecci artistici.

Oggi la musica, con quello che avviene intorno a noi, e penso all’economia ed alla politica, può rappresentare un mero segno consolatorio oppure ritenete che debba essere anche un elemento di riflessione rendendo possibile un “ragionamento” oltre il mero ascolto di un album, di una canzone? Esiste davvero un confine che divide le canzoni impegnate da quelle disimpegnate?
Noi siamo convinti che non sia questo il problema. Il dramma è fare finta di non vedere quello che ci succede intorno. E un artista non può fingere a tal punto, deve consacrarsi totalmente alla sua epoca e se gli sarà possibile, per magnifico regalo del cielo, provare ad anticipare quello che accadrà. Talvolta la canzone senza impegno è una filastrocca buona per giocare, e in questo caso ci piace anche molto (ma, ad esempio, le filastrocche di Gianni Rodari erano e sono solo apparentemente leggere!), ma quando la canzone, svuotata di contenuti, diventa un mezzo del potere per rinsecchiere le coscienze, allora ci fa paura. Come ci fanno paura quegli artisti che volentieri si mettono in una posizione di comodo, che diventano facilmente qualunquisti o si prestano ad essere il “clarinetto” di qualche potere forte.  Come è possibile non cantare ciò che ci succede intorno e addosso, con ugenza e allarme? Come è possibile non capire che ogni artista deve essere un pericolo – o almeno una spina nel fianco, uno stimolo – per i potenti e i prepotenti? Che ogni artista deve far qualcosa per far invertire la rotta alla presunta civiltà in questo mondo che si sta autoimplodendo (pensiamo a quanti esseri umani senza diritti, quanto inquinamento, quanta disperazione, quanta disparità)? Noi non suoniamo o scriviamo canzoni solo per qualcosa o per noi stessi – anche se questo è il nostro mestiere e ne siamo molto orgogliosi – suoniamo e scriviamo per qualcuno e per gli altri. Canzoni impegnate,  ma lievi, canzoni leggere, ma piene di sostanza.

Una domanda per chiudere: la coerenza, almeno dal punto di vista del ritorno di attenzione e di condivisione del vostro progetto da parte del pubblico, paga oppure…?
Essere coerenti è un bel modo di vivere, è scegliere, senza tradire e tradirsi, ma noi crediamo che la coerenza non possa essere troppo elastica e dunque allungabile a seconda del momento e dell’opportunità. Abbiamo deciso di essere noi stessi e di non svenderci mai per nessuno motivo. Questa scelta ci rende felici ed è davvero impossibile e forse, inopportuno, guardarci indietro e provare a calcolare cosa abbiamo perso o guadagnato da un punto di vista di ritorno di immagine e di occasioni. Non è il nostro stile e, scusate il gioco di parole, non sarebbe coerente!


(20/04/2009)

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