Gianmaria Testa: Canzoni spogliate

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C’è un bellissimo disco di João Gilberto che si chiama “Voz e violão”, letteralmente “voce e chitarra”. Oggi anche Gianmaria Testa ha il suo “voz e violão”: s’intitola Solo – dal vivo ed è uscito per la Odd Times (vedi recensione). E’ il primo del cantautore cuneese: il primo live e il primo in solitudine (anche se l’inedito che lo chiude è in studio e in trio). Abbiamo raggiunto l’artista, impegnato nella ripresa di due fortunatissimi spettacoli, in qualche modo gemelli, come “Guarda che luna”, con i vari Bollani, Rava, Banda Osiris, ecc., e “F. à Léo”, con Fresu e il trio Capelli-Zanchi-Garcia, per approfondire l’argomento. Non mancando di parlare anche del futuro più o meno prossimo.  

di: Alberto Bazzurro


Nelle note che accompagnano il disco si dice che, pur esistendo da anni l’intenzione di realizzare un live, l’idea che fosse proprio questo è nata a posteriori, una volta effettuato il concerto e ascoltata la relativa registrazione. Mi dici qualcosa di più?
Premesso che personalmente sono un po’ refrattario verso i live, che ho sempre visto come dei riempitivi per momenti di poca creatività, in effetti c’erano già stati vari tentativi in questo senso, registrazioni tra virgolette “professionali”, con studio mobile, ecc. L’impressione, però, era che mancasse sempre un po’ l’anima. Poi è arrivato questo concerto in solo all’Auditorium Parco della Musica, di cui gli organizzatori ci hanno mandato gentilmente la registrazione fatta per il loro archivio. Quando l’abbiamo sentita, con Paola (Farinetti, moglie e manager di Gianmaria, ndr), ci siamo detti che questo era il disco da fare, perché ha dentro quella cosa abbastanza particolare che è il contatto con il pubblico. Trattandosi però di una registrazione non destinata a uscire su cd, c’erano tutti i difettucci del caso: si alzava un riflettore e c’era una ronza in una cassa, cose del genere, per cui si è reso necessario un lungo lavoro di pulizia, che è stato senz’altro più faticoso del concerto stesso. Rimane qualche piccola imperfezione, ma abbiamo voluto privilegiare appunto quella specie di anima che ci abbiamo colto.

Scendendo dal palco, avevi avuto la sensazione che si fosse trattato di una serata particolare?
Guarda: quel concerto è giunto al termine di una tournée infinita, alla vigilia del ritorno a casa, con una prospettiva di quindici giorni di vacanza, per poi ripartire alla volta di New York. C’era una sorta di pace, non so come dirti. E anche il pubblico, evidentemente, aveva proprio voglia di sentirmi, per cui si è instaurato un dialogo particolare. Ma tu lo sai bene, perché è più o meno quanto accaduto nella serata su Pavese che hai organizzato l’estate scorsa a Tortona (da cui sono tratte le foto che corredano questa intervista, ndr). Sono le occasioni in cui ti accorgi di parlare la stessa lingua di tutti quelli che ti circondano.

Certo: l’artista ha bisogno di questo feedback che a volte s’instaura su un piano un po’ speciale. Un pubblico refrattario, freddo, distratto, chiaramente impedisce di metter fuori tutto quello che si ha da dare.
Per fortuna io di pubblici così non ne ho mai trovati, però ci sono delle volte in cui è come se ci fosse un surplus, come se tu arrivassi a un appuntamento, ti sedessi lì e facessi due parole. E’ tutto molto tranquillo, naturale, rilassato.

Nel momento in cui avete deciso che questo sarebbe stato l’atteso live, benché tu suoni spesso in solo, hai avuto un qualche rimpianto per non aver coinvolto altri musicisti, al di là del tuo gruppo – non so, Paolo Fresu, o altri – in modo da offrire una mise più articolata alle tue canzoni, anche considerando che l’unico disco che, pur essendo in studio, concettualmente è in qualche modo gemello di questo, “Il valzer di un giorno”, ha una veste analoga, spoglia, magra (anche se lì le chitarre sono per lo più due) ed entrambi sono una sorta di ricapitolazione di materiale quasi tutto noto, per di più con diversi titoli in comune?
Direi che il concerto in solo rappresenta il rapporto più diretto possibile, un rapporto veramente di uno a uno: tu e il pubblico. Senza infingimenti, abbellimenti. Senza null’altro che l’ossatura delle canzoni. Quindi no, non ho avuto rimpianti, anche se ogni tanto mi viene voglia di coinvolgere, per bravura e amicizia, un sacco di persone… Però credo che questo sia un documento che mi corrisponde, proprio nella sua nudità, e quindi sono felice di aver documentato questa mia dimensione.

Credo che per un artista – a meno che non concepisca la canzone fin dallo scheletro pensando a certi timbri, cosa che magari fai in parte anche tu – la nuda versione chitarra (o pianoforte) e voce risponda all’ambizione di qualunque compositore che sia anche interprete di presentarsi nella maniera più intima, essenziale, come a dire: questo sono io, queste sono le mie canzoni, le suono io e le canto io.
Ho sempre sostenuto che una canzone deve reggersi su tre elementi: un buon testo, una buona melodia e una buona armonia. Poi ha anche la particolarità di vivere sull’interpretazione. Comunque da una mia canzone io pretendo sempre che si regga da sé. Ci possono essere dei vestiti tagliati su misura per un dato pezzo, ma la base dev’essere solida di per sé. Io non sono di quelli che entrano in studio con tutto da costruire. No: lì si ragiona se aggiungere qualcosa, anche se ormai tendo piuttosto a togliere, sempre di più.

Venendo alla scelta del repertorio, qui evidentemente in funzione di un concerto e non di un disco, c’è l’inedito “ufficiale”, di cui parleremo poi, ma ce n’è anche un altro, La nave di Angelo Ruggiero, con cui tu inizi ogni tanto i tuoi concerti…
E’ una canzone che ho incontrato a Recanati e che mi sono sempre cantata, per me, e poi, sì, anche in qualche concerto. Trovo che corrisponda bene ai tempi, rivendicando l’insopprimibile desiderio di coltivare dei sogni, perché non se ne può più… L’ho cantata quella sera anche perché a Roma aveva appena vinto Alemanno: ora tu sai bene come la penso, che non sono proprio di quella parte lì, e quindi ho voluto aprire il concerto così.

Ho sempre pensato che ti si vesta addosso molto bene. Sembra scritta da te.
Non sei l’unico a pensarlo: proprio Angelo Ruggiero, ascoltato il disco, mi ha scritto appunto che sembra una canzone mia. Io gli ho risposto che le belle canzoni sono così forti da sopportare interpretazioni altre da quella dell’autore, e lo penso davvero.

Sempre in tema di inediti, in questo caso solo potenziali, non ti è spiaciuto di non aver cantato quella sera Il disertore di Boris Vian, come fai spesso dal vivo, con grande pathos e intensità, ma che non hai mai inciso?
In verità è presente nel dvd del “Chisciotte” con Erri De Luca. Però ti posso dire che la mia versione non aggiunge niente a quella di Ivano Fossati, che l’ha messa nero su bianco, rendendola un inno armato per la pace. Quella sera per caso non l’ho cantata, ma ti confesso che se l’avessi fatto credo che l’avrei lasciata fuori dal disco, perché mi sarebbe parso un doppione.

Capisco e rispetto il tuo pensiero ma non lo condivido, perché è vero che Fossati l’ha portata fuori dal limbo e che la tua versione va nella stessa direzione, però è anche vero che ci sono canzoni con cui è giusto che si misurino in tanti, e Il disertore è di sicuro una di queste.  
Hai ragione, e tuttavia, quando l’ho inserita nel “Chisciotte”, mi son fatto degli scrupoli, perché riconosco la paternità della sua riscoperta, l’averla resa attuale non solo per il testo ma anche per l’interpretazione, a Fossati. Anche se non so se l’ha tradotta lui…

No: Giorgio Calabrese. Ci sono le tre traduzioni storiche degli anni Sessanta: quella di Calabrese, appunto, quella di Fantozzi, che si vuole fosse già uno pseudonimo di Villaggio, e quella di Tenco, Padroni della terra, che peraltro, almeno nel testo, tiene conto anche di Masters of the War di Dylan. Tornando comunque ai brani del disco, si conferma intanto che “Extramuros” è il cd a cui attingi di meno, dal vivo, mentre c’è un’ovvia, massiccia presenza di brani dell’ultimo album in studio, “Da questa parte del mare”. E colpisce che questi pezzi, otto, con la sola interruzione di Polvere di gesso, siano consecutivi. Questo perché li ritieni una sorta di monade, appartenendo a quello che si dice un concept album, quindi con un senso conchiuso da salvaguardare, o perché è materiale ancora troppo fresco perché tu possieda il distacco necessario a consentirti di alternarlo del tutto naturalmente a canzoni precedenti?
Sei veramente uno che scava: le due ipotesi sono entrambe valide. Prima di un concerto, raramente metto giù una scaletta. L’ho fatto quando sono venuto da te, perché le canzoni dovevano convivere con i testi di Pavese che tu avevi selezionato, ma di regola tiro semplicemente giù un elenco di brani, da cui attingo buttando l’occhio sul foglio e scegliendo di volta in volta in modo da instaurare un ipotetico dialogo col pubblico di quella sera, qualcosa che magari vedo solo io, ma che comunque mi pare crei una successione logica, come appunto in un dialogo. Per quanto riguarda “Da questa parte del mare”, l’ho pensato proprio come un corpus unico, per cui è del tutto naturale proporne le canzoni ravvicinate, anche se nello specifico ci ho infilato dentro appunto Polvere di gesso, perché mi sembrava che ci stesse bene. E’ anche vero, d’altra parte, che non ho ancora preso le distanze sufficienti da quel disco, che mi è costato tanta fatica, per concepirlo e realizzarlo, ed è ancora troppo vicino per poterlo guardare un po’ dal di fuori.

Veniamo all’inedito, Come al cielo gli aeroplani: l’hai inserito perché volevi che ci fosse qualcosa al di fuori dell’entità del concerto, perché avevi urgenza di far uscire questo pezzo? Non credo che tu l’abbia fatto perché di solito si fa…
La canzone, come quasi sempre mi succede, mi girava in testa da un po’, direi da almeno due anni, e mi piaceva – proprio banalmente – colorare un cd come questo con un inedito. Per combinazione, l’ho finito a Napoli pochissimi giorni prima di andare in studio per il missaggio, e mi è sembrata una buona chiusura. Come La nave, che apre il cd, gira attorno al tema del sogno, senza il quale “non ci sarebbero canzoni”. Tradotto, significa che non porterei in giro me stesso se non  avessi dentro una struttura. Mi sembrerebbe di essere un bluff che viaggia. Me ne sarei stato a fare il ferroviere e basta. L’ho incisa in trio con Piero Ponzo e Nicola Negrini, con cui abbiamo fatto millanta concerti, per cui non c’era bisogno di tante parole. Insomma: non mi pare si stacchi troppo dal resto del disco.

In effetti c’è lo stesso pudore, anche nelle  sonorità.
Esatto.

A quando il tuo prossimo album di inediti? Hai già qualcosa di pronto?
Qualcosa c’è, ma per il momento è ancora un puzzle tutto da montare, che avrà a che fare con i miei recenti cinquant’anni. Sto pensando di girare intorno al tema del tempo che passa, non per farne un disco monografico, ma per avere comunque un filo conduttore. Di tempi, però, non posso ancora parlare.

Intanto è tornato fuori “Guarda che luna”, spettacolo di grande successo. Come mai avete deciso di riprenderlo?
Perché le insistenze sono state davvero forti. Avevamo tutti dieci giorni liberi, a parte la Banda Osiris, che si è dovuta liberare da “Parla con me”, per cui abbiamo deciso di accettare l’offerta. Sono stati dieci giorni intensissimi, con una media di mille persone a sera. Ne valeva la pena. E adesso si discute se darci un appuntamento annuale, fare proprio la classica trappola per topi, quelle cose che vanno avanti per quarant’anni sostituendo quelli che muoiono con altri… Non capiamo neanche bene perché abbia tanta fortuna. Personalmente sono stato molto contento di ritrovare tutti quanti, perché diversamente non ci si incrocia più, essendo tutti così sparpagliati. Quindi sono stati dieci giorni anche di amicizia ritrovata. Benedico la musica, per questo.

In effetti sarebbe una bella cosa trovarvi dieci giorni all’anno…
Lo Stabile di Torino ce l’ha anche già proposto, come un appuntamento fisso. Anche perché è uno spettacolo a maglie larghe: lo si può attualizzare come si vuole, pur mantenendone la struttura. C’è una componente jazz, di improvvisazione, abbastanza forte. Insomma: ci stiamo pensando. Mi sembra che il più refrattario sia Enrico Rava, non soltanto per ragioni anagrafiche (ne fa settanta quest’anno). Però anche lui è quasi convinto, perché si diverte veramente: è così autoironico, e poi ha un suono come forse non ha mai avuto. Mi stupisce ogni volta.  Stefano Bollani, poi, è infinito. Stavolta gli abbiamo aggiunto un tormentone su Allevi, dicendogli: tanto a te al Senato non ti chiameranno mai! In qualche modo credo che terremo in piedi la cosa.

E in parallelo c’è anche “F. à Léo”, un po’ il gemello di “Guarda che luna”.
Sì, abbiamo fatto Ferrara, Vercelli, un po’ di date in Francia, e poi torniamo in Canada, dove l’estate scorsa al Festival di Montreal c’è stato proprio un trionfo, per cui ci hanno richiamati, lì e a Quebec City. Dopo ci fermiamo un po’, ma torniamo in estate. Anche in questo caso è abbastanza complicato, perché Paolo Fresu ha mille concerti, io ormai anche. Però sono contento che ci sia questo appuntamento, questo ritrovarsi periodico. E rimango sempre un po’ stupito per questo consenso: nonostante la crisi,  nonostante stiamo parlando di cose che non godono di una particolare spinta mediatica, la gente ha ancora voglia di muoversi, e magari di fermarsi dopo il concerto, di venirmi a parlare in camerino…

Per quanto ti conosco, credo proprio che il conservare questo stupore ti aiuti a rimanere creativo, ricettivo, perché non ritieni che un certo favore ti sia dovuto, e ogni volta ti sorprendi un po’, appunto, che ciò accada.
E’ vero. Io non sono uno che ha l’affanno del concerto, però sento profondamente l’appuntamento da onorare e il rispetto per quelli che si sono spostati, hanno pagato un biglietto, ecc. Difendo a spada tratta le mie cose. Prima di licenziarle devo essere certo che siano così vere da poter essere difendibili. Tuttavia non penso mai di aver fatto qualcosa di risolutivo: se togli la mia musica dal panorama mondiale non cambia proprio niente. Questo lo so benissimo, e quindi ho molto rispetto per quelli che hanno questa voglia, questa passione. Adesso vedremo con questo disco, che mi pare la cosa più anticommerciale che si possa immaginare, e comunque rappresentativo e difendibile. Ci siamo fatti un sacco di problemi, con Paola, se lasciare o no i parlati, perché le parole invecchiano. Però facevano talmente parte del tutto che alla fine li abbiamo lasciati.

Avete fatto bene: è chiaro che contesto e funzionalità al tutto erano diversi, ma pensa se oggi non avessimo i parlati di Giorgio Gaber, che le parole invecchino o meno…
Certo. Mi manca molto, così come De André, Pasolini, quelle menti lucide con cui posso non esser stato sempre d’accordo, ma che avevano la capacità di gettare uno sguardo appunto veramente lucido su tempi complicati.


(02/02/2009)


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