di: Alberto Bazzurro

Nelle note che
accompagnano il disco si dice che, pur esistendo da anni l’intenzione di
realizzare un live, l’idea che fosse proprio questo è nata a posteriori, una
volta effettuato il concerto e ascoltata la relativa registrazione. Mi dici
qualcosa di più?
Premesso
che personalmente sono un po’ refrattario verso i live, che ho sempre visto come
dei riempitivi per momenti di poca creatività, in effetti c’erano già stati vari
tentativi in questo senso, registrazioni tra virgolette “professionali”, con
studio mobile, ecc. L’impressione, però, era che mancasse sempre un po’ l’anima.
Poi è arrivato questo concerto in solo all’Auditorium Parco della Musica, di
cui gli organizzatori ci hanno mandato gentilmente la registrazione fatta per
il loro archivio. Quando l’abbiamo sentita, con Paola (Farinetti, moglie e manager di Gianmaria, ndr), ci siamo detti che
questo era il disco da fare, perché ha dentro quella cosa abbastanza
particolare che è il contatto con il pubblico. Trattandosi però di una registrazione
non destinata a uscire su cd, c’erano tutti i difettucci del caso: si alzava un
riflettore e c’era una ronza in una cassa, cose del genere, per cui si è reso
necessario un lungo lavoro di pulizia, che è stato senz’altro più faticoso del
concerto stesso. Rimane qualche piccola imperfezione, ma abbiamo voluto
privilegiare appunto quella specie di anima che ci abbiamo colto.
Scendendo dal
palco, avevi avuto la sensazione che si fosse trattato di una serata
particolare?
Guarda:
quel concerto è giunto al termine di una tournée infinita, alla vigilia del
ritorno a casa, con una prospettiva di quindici giorni di vacanza, per poi
ripartire alla volta di New York. C’era una sorta di pace, non so come dirti. E
anche il pubblico, evidentemente, aveva proprio voglia di sentirmi, per cui si
è instaurato un dialogo particolare. Ma tu lo sai bene, perché è più o meno
quanto accaduto nella serata su Pavese
che hai organizzato l’estate scorsa a Tortona (da cui sono tratte le foto che corredano questa intervista, ndr).
Sono le occasioni in cui ti accorgi di parlare la stessa lingua di tutti quelli
che ti circondano.
Certo: l’artista
ha bisogno di questo feedback che a volte s’instaura su un piano un po’
speciale. Un pubblico refrattario, freddo, distratto, chiaramente impedisce di
metter fuori tutto quello che si ha da dare.
Per
fortuna io di pubblici così non ne ho mai trovati, però ci sono delle volte in
cui è come se ci fosse un surplus, come se tu arrivassi a un appuntamento, ti
sedessi lì e facessi due parole. E’ tutto molto tranquillo, naturale, rilassato.
Nel momento in
cui avete deciso che questo sarebbe stato l’atteso live, benché tu suoni spesso
in solo, hai avuto un qualche rimpianto per non aver coinvolto altri musicisti,
al di là del tuo gruppo – non so, Paolo Fresu, o altri – in modo da offrire una
mise più articolata alle tue canzoni,
anche considerando che l’unico disco che, pur essendo in studio, concettualmente
è in qualche modo gemello di questo, “Il valzer di un giorno”, ha una veste
analoga, spoglia, magra (anche se lì le chitarre sono per lo più due) ed
entrambi sono una sorta di ricapitolazione di materiale quasi tutto noto, per
di più con diversi titoli in comune?
Direi
che il concerto in solo rappresenta il rapporto più diretto possibile, un
rapporto veramente di uno a uno: tu e il pubblico. Senza infingimenti,
abbellimenti. Senza null’altro che l’ossatura delle canzoni. Quindi no, non ho
avuto rimpianti, anche se ogni tanto mi viene voglia di coinvolgere, per
bravura e amicizia, un sacco di persone… Però credo che questo sia un documento
che mi corrisponde, proprio nella sua nudità, e quindi sono felice di aver
documentato questa mia dimensione.
Credo che per
un artista – a meno che non concepisca la canzone fin dallo scheletro pensando
a certi timbri, cosa che magari fai in parte anche tu – la nuda versione
chitarra (o pianoforte) e voce risponda all’ambizione di qualunque compositore
che sia anche interprete di presentarsi nella maniera più intima, essenziale,
come a dire: questo sono io, queste sono le mie canzoni, le suono io e le canto
io.
Ho
sempre sostenuto che una canzone deve reggersi su tre elementi: un buon testo,
una buona melodia e una buona armonia. Poi ha anche la particolarità
di vivere sull’interpretazione. Comunque da una mia canzone io pretendo sempre
che si regga da sé. Ci possono essere dei vestiti tagliati su misura per un
dato pezzo, ma la base dev’essere solida di per sé. Io non sono di quelli che entrano
in studio con tutto da costruire. No: lì si ragiona se aggiungere qualcosa,
anche se ormai tendo piuttosto a togliere, sempre di più.
Venendo alla
scelta del repertorio, qui evidentemente in funzione di un concerto e non di un
disco, c’è l’inedito “ufficiale”, di cui parleremo poi, ma ce n’è anche un
altro, La nave di Angelo Ruggiero,
con cui tu inizi ogni tanto i tuoi concerti…
E’
una canzone che ho incontrato a Recanati e che mi sono sempre cantata, per me,
e poi, sì, anche in qualche concerto. Trovo che corrisponda bene ai tempi,
rivendicando l’insopprimibile desiderio di coltivare dei sogni, perché non se
ne può più… L’ho cantata quella sera anche perché a Roma aveva appena vinto
Alemanno: ora tu sai bene come la penso, che non sono proprio di quella parte
lì, e quindi ho voluto aprire il concerto così.
Ho sempre
pensato che ti si vesta addosso molto bene. Sembra scritta da te.
Non
sei l’unico a pensarlo: proprio Angelo
Ruggiero, ascoltato il disco, mi ha scritto appunto che sembra una canzone
mia. Io gli ho risposto che le belle canzoni sono così forti da sopportare
interpretazioni altre da quella dell’autore, e lo penso davvero.
Sempre in tema
di inediti, in questo caso solo potenziali, non ti è spiaciuto di non aver
cantato quella sera Il disertore di
Boris Vian, come fai spesso dal vivo, con grande pathos e intensità, ma che non
hai mai inciso?
In
verità è presente nel dvd del “Chisciotte” con Erri De Luca. Però ti posso dire che la mia versione non aggiunge
niente a quella di Ivano Fossati, che
l’ha messa nero su bianco, rendendola un inno armato per la pace. Quella sera
per caso non l’ho cantata, ma ti confesso che se l’avessi fatto credo che
l’avrei lasciata fuori dal disco, perché mi sarebbe parso un doppione.
Capisco e rispetto
il tuo pensiero ma non lo condivido, perché è vero che Fossati l’ha portata
fuori dal limbo e che la tua versione va nella stessa direzione, però è anche
vero che ci sono canzoni con cui è giusto che si misurino in tanti, e Il disertore è di sicuro una di
queste.
Hai
ragione, e tuttavia, quando l’ho inserita nel “Chisciotte”, mi son fatto degli
scrupoli, perché riconosco la paternità della sua riscoperta, l’averla resa
attuale non solo per il testo ma anche per l’interpretazione, a Fossati. Anche
se non so se l’ha tradotta lui…
No: Giorgio
Calabrese. Ci sono le tre traduzioni storiche degli anni Sessanta: quella di
Calabrese, appunto, quella di Fantozzi, che si vuole fosse già uno pseudonimo
di Villaggio, e quella di Tenco, Padroni
della terra, che peraltro, almeno nel testo, tiene conto anche di Masters of the War di Dylan. Tornando
comunque ai brani del disco, si conferma intanto che “Extramuros” è il cd a cui
attingi di meno, dal vivo, mentre c’è un’ovvia, massiccia presenza di brani
dell’ultimo album in studio, “Da questa parte del mare”. E colpisce che questi
pezzi, otto, con la sola interruzione di Polvere
di gesso, siano consecutivi. Questo perché li ritieni una sorta di monade,
appartenendo a quello che si dice un concept
album, quindi con un senso conchiuso da salvaguardare, o perché è materiale
ancora troppo fresco perché tu possieda il distacco necessario a consentirti di
alternarlo del tutto naturalmente a canzoni precedenti?
Sei
veramente uno che scava: le due ipotesi sono entrambe valide. Prima di un
concerto, raramente metto giù una scaletta. L’ho fatto quando sono venuto da te,
perché le canzoni dovevano convivere con i testi di Pavese che tu avevi
selezionato, ma di regola tiro semplicemente giù un elenco di brani, da cui
attingo buttando l’occhio sul foglio e scegliendo di volta in volta in modo da
instaurare un ipotetico dialogo col pubblico di quella sera, qualcosa che
magari vedo solo io, ma che comunque mi pare crei una successione logica, come
appunto in un dialogo. Per quanto riguarda “Da questa parte del mare”, l’ho
pensato proprio come un corpus unico, per cui è del tutto naturale proporne le
canzoni ravvicinate, anche se nello specifico ci ho infilato dentro appunto Polvere di gesso, perché mi sembrava che
ci stesse bene. E’ anche vero, d’altra parte, che non ho ancora preso le
distanze sufficienti da quel disco, che mi è costato tanta fatica, per
concepirlo e realizzarlo, ed è ancora troppo vicino per poterlo guardare un po’
dal di fuori.
Veniamo all’inedito,
Come al cielo gli aeroplani: l’hai
inserito perché volevi che ci fosse qualcosa al di fuori dell’entità del
concerto, perché avevi urgenza di far uscire questo pezzo? Non credo che tu
l’abbia fatto perché di solito si fa…
La
canzone, come quasi sempre mi succede, mi girava in testa da un po’, direi da
almeno due anni, e mi piaceva – proprio banalmente – colorare un cd come questo
con un inedito. Per combinazione, l’ho finito a Napoli pochissimi giorni prima
di andare in studio per il missaggio, e mi è sembrata una buona chiusura. Come La nave, che apre il cd, gira attorno al
tema del sogno, senza il quale “non ci sarebbero canzoni”. Tradotto, significa
che non porterei in giro me stesso se non
avessi dentro una struttura. Mi sembrerebbe di essere un bluff che
viaggia. Me ne sarei stato a fare il ferroviere e basta. L’ho incisa in trio
con Piero Ponzo e Nicola Negrini, con cui abbiamo fatto millanta concerti, per
cui non c’era bisogno di tante parole. Insomma: non mi pare si stacchi troppo dal
resto del disco.
In effetti c’è
lo stesso pudore, anche nelle sonorità.
Esatto.
A quando il tuo
prossimo album di inediti? Hai già qualcosa di pronto?
Qualcosa
c’è, ma per il momento è ancora un puzzle tutto da montare, che avrà a che fare
con i miei recenti cinquant’anni. Sto pensando di girare intorno al tema del
tempo che passa, non per farne un disco monografico, ma per avere comunque un filo
conduttore. Di tempi, però, non posso ancora parlare.
Intanto è tornato
fuori “Guarda che luna”, spettacolo di grande successo. Come mai avete deciso
di riprenderlo?
Perché
le insistenze sono state davvero forti. Avevamo tutti dieci giorni liberi, a
parte la Banda Osiris, che si è
dovuta liberare da “Parla con me”, per cui abbiamo deciso di accettare
l’offerta. Sono stati dieci giorni intensissimi, con una media di mille persone
a sera. Ne valeva la pena. E adesso si discute se darci un appuntamento annuale,
fare proprio la classica trappola per topi, quelle cose che vanno avanti per
quarant’anni sostituendo quelli che muoiono con altri… Non capiamo neanche bene
perché abbia tanta fortuna. Personalmente sono stato molto contento di ritrovare
tutti quanti, perché diversamente non ci si incrocia più, essendo tutti così sparpagliati.
Quindi sono stati dieci giorni anche di amicizia ritrovata. Benedico la musica,
per questo.
In effetti sarebbe
una bella cosa trovarvi dieci giorni all’anno…
Lo
Stabile di Torino ce l’ha anche già proposto, come un appuntamento fisso. Anche
perché è uno spettacolo a maglie larghe: lo si può attualizzare come si vuole,
pur mantenendone la struttura. C’è una componente jazz, di improvvisazione,
abbastanza forte. Insomma: ci stiamo pensando. Mi sembra che il più refrattario
sia Enrico Rava, non soltanto per
ragioni anagrafiche (ne fa settanta quest’anno). Però anche lui è quasi
convinto, perché si diverte veramente: è così autoironico, e poi ha un suono
come forse non ha mai avuto. Mi stupisce ogni volta. Stefano
Bollani, poi, è infinito. Stavolta gli abbiamo aggiunto un tormentone su Allevi, dicendogli: tanto a te al
Senato non ti chiameranno mai! In qualche modo credo che terremo in piedi la
cosa.
E in parallelo
c’è anche “F. à Léo”, un po’ il gemello di “Guarda che luna”.
Sì,
abbiamo fatto Ferrara, Vercelli, un po’ di date in Francia, e poi torniamo in
Canada, dove l’estate scorsa al Festival di Montreal c’è stato proprio un
trionfo, per cui ci hanno richiamati, lì e a Quebec City. Dopo ci fermiamo un
po’, ma torniamo in estate. Anche in questo caso è abbastanza complicato,
perché Paolo Fresu ha mille
concerti, io ormai anche. Però sono contento che ci sia questo appuntamento,
questo ritrovarsi periodico. E rimango sempre un po’ stupito per questo
consenso: nonostante la crisi, nonostante stiamo parlando di cose che non
godono di una particolare spinta mediatica, la gente ha ancora voglia di
muoversi, e magari di fermarsi dopo il concerto, di venirmi a parlare in
camerino…
Per quanto ti conosco,
credo proprio che il conservare questo stupore ti aiuti a rimanere creativo,
ricettivo, perché non ritieni che un certo favore ti sia dovuto, e ogni volta
ti sorprendi un po’, appunto, che ciò accada.
E’
vero. Io non sono uno che ha l’affanno del concerto, però sento profondamente
l’appuntamento da onorare e il rispetto per quelli che si sono spostati, hanno
pagato un biglietto, ecc. Difendo a spada tratta le mie cose. Prima di
licenziarle devo essere certo che siano così vere da poter essere difendibili.
Tuttavia non penso mai di aver fatto qualcosa di risolutivo: se togli la mia
musica dal panorama mondiale non cambia proprio niente. Questo lo so benissimo,
e quindi ho molto rispetto per quelli che hanno questa voglia, questa passione.
Adesso vedremo con questo disco, che mi pare la cosa più anticommerciale che si
possa immaginare, e comunque rappresentativo e difendibile. Ci siamo fatti un
sacco di problemi, con Paola, se lasciare o no i parlati, perché le parole
invecchiano. Però facevano talmente parte del tutto che alla fine li abbiamo
lasciati.
Avete fatto
bene: è chiaro che contesto e funzionalità al tutto erano diversi, ma pensa se
oggi non avessimo i parlati di Giorgio Gaber, che le parole invecchino o meno…
Certo.
Mi manca molto, così come De André, Pasolini, quelle menti lucide con cui
posso non esser stato sempre d’accordo, ma che avevano la capacità di gettare
uno sguardo appunto veramente lucido su tempi complicati.
(02/02/2009)