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Sergio Arturo Calonego

Chiacchierata emotiva con un navigatore acustico

Bluesman, chitarrista acustico, cantautore…per noi dell’Isola soprattutto un amico sempre più presente. Sono tanti i nomi con cui chiamare Sergio Arturo Calonego – anche del nome proprio ci sono più versioni, Sergio, Arturo, Art… – lui alza gli occhi, con la chitarra in spalla, e risponde sempre con un sorriso e una cortesia che cattura. Ho conosciuto Sergio un anno fa durante la 12^ edizione del concorso L’artista che non c’era: in quell’occasione ha stregato il pubblico con la sua chitarra, conquistandosi la targa Muovi la Musica. Quest’anno ha partecipato alla 13^ edizione del Concorso, aggiudicandosi la vittoria (a parimerito con i Khora Quartet) nella neonata sezione strumentale. Un musicista che negli anni ha accumulato esperienze e riconoscimenti senza risparmiarsi mai (nel 2014 Mogol lo premia con la targa SIAE, nel 2015 vince il premio come miglior chitarrista acustico nuova proposta al Rendez Vous ADGPA…solo per citare un paio tra i suoi successi), un uomo per cui la musica è un modo di essere, di conoscersi, di vivere.
Con l'occasione di questa intervista, Sergio regala ai lettori de L'Isola - e di questo lo ringraziamo - la possibilità di scaricare il brano Darlin' (clicca qui per il download gratuito), un brano in cui si concede anche nel suo grande amore, la parola (clicca qui per vedere il video).
E nell'intervista parleremo anche di questa sua vena più cantautorale, che agli esordi della sua carriera lo aveva visto protagonista da solo e poi in diverse formazioni.

Ciao Sergio, ormai sei un amico affezionato de L’Isola. Per il secondo anno consecutivo torni a casa con un premio dal nostro concorso L’artista che non c’era. Quest’anno poi è particolarmente significativo, visto che entrerai a far parte del bel progetto di Franco Mussida CO2. Di cosa si tratta?
Sì, in effetti l’anno prossimo c’è il rischio che non ci si veda… spero potrete ospitarmi almeno come barman!!! Detto questo… in merito a CO2 ti dico che l'intenzione è quella di dare ai detenuti delle maggiori carceri italiane la possibilità di rieducarsi all’ascolto di sé, delle proprie emozioni e della propria sensibilità utilizzando musica strumentale catalogata per stati d'animo. L'idea di fondo è quella di utilizzare la musica per abbattere il silenzio emozionale che regna in quei luoghi. Mussida si è speso molto per promuovere questa iniziativa ed io sono lusingato che alcuni miei brani siano entrati a far parte del progetto CO2 che, giusto ricordarlo, è sponsorizzato dalla SIAE e patrocinato dal Ministero della Giustizia col patronato della Presidenza della Repubblica.

La musica incontra il sociale in un progetto come questo. È un rapporto che tieni presente nel tuo fare musica? Avverti un senso di responsabilità nei confronti della musica che metti al mondo, e nel mondo?
Più che un senso di responsabilità nei confronti della musica avverto una sensazione di complicità nei confronti di chi mi ascolta. Mi sento un traduttore di emozioni.  La musica in generale ha il potere di evocare stati d'animo, quella strumentale forse è più simile a uno sguardo muto: rivela immagini primordiali senza filtri e mediazioni.   

Ho davanti agli occhi un numero cartaceo de L’Isola risalente al 1999. Compari tu, con quella che allora era la Lillidy Blues Band. Poi ci sono stati gli Arturo Fiesta Circo. E ora Sergio Arturo Calonego, quasi sempre solo sul palco con la tua chitarra. In che modo è cambiato negli anni il tuo modo di fare musica? Come e cosa cambia nel modo di approcciarsi alla musica e alla dimensione live, dal gruppo al singolo?
Se suonare in una band è come viaggiare in autobus, suonare da soli è un po’ come viaggiare in bicicletta. È una questione di attitudine e obiettivi. Il mio viaggio nella musica è stato lungo; ho visto veramente tante cose. La dimensione "chitarra acustica sola" ha molto a che fare con l'esplorazione del linguaggio del mio strumento ma non mi definirei esattamente un chitarrista. Corteggio una dimensione solista e orchestrale ma direi che l'intenzione narrativa è rimasta quella di sempre. Dal vivo il mio concerto oggi forse è più intimo ma per certi aspetti anche più spettacolare. Può sembrare un paradosso ma come approccio io mi sento comunque un cantautore e la mia stella polare resta la lezione di Paolo Conte.

I riconoscimenti non ti mancano di certo: hai vinto numerosi e prestigiosissimi premi come chitarrista, ma non solo. Come protagonista di Body and Sound anche il mondo del cinema ha riconosciuto la tua bravura…
I riconoscimenti che ho ricevuto negli ultimi anni onestamente hanno stupito me per primo. Non erano previsti e francamente neanche prevedibili. Body&Sound poi è stata un’esperienza entusiasmante; Alberto Nacci, il regista e produttore del film, mi ha scelto dopo avermi visto durante il sound check prima di un concerto. Utilizzo una postura decisamente inconsueta perché, così dicono in tanti, sembra che stia abbracciando la mia chitarra. Mi disse che aveva intenzione di realizzare un film-documentario sul rapporto di fisicità che lega il musicista con il suo strumento e che i musicisti che voleva coinvolgere sarebbero stati musicisti di estrazione classica o jazz. Ho accettato perché incuriosito dalla persona e dal suo garbo. Non immaginavo che questo lavoro sarebbe stato premiato così tanto. Il secondo episodio di Body&Sound, che trae spunto dal mio brano Dadigadì, ha ricevuto ben cinque premi internazionali di cui uno a Hollywood. 

La commistione tra arti diverse ti affascina? Più volte hai detto che la tua prossima opera sarà fatta di carta…
Sì. Vorrei, e lo farò. Voglio scrivere un breve racconto di questo mio strano viaggio nel mondo musicale. Un diario da lasciare ai miei figli, ne ho tre, per quando saranno più grandi. Vorrei trasmettergli l’idea che nella vita sognare è importante, che i sogni vanno curati e che per farlo è necessario volersi bene ma che bisogna imparare a non amarsi troppo.  A volte nei viaggi le tappe possono essere anche più interessanti della meta. 

Anche in ambito musicale, non è facile etichettarti: per alcuni versi un bluesman, per altri un cantautore, certamente un ammirato chitarrista acustico… in quale veste ti senti più a tuo agio, e come indossi i diversi panni?
Le mie esperienze nel blues e nella canzone d’autore sono state determinanti per la mia formazione musicale. Oggi vengo considerato da molti un chitarrista tecnico e la cosa, a piccole dosi, mi fa anche piacere ma la verità è che nelle tasche della giacca ho delle storie da raccontare; direi che continuo a raccontarle solo che a volte hanno le parole, altre volte no.

D’altra parte ti hanno definito un acustic sailor, ponte tra il mondo del cantautorato e quello dei chitarristi…
Vero, una definizione davvero simpatica che mi è stata data da un musicista americano e che ho fatto mia. Fotografa molto bene il mio approccio alla chitarra acustica, al formato canzone e più in generale alla musica e alla vita. Mi piace l’immagine di un marinaio che viaggia su una "chitarra a vela" che ha delle storie da raccontare. Sì, mi trovo molto a mio agio in questa definizione.

Una volta mi hai confidato che non ti piace la tua voce (pazzo!). Eppure canti. Penso a diversi brani di Marinere, penso a Darlin' in Dadigadì (clicca qui per vedere il video). Perché a quelle canzoni serviva una voce? A che urgenza rispondevi?
Da sempre mi sento più un costruttore di musica che un cantante e devo ammettere che spesso subisco più il fascino del colore di una parola che il suo significato. Di tanto in tanto sento l'urgenza di essere più esplicito e quando succede non mi formalizzo; l'utilizzo della parola non mi spaventa. Sulla voce invece ho ben poco da dire: ho sempre amato le "belle voci", quelle che sanno danzare leggere con la musica. A me ne hanno dato una che andava bene a mala pena per raccontare i miei blues. Direi che nel tempo ho imparato a conviverci e molto recentemente in alcuni brani, è il caso di Darlin', la reputo anche quasi adatta.

Come nasce un tuo pezzo? 
Traduco ricordi. Suono molto con la testa.  

La prima volta che abbiamo ipotizzato questa intervista (c’era ancora l’Impero Romano!!!), abbiamo immaginato di titolarla: “Chiacchierata emotiva con un navigatore acustico”. Cosa sono le emozioni? In che modo influenzano, se lo fanno, la tua musica?
Musicalmente parlando sono attratto dall'esplorazione e dall'evocazione delle emozioni.  Il contesto emotivo mi affascina più di quello sentimentale. Sono molto più riservato di quel che si possa pensare.

Sergio, un’ultima domanda: dove si trova Baktrapàck??? Lo citi spesso, l’ho googlato in ogni modo ma con scarsi risultati. È forse un luogo della mente, appartiene a una geografia magica? Come lo hai trovato?
Baktrapàck è un luogo della mente che nel tempo è diventato anche un luogo fisico. Una storia che inizia sul mare. Il 16 luglio del 2004 il Boeing 747 su cui viaggiavo ha preso fuoco. Stavamo andando all'Avana ma ci siamo salvati tutti grazie a un atterraggio di fortuna. Quando sono tornato in Italia ho comprato una chitarra acustica perché sull'Isola ero rimasto affascinato da musicisti di habanera e son che utilizzavano strumenti acustici. Ho trascorso dieci anni nel bagno di casa a giocare con la mia chitarra. È stato uno studio intimo, carbonaro. Quasi da amante. Suonavo la chitarra elettrica nei progetti che hai citato prima mentre a casa, per i fatti miei, approfondivo il mio rapporto con la chitarra acustica senza alcun obiettivo. L’ho fatto per me stesso. Intorno al 2006, dopo un concerto del compositore francese Pierre Bensusan, che adoro, ho deciso di accordare la chitarra in DADGAD. Si tratta di un'accordatura molto utilizzata nella musica celtica ma di evidente derivazione mediorientale. Non frequentando scuole mi sono evoluto da solo e da solo ho risolto problemi formali e di impostazione. Ho dovuto demolire e rivedere tutte le certezze che avevo sullo strumento. Ecco...questo periodo di distruzione e ricomposizione di un modello è la Baktrapàck. di cui in tanti mi chiedono. Baktrapàck è il silenzio interiore che, con tre bimbi piccoli a spasso per casa, coltivo grazie alla mia chitarra per lo più nel bagno di casa.   

Foto di Valerio Quirci

 

 

 

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