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Giulio Casale

Comunque resto io

Giulio Casale è uno degli artisti più densi e intensi di questi ultimi decenni, già da quando con gli Estra, a metà anni ’90, fabbricava bombe molotov musicali, miscelando sapientemente testi di rara poesia alla forza dirompente di certo rock (qualcuno azzardò il parallelismo con i Pearl Jam). Terminata quell’esperienza, che ha raccolto assai meno di quanto meritasse, Giulio Casale si è gettato nell’esperienza del Teatro Canzone, tributando, in occasione della ripresa di Polli d’allevamento, il giusto riconoscimento al Maestro Giorgio Gaber. Ne sono derivati diversi spettacoli (tra tutti La canzone di Nanda, dedicato alla poesia beat e a Fernanda Pivano, e il fortunatissimo Le cattive strade con Andrea Scanzi, incentrato sulla figura di De Andrè), e poi dischi e libri di poesia, prosa, traduzioni. L’uscita del recente EP Cinque anni è quindi un ghiotto pretesto per fare due chiacchiere con un autore di rara sensibilità artistica.

Allora, Giulio, è uscito da pochissimo “Cinque anni”, un EP con cinque brani che in realtà è stato preannunciato da varie anticipazioni prima sul “Fatto Quotidiano”, poi su altri media. Intanto, domanda banale: perché a distanza di tempo dal tuo ultimo album, ritorni con un EP e non con un album propriamente detto?
In realtà di materiale per un full album ce n’era in abbondanza, ma mi piaceva mettere un punto ora, dopo un anno di lavoro in studio. Alla fine ci è piaciuto raccogliere almeno quanto uscito fin qui, più un altro brano, ma l’album intero arriverà. 

Sei rimasto tanti anni un po’ fuori dal giro propriamente rock, e anche i tuoi precedenti lavori solisti erano in qualche modo legati alla tua attività di teatro-canzone. Si può dire che questo lavoro segni la tua volontà di riavvicinarti a una scena rock dalla quale, dai tempi degli Estra, ti eri allontanato?
Sai, a me farebbe sempre piacere fare parte della cosiddetta “scena”, ma è anche vero che sono attratto anche da altre cose, dalla scrittura in primis, e poi dalla scena propriamente detta, quella teatrale. Mi piacerebbe pensare che una cosa non escluda l’altra. Ma sicuramente ho voglia anche di fare concerti, di tornare nei club.

A proposito degli Estra, mi dici qualcosa su quel tour di reunion del 2014? Se non sbaglio poi doveva uscire un album, o qualcosa del genere. Come mai non è venuto fuori nulla dopo, se non i due singoli, tra l’altro notevoli, che hanno accompagnato quel mini-tour?
Beh, è successo che noi siamo fatti così, cerchiamo di fare le cose necessarie, non di farle a tutti i costi. C’eravamo messi a scrivere delle cose, pensa che l’idea di far uscire un singolo ogni due mesi, che poi ho ripreso per questo mio EP, nacque proprio con gli Estra. Poi, per una serie di ragioni, la chimica si è rotta di nuovo, abbiamo avuto qualche traversìa con l’Agenzia, e insomma, a volte è la vita che decide per te più che tu per lei (sorride). Però è stato un momento molto bello, con tutti i concerti che abbiamo fatto, fino all’ultimissimo, con una folla che è accorsa da tutta Italia: è stato un momento di vera comunione con chi ci ha seguito. Rimane comunque un bellissimo ricordo.

Senza far torto a nessun brano presente nell’EP, mi chiedo come mai non c’è “Le nostre Piccole Medie Imprese”, che hai messo on line qualche tempo fa, un pezzo stupendo, dal sapore einaudiano, nel senso di Luigi.
Non c’è perché faceva parte delle cose di un momento precedente, l’ho messa on line a inizio 2016, mi sembra, e considera che l’avevo scritta ancora prima. Mi è piaciuto regalarla, così, senza un progetto specifico. Quelle di “Cinque anni” sono invece nate insieme, nell’ultimissimo periodo. 

Senti, in “Veleno che resta”, uno dei due recenti singoli degli Estra, cantavi “quel che resta siamo noi”, ora in questo EP c’è “Resto io” dove canti "Comunque resto io, in bilico tra rabbia forza e tenerezza, comunque sono qui, sopravvissuto agli anni zero dieci": non è che mi scadi anche tu nel reducismo, eh?
(ride)... no, ma in effetti, parlando in questi giorni con amici che mi conoscono, mi hanno fatto notare che il verbo “restare” l’ho usato parecchio. C’era addirittura nella primissima canzone degli Estra, “L’uomo coi tagli”, e ora in effetti è anche in “Veleno che resta”, e davvero non me ne ero reso conto finché non me l’ha fatto notare qualcuno. Evidentemente sono un po’ ossessionato...è che poi lo uso nel senso latino del post: dopo tutto, “quando tutto è accaduto”, quel poco che resta siamo noi, sono io. In quella canzone, non ci vedo il rischio del reducismo, mi sembra viceversa un manifesto possibile per chiunque, d’altra parte raramente uso la prima persona singolare per parlare di me, caso mai lo faccio per fare entrare di più chi ascolta in risonanza. In questi tempi così confusi, così sottoposti a un livello di distrazione di massa mai registrato prima nella storia, se uno potesse dire a un certo punto “comunque resto io”, sarebbe già qualcosa, sarebbe già un ottimo punto di ri-partenza. (Solo ora, sbobinando il tutto, l’intervistatore si accorge che, casualmente (o no?), “resta” è anche anagramma di “Estra”... NDR).

Vorrei da te anche due parole su “Coscienza C”, uno dei brani di questo EP. Te lo chiedo perché io lo trovo un pezzo davvero straordinario.
Intanto grazie. Poi, vedi, io sono sempre sconvolto dal pressappochismo dilagante, e in quell’occasione lì mi sono immaginato appunto un diverbio on line scaturito da un errore di digitazione, cosa che succede continuamente, tra l’altro: non faccio altro che ricevere messaggi o commenti pieni di errori. Il problema è quando questo dà origine a un vero fraintendimento, che poi porta all’insulto, che poi diventa brutalità dilagante. Mi pareva che fosse il caso di cantarla questa questa cosa, anche se poi c’è molto di più, c’è quell’inciso che potrebbe essere cantato in qualsiasi altra situazione. Della canzone amo molto anche la commistione con l’elettronica, gli arrangiamenti. In generale in tutto il disco c’è molta ricerca sonora. Più che mai quando mi metto a parlare dell’attuale, devo cercare certi suoni... Avevo provato una cosa del genere in “Tunnel supermarket” degli Estra (ultimo disco in studio della formazione trevigiana, 2001, NDR), ma so che non fu capita quella cosa. Secondo me la musica deve dire molto, non sono solo i testi che devono raccontarti qualcosa. 

Infatti questo lavoro segna un’evoluzione della tua musica, in termini di suono: mi piacerebbe sapere che roba ascolti in questi ultimi tempi.
Beh, guarda, ho ascoltato tanta musica nuova, soprattutto americana, quella che la radio commerciali non passano, ma ho riscoperto anche cose più antiche che mi ero un po’ perso, per esempio il periodo Battisti-Panella, che non avevo mai approfondito prima, e invece vi ho ritrovato parecchi stimoli per riaccorgermi di nuovo che non è vero che la canzone è già stata indagata una volta per tutte: ci sono ancora tanti spazi possibili per un autore. Te lo dico anche perché so che tu sei un grande amante di quel Battisti...

Dal vivo infatti ti lanci nella rilettura di “Per altri motivi”
Sì, è una delle mie preferite in assoluto. E lì capisci che noi spesso cediamo al luogo comune che la canzone debba per forza essere quella robetta lì, invece può essere ancora sede di grandi sperimentazioni, di grandi scoperte, e questo è interessante. 

Ho avuto la fortuna di assistere a diversi tuoi concerti, e sono rimasto sempre stupito dal tuo modo di concepire il live: solleciti continuamente il pubblico, a volte lo provochi, crei una specie di tensione, vai a ruota libera, stravolgi scalette, improvvisi pezzi e poi li interrompi a metà, insomma stai sempre su un filo, a un passo dal baratro. Come mai ti assumi questi rischi?
Perché ci sono tante cose che mi muovono e mi commuovono dentro, ci sono ricordi, fughe in avanti, che sento ogni volta che suono dal vivo, soprattutto quando sono solo io con la chitarra, e quindi posso gestire il tutto. E poi fare da tanto tempo teatro, in cui sono fedelissimo ai copioni e alle note di regia, forse mi porta a una sorta di reazione, a provare a vedere se davvero, liberandosi, si può arrivare ancora più in là. A volte funziona, a volte un po’ meno, ma quello che per me è interessante è capire come la musica, le canzoni, abbiano sempre fatto parte di me, e ogni tanto emergono cose lontanissime, oppure accade la magia di trovare una frase nuova, un passaggio melodico o armonico che poi ti apre alla scrittura di nuovo, quindi è una fase creativa, sicuramente.

E’ un po’ un ritorno all’essenza della Commedia dell’Arte, un canovaccio su cui ogni sera si ricamano attimi diversi...
Sì, ma non diciamolo ai puristi del rock! (ride)

Foto di Claudio Del Monte

 

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