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Danilo Ruggero

Con le canzoni esorcizzo me stesso

Finalista al Premio De André 2017, finalista al Premio Amnesty Emergenti 2018 e semifinalista a L'Artista che non c'era 2018, Danilo Ruggero è un giovane cantautore di Pantelleria, isola a metà tra la Sicilia e l'Africa. Il 7 aprile ha presentato il suo Ep In realtà è solo paura, composto di 5 canzoni ventose e intense, come i viaggi di chi va per mare. A metà di una caldissima mattinata romana, sua città d'adozione, l'abbiamo incontrato per parlare della sua poetica, della musica che l'ha influenzato, della paura e di Vasco Brondi.

La scelta di pubblicare un Ep è dovuta a una tua urgenza di uscire, a questioni economiche o ad altro? Non sarebbe stato meglio aspettare e costruire un disco più completo?
In realtà per pubblicare l'Ep ho aspettato tanto. Sono un procrastinatore seriale e rifletto parecchio prima di agire; ho scelto l'Ep perché non ero sicuro né a livello di arrangiamenti né a livello di canzoni. Si intitola In realtà è solo paura proprio perché avevo paura di sbagliare la prima mossa. Avevo bisogno di qualcosa di meno impegnativo da poter usare come carta d'identità.

Come banco di prova.
L'ho usato per capire il valore delle canzoni e per rendermi conto delle difficoltà nel farlo girare. Lavorando da solo, senza etichetta, ho visto nell'Ep qualcosa di meno faticoso anche a livello organizzativo.

In quali altri aspetti ti è servito?
Mi è servito anche per arginare la paura di bruciare una tappa; mi ha aiutato molto dal punto di vista psicologico e l'ho realizzato in totale autoproduzione. Per il disco, invece, vorrei che ci fosse alle spalle un lavoro importante.

Forse nella tua scelta ha inciso anche il fatto che alcune canzoni ormai fossero pronte per essere pubblicate.
Alcune canzoni erano arrivate al loro livello di maturità. Magari quando farò il disco ne avrò scritte altre, e queste non ci entreranno.

Di queste cinque forse la più acerba è Una questione di scelta, sia per questioni metriche che compositive.
In effetti è la più vecchia del disco, l'ho scritta tre anni fa.

Anche dal punto di vista musicale sembra distante dalle altre del disco.
Sentivo la necessità di mettere un paletto, di fare qualcosa che mi permettesse di far uscire le canzoni che ritenevo valide: ho cercato di avvicinare l'identità dell'Ep proprio a quella canzone, per essere più libero in quello che farò dopo. Se dovessi pubblicare un disco domani, l'unica canzone che non inserirei è proprio Una questione di scelta.

Cosa che forse non puoi fare con Damu focu ai pinsera: una canzone senza difetti, di impatto immediato nonostante sia scritta in dialetto siciliano.
No, quella dovrò inserirla per forza (sorride, ndr).

Il dialetto è una scelta che fai in base a cosa?
Non è una scelta né un'auto-imposizione, nasce per caso, per gioco, in maniera molto più atavica che in italiano. Per questo non ci sono sovrastrutture nelle canzoni in siciliano; non ci sono neppure dietrologie, grosse metafore o significati nascosti, criptici. Damu focu ai pinsera è stata la prima canzone in dialetto, ed è nata senza scrivere una parola sul taccuino: ho acceso il registratore e ho suonato per due ore, prima di andare a dormire ho riascoltato la registrazione e l'ho trovata tutta scritta lì.

Cambia qualcosa nel tuo processo creativo?
Con il dialetto riesco a essere più sincero e diretto. Mi smaschero da solo, ma lo faccio quando il dialetto sceglie me, e non viceversa. Se dovessi sedermi con un foglio davanti dicendomi «scriviamo una canzone in dialetto» non uscirebbe neppure una parola, perché neppure a casa con la mia famiglia o con gli amici in Sicilia parlo davvero in dialetto. Proprio per questo è un processo di scrittura poco consapevole ma più funzionale.

Le canzoni dell'Ep raccontano la paura dell'altro, del diverso, la paura dell'amore o della possibilità che un amore finisca. Queste paure si articolano in alcuni versi cardine, come la prima strofa di Agghiri drrà, che spiega come in realtà dalla paura non si impari niente. Forse non è un caso che si trovi all'inizio della canzone e dell'Ep.
Non è assolutamente un caso. È messa lì proprio per dare senso a tutto il disco. 

Un altro verso cardine si trova nell'ultima canzone, Lo spazio: "se avessi studiato più geometria avrei saputo calcolare la distanza tra il tuo seno e la mia ragione". Com'è nato?
A dire il vero non saprei (ride, ndr). Quando scrivo non seguo canoni precisi, ma ascolto tanto, e ci sono parole che mi accendono spunti che tengo dentro finché non sono costretto a fermarmi mentre sono in bicicletta per registrare un verso sul telefono. Forse l'ho scritto dopo aver visto sui social l'immagine di una testa appoggiata sul seno di una donna, ma chissà da quanto mi girava in testa.

Quindi scrivi di getto?
Scrivo di pancia, quindi su quel verso di Lo spazio ho riflettuto dopo; forse è il verso più importante della canzone.

Dà senso alla canzone perché parla di distanza, quindi di uno spazio, tra seno e ragione. Ma quel seno è reale? Da quale amore viene la canzone?
In una relazione spesso vivi per l'altra persona, e puoi perdere te stesso. A un certo punto, però, diventi consapevole di quello che sei e che vuoi diventare, e ti rendi conto di non avere abbastanza spazio. Allora ricominci a cercare proprio quello spazio vitale, che forse tutti dovremmo avere per poterci guardare allo specchio. Quando sei giovane spesso pecchi di ingenuità e perdi di vista gli obiettivi personali. 

Quindi il rapporto con un'altra persona è visto in questo caso come annullamento e non come completamento.
È visto come cambiamento. Non tutti magari si accorgono che in una relazione, dopo anni, si finisce per avere mancanza di qualcosa. Abbiamo tante sfaccettature, e credo sia un bene conoscerle e viverle tutte, invece che accontentarsi di brandelli di felicità; bisogna cercare sempre qualcosa di importante, soprattutto in noi stessi. La canzone parla esattamente di quello spazio necessario per essere liberi di tornare a essere se stessi quando le cose non vanno. Credo molto nella libertà, mia e degli altri.

Questo è un concetto che si può applicare a tutto, però quella frase ha una connotazione precisa.
Il seno è anche una metafora per creare distanza tra mente e cuore. 

Ché poi tra "seno" e "senno" il passo è davvero breve.
Sì, me l'hanno detto in tanti (sorride, ndr).

L'aspetto accattivante delle tue canzoni è che sono scritte come se si fosse all'inizio di una discesa. Man mano che i brani avanzano si scende, poi arriva il punto in cui si è costretti a frenare per riflettere.
È un escamotage che utilizzo per valorizzare anche il silenzio all'interno della canzone: mi piacerebbe che le persone si fermassero a riflettere su quello che ho detto fino a quel momento. Chitarra e voce ha certamente più effetto, portarla negli arrangiamenti è stato più faticoso.

 

Prima dell'Ep in effetti hai sempre suonato da solo, poi hai pensato che quelle canzoni dovessero essere riempite. Era necessario?
Non so se fosse necessario, ma avevo necessità di sperimentare. Ci sono arrangiamenti di cui sono felicissimo, come quello minimale di Damu focu ai pinsera; credo sia la canzone migliore anche per quest'aspetto, perché rispecchia quello che faccio dal vivo. Tra il disco e l'esibizione in effetti ci sono evidenti differenze. 

E forse è giusto che ci sia uno scarto. L'arrangiamento di I figli dei figli degli altri, ad esempio, forse limita le potenzialità ritmiche ed emotive del brano, ma al tempo stesso supporta meglio la parte vocale.
Penso che le canzoni possano avere varie facce. La vittoria di un arrangiamento dipende sia dall'arrangiatore (Alberto Laruccia, in questo caso, ndr) sia dalla reazione di chi ascolta. Sono legato alla versione acustica perché i miei brani nascono tutti così, e se tornassi indietro forse lascerei spazio a una dimensione più intima.

Una regola non scritta dice che quando le canzoni reggono chitarra e voce vuol dire che sono scritte bene.
Sono d'accordo, e quando scrivo lavoro proprio perché le canzoni si reggano nella forma più nuda.

Ultimamente stai sperimentando una nuova formazione, il trio percussione-arco-chitarra, che forse rende il merito migliore ai tuoi brani.
Questo è dovuto alla complicità con i due musicisti Laura Zaottini e Carmine D'Ambrosio. Siamo persone totalmente diverse: io sono pessimista, Carmine è il mio opposto e forse ci crede più di me (sorride, ndr), mentre Laura è la più razionale di tutti, è quella più oggettiva nelle scelte. Però quando suoniamo mi giro e vedo Carmine con gli occhi chiusi, in piena sofferenza, sta sentendo la canzone almeno quanto la sento io. È un aspetto davvero importante.

Banalmente, come li hai conosciuti?
In realtà è Carmine che ha conosciuto me (ride, ndr). Faceva il fotografo all'Ex Mattatoio mentre io suonavo in apertura a Il Branco, e a fine serata mi ha chiesto se avessi bisogno di un batterista; un giorno è venuto a casa mia con il cajon e si è creata subito empatia. L'ho portato subito in studio per farlo parlare con Alberto Laruccia: sono sue tutte le percussioni dell'Ep.

E Laura Zaottini?
Laura è un'amica di Carmine; è una persona che parla poco, ma quando lo fa è puntuale. È venuta in studio per registrare alcuni passi col violino, poi ha iniziato ad accompagnarci nei live; inizialmente pensavo lo facesse perché si sentiva in dovere, per aver preso parte al disco, invece una sera mi ha raccontato quanto fosse entusiasta del progetto. Lì ho capito che ci credeva almeno quanto Carmine, e quindi molto più di me (ride, ndr). Spesso pecco di poco entusiasmo e mi chiudo a riccio, mentre loro sono molto più fieri di quello che stiamo facendo, e questo mi aiuta molto.

Questi sono gli elementi che danno forza a un progetto.
Sì, senza di loro probabilmente mi sarei lasciato andare in diversi aspetti. 

Con I figli dei figli degli altri sei in finale al Premio De André 2017. Com'è nata?
L'ho scritta per il concorso Non è mica da questi particolari che si giudica un Cantautore, su uno spunto poetico di Mario Lunetta. È nata in un giorno ma ha avuto un'incubazione di più di un mese, in cui quello stralcio di poesia così criptico si è abbinato all'ascolto ossessivo di Anime Salve di De André. Addirittura Edoardo De Angelis, quando l'ha ascoltata per la prima volta, mi ha detto: «L'hai scritta ascoltando De André, vero?». In un continuo flusso di coscienza ho scritto tutto quello che secondo me non andava in quel momento dal punto di vista sociale; in realtà all'inizio era molto più lunga, poi l'ho fatta diventare di soli sei minuti (sorride, ndr). 

Pensavi potesse funzionare così bene?
In realtà non le davo un centesimo. Sin dall'inizio pensavo fosse troppo lunga, troppo parlata, di difficile ascolto. Se si dovesse perdere anche solo mezza strofa, si annullerebbe il senso dell'intera canzone. Fortunatamente in quella serata del concorso c'era in giuria Edoardo De Angelis, che mi ha motivato molto.

Pensi che l'ascolto sia difficile anche per il tema che tratta?
Credo di sì. Ormai le persone non vogliono fermarsi a pensare, è troppo complicato.

Invece la canzone d'autore serve proprio per dare una lettura diversa di quello che ci sta intorno.
Per quanto mi riguarda anche l'indie di dieci anni fa funzionava bene per questo motivo.

A proposito, quest'anno ricorre il decennale del debutto de Le luci della centrale elettrica. Ascoltando e leggendo le tue canzoni mi viene da chiederti: quanto è alto il debito che paghi a Vasco Brondi?
Altissimo (sorride, ndr). Ho ascoltato tanto tutti i dischi di Vasco Brondi, e sono innamorato del quarto, Terra, che è fuori da ogni canone odierno. Penso che Le luci delle centrale elettrica siano il vero indie italiano, quello che porta contro-cultura e genera spinte propulsive nel pensiero delle persone. Il cantautorato degli Anni Zero  parte da Vasco Brondi, è lui che ha messo in moto tutto quello che è nato dopo.

Oggi forse quell'etichetta l'abbiamo trasformata in qualcosa che si può definire pop.
È sbagliata la connotazione. La musica indie deve portare avanti un canone stilistico, letterario, poetico e forse ideologico, che va contro la cultura dominante, quella delle major. Noi l'abbiamo preso e inserito in un contesto musicale che di indie non ha assolutamente nulla. Il movimento culturale iniziale era buono, perché ha creato dei canali di comunicazioni differenti, ma poi è stato incanalato da un'altra parte, provocando un'omologazione generale, che ha interrotto una possibile rivoluzione musicale.

Protagoniste di questa evoluzione sono state anche alcune case discografiche, che hanno ricercato l'icona e hanno ribaltato il rapporto domanda-offerta.
E questo a livello culturale ha avuto un impatto determinante.

Ma forse anche a livello sociale, perché dopo tutto la musica è un prodotto sociale.
Io spero ci sia una reazione da parte di chi ascolta, che deve saper distinguere i prodotti validi da quelli scadenti. Oggi gli adolescenti vogliono cantare, di pensare non gli importa; forse la spinta a pensare ci fa sentire mediocri, perché non abbiamo la possibilità di costruire un pensiero critico, perché non abbiamo le basi per farlo. Una canzone che fa pensare rischia di diventare da subito impopolare.

A Le luci della centrale elettrica devi molto. Ma prima cosa ascoltavi?
Prima avevo dei riferimenti pop, mentre i primi due dischi di Vasco Brondi mi hanno aperto un mondo diverso, mi hanno fatto capire quanto è importante la scelta delle parole. Chi mi frequentava cinque anni fa molto probabilmente conosceva un Danilo Ruggero diverso a livello musicale e testuale. Ho conosciuto Le luci a Officina Pasolini grazie a Rosso Petrolio (finalista dell'Artista che non c'era 2015, ndr); scrivevo testi pop, ma a Officina ho azzerato tutto e ho ricominciato da capo.

Chiudiamo con una citazione da Italo Calvino: «l'uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita». In questo Ep ci sono le paure bambine di Danilo Ruggero? Quali  ti porti dietro?
Ci sono tutte. Mi porto dietro fin da piccolo la paura di essere mediocre, di non poter arrivare dove vorrei, la paura di fallire, la paura di deludere i miei genitori, che hanno sempre puntato molto su di me, mettendomi addosso un grande senso di responsabilità; tutto questo mi affatica di più quando lavoro, ma alla fine mi dà anche più soddisfazione. Su tutte, nelle mie canzoni c'è sempre la paura di deludere me stesso: anche se sono pessimista, ho aspettative molto alte.

In che senso ti affatica di più?
Le mie canzoni hanno un'incubazione lenta, proprio per paura che non riescano come voglio. Sono lento e rifletto a lungo su quello che faccio, ma questo forse mi porta a esprimere idee più mature.

La scrittura può essere un modo per esorcizzare o per aver un dialogo con le proprie paure?
Le mie canzoni sono un modo per esorcizzare le mie paure, i miei difetti. Spesso quando mi rileggo trovo tra le righe paure mai confessate. In realtà scrivo anche poesie, ma ci sono cose che preferisco rimangano solo per me, non è necessario che vengano lette da qualcuno. Quando scrivo una canzone, invece, ho bisogno di farla ascoltare, quasi per arginare la mancanza che c'è dentro. Con le canzoni esorcizzo me stesso, e spero di farlo il più a lungo possibile. 

Foto: Tamara Casula

 

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