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Marlene Kuntz

Contro il pregiudizio

Il Best Of pubblicato in coincidenza con il ricorrere dei venti anni di attività e i quindici di onorata carriera discografica compiuti dal gruppo cuneese esce all’insegna de Il pregiudizio, un singolo con un tiro anomalo in un insieme che dovrebbe essere in apparenza celebrativo e fa invece rima con la schiettezza sorprendente di Cristiano Godano. Lasciando ad altre occasioni le figure retoriche ma non il latino, Cristiano parla e racconta in maniera pragmatica, serena, disincantata ed equanime. Non lo dice esplicitamente ma il pregiudizio è davvero un motivo di fondo, una limitatezza contro la quale i Marlene Kuntz hanno lottato sin dall’inizio prevalendo in più di un’occasione e continuando a farlo anche ora con un’antologia. Senza eludere eventuali perplessità e lasciando a chi ascolta e legge il libero arbitrio nel giudicare.


Prima domanda: perché avete scelto di pubblicare un’antologia ora, gennaio 2009.
Queste considerazioni riguardano casomai le strategie discografiche. Noi abbiamo semplicemente accolto l’invito della nostra etichetta, che ha ritenuto opportuno piazzare il “Best of” a gennaio del 2009. Intanto ci sono dei mesi che si ritengono più adatti di altri per certe uscite e ci sono dei mesi che si ritengono più adatti di altri per altri tipi di uscite. In breve, se un gruppo come i Marlene Kuntz ha qualcosa di pronto è bene che non esca intorno a Sanremo. O almeno cinque, sei, sette anni fa, era una regola imprescindibile siccome tutte le forze vendita delle varie realtà discografiche in quel momento sono concentrate sui prodotti sanremesi. Quindi se esci in quel tipo di mare magnum, affoghi. Sono strategie loro. Il best in sé è un’operazione esattamente discografica: i gruppi non arriverebbero mai a pensare che ne sia giunto il momento, a meno che non siano artefici dei propri percorsi in maniera forte. Detto ciò non voglio lasciare sottinteso fra il non detto che i Marlene non siano favorevoli: siamo felici che ci sia un nostro best. Per quanto mi riguarda, rappresenta il fatto che siamo arrivati a un certo livello della nostra carriera e perciò è giustificato. Soprattutto, sono convinto che esista il libero arbitrio: quindi, se qualcuno non vuol comprare l’antologia perché ha già i pezzi, è libero di non comprarla. Al giorno d’oggi accusarci di speculare su un’operazione di questo tipo – metto le mani avanti forse, credo sia un’excusatio non petita – sarebbe ipocrita, se ci sono tre cover che non hai te le vai a scaricare in rete, perciò mi chiedo e domando all’eventuale accusatore: “Non hai mai scaricato nulla?”.

In ogni caso non vi siete limitati alla raccolta dei singoli ma avete allestito un percorso all’interno della vostra storia e della vostra musica.
Sì, proprio così. Da ciò io credo si possa rintracciare per l’ennesima volta il tipo di gruppo che siamo: non siamo un gruppo pop. Non lo siamo mai stati. Una mossa pop sarebbe stata fare la collezione di tutti i singoli. Noi abbiamo voluto comunque dare uno spessore artistico anche a questa raccolta.

Come avete scelto le canzoni?
Mah, è stato un bene che ci sia stata una prima proposta da parte di Enrico Romano, uno dei ragazzi dell’etichetta. Adesso lavora in EMI ma è stato il nostro primo referente quando ancora non avevamo inciso “Catartica”: ci contattò perché aveva letto la recensione di un nostro demo su Rockerilla, quindi conosce bene il nostro percorso. Enrico ha buttato giù una prima idea e noi sul suo impianto abbiamo cominciato a fare la spunta; siamo partiti da lì. Se fossimo rimasti soli io, Riccardo e Luca a scegliere dall’inizio tra le nostre ottanta/novanta canzoni credo non ne saremmo usciti. Ci sono canzoni che ritenevamo non avessero avuto la giusta luce. Per lo stesso motivo alcuni pezzi che invece l’avevano avuta in quanto singoli potevano essere messi da parte. Un esempio, per colpa nostra che l’abbiamo piazzata male in scaletta sul suo disco, è Fingendo la poesia, una canzone che amo e credo abbia un grandissimo potenziale; solo, non eravamo stati bravi a sfruttarla.

Il singolo Il pregiudizio mi è sembrato un brano un po’ diverso da quelli di “Uno”. È stato scritto di recente?
È stato scritto da me credo intorno a settembre/ottobre dell’altro anno. Stavo iniziando a provare per conto mio – quando compongo da solo appena trovo qualcosa che mi piace lo registro in maniera molto rudimentale – e avevo inciso una serie di brani, credo fossero dodici o tredici, che ho girato agli altri proprio in occasione di questo best per scegliere l’inedito. La scelta unanime è caduta su due/tre pezzi; abbiamo pensato che Il pregiudizio fosse quello più facile da gestire e potesse arrivare prima. Siamo stati lungimiranti perché in tre giorni suonandolo un po’ abbiamo ottenuto un risultato soddisfacente.

La scelta di interpretare due classici italiani come La libertà e Impressioni di settembre è legata al vostro cambiamento di stile?
Può essere, può essere. Però io credo che La libertà abbia un tiro che non è esattamente quello dell’ultimo album, eppure l’abbiamo gestita poco prima dei pezzi di “Uno”. Avevo chiesto io al gruppo di interpretarla dando alle strofe una botta alla Nine Inch Nails, più che altro per far capire che volevo quel tipo di impeto. Non amo particolarmente i Nine Inch Nails, ma li apprezzo in quanto creatori di ottimi suoni.

Avete anche inciso Siberia nel tributo ai Diaframma “Il dono”. Avete scelto voi quale canzone interpretare?
Sono stato cercato da Federico Fiumani. Ci sentiamo ogni tanto e ci rispettiamo molto l’un l’altro. Federico teneva molto al fatto che i Marlene partecipassero al progetto. Io come mio costume temevo di non avere tempo e non avere energie quindi mettevo le mani avanti, non sapevo se ce l’avrei fatta: stavamo preparando un tour ed eravamo pieni di impegni. Lui è stato bravo a insistere dicendomi di scegliere il pezzo che più mi piaceva. Siberia è una canzone che ho ascoltato veramente tanto quando ero giovane e ho ballato molto nelle discoteche rock. Federico ha molto apprezzato la nostra versione. Credo di dovermi un po’ scusare per il fatto che non sia nel Best. Mi dispiace, però sono stati scelti altri pezzi.

Continua il vostro tour nei teatri con la nuova formazione: trovate molte differenze rispetto ai luoghi in cui eravate abituati a suonare, anche nel rapporto con il pubblico?
C’è un silenzio che potrebbe addirittura incutere timore, perché è religioso: c’è una totale assenza di rumore ed è quello che cercavamo per esprimerci su un piano diverso. Era proprio una nostra esigenza andare nei teatri, non per fare una scelta elitaria perché non è assolutamente vero; il teatro è semplicemente un luogo dove possiamo suonare anche nel modo che in un club rock non è permesso, soprattutto, devo dire, a causa di un malcostume italico evidente, per cui si va ai concerti a far cagnara. Vidi i Low, un complesso che amo, a Berlino, in un club rock dove si suona pestone quando c’è da suonare pestone, non volava una mosca ed erano tutti in piedi; c’era un bar ma la gente che andava a prendere da bere lo faceva in maniera molto silenziosa. Ho notato un ragazzo tedesco che addirittura appoggiava il suo boccale di birra cercando di non far rumore. Questo non è pensabile in Italia, o perlomeno non accade, quindi siamo stati costretti ad andare in teatro.

Pensate di poterne ricavare un nuovo disco dal vivo?
Stiamo registrando tutte le date. Questo tour è una novità per noi e per gli ascoltatori potenziali, non so se si trasformerà in disco ma ho fiducia nel fatto che prima o poi se ne faccia qualcosa. Da quello che ho sentito a livello di registrazioni, quando siamo in palla ed è la serata giusta le performance sono molto fighe.

Siete convinti che “Uno” rappresenti davvero uno stacco rispetto agli altri dischi e sarà quella la vostra direzione futura?
Di sicuro è un disco che può arrivare come una frattura in rapporto tutto quello che abbiamo fatto prima. Ne eravamo consapevoli ma non avevamo bisogno di dimostrare di voler rompere con il passato, avevamo solo bisogno di realizzare quel tipo di disco, ed eravamo consapevoli che saremmo andati incontro per l’ennesima volta alle incomprensioni da parte di alcuni, come da “Il vile” in poi accade. Non c’era nessun intento provocatore, abbiamo semplicemente voluto incidere un album pensato con l’intento di poter andare un giorno a suonare nei teatri; e quindi a posteriori si può considerarlo una frattura, ma non cercata in maniera programmatica.

Stai ancora lavorando con Nick Cave alle traduzioni dei tuoi testi in inglese?
No. Lui è stato disponibilissimo: Luca gli aveva detto che stavo lavorando alla traduzione di quattro/cinque miei testi e Nick in maniera impulsiva si è offerto di darmi una mano. Però la cosa si è chiusa lì. Chi lo sa se un giorno ci sarà ancora occasione di riprenderla.

Sanremo: quest’anno partecipano i vostri amici Afterhours. Vi vedremo mai all’Ariston?  
Eravamo curiosi e in fondo disponibili a questa e già alla scorsa edizione. È evidente che se in Italia ci fossero altre occasioni di fare le cose in un altro modo senza passare per Sanremo, un sacco di gruppi non solo rockettari come noi o gli Afterhours non andrebbero lì, perché è evidente che lì ci si sente a disagio; ma per altri verso credo che andandoci con lo spirito giusto in fondo siano solamente cinque o sei giorni di delirio e di divertimento, secondo me, abbastanza garantito. Sanremo è una l’unica realtà che – se ti è concesso di partecipare – ti mette di colpo, come per incanto, quasi fosse un colpo di bacchetta magica, in contatto con tutta l’Italia, quando dopo sette o otto dischi di onorata carriera e di musica suonata sempre con una certa intenzione creativa e voglia di fare bene, i media grandi non si accorgono di te o comunque manca quello scarto che ti permette poter arrivare a più gente. Non penso alle vostre realtà o ai giornali di settore, quelli sono luoghi dove noi ci siamo e siamo di pubblico dominio, contestati dalle frange oltranziste bla bla bla; ma se uno vuole vivere di rock in Italia non è sufficiente. Voi dovreste avere nel vostro codice deontologico l’insegnare alla gente che è un casino vivere di musica rock in Italia; a questo punto certe scelte possono diventare a priori obbligate. Ci si chiede se sia opportuno andare a Sanremo oppure no, c’è chi va e chi non va. Sanremo ha fatto la fortuna dei Subsonica, che tramite il Festival hanno cominciato a esplodere, tra l’altro con uno dei pezzi più belli del loro repertorio. Bisogna imparare a vederla così: Sanremo è quel posto dove di colpo l’Italia si accorge che esisti. Con un’apparizione sanremese, se non va male, puoi riuscire dove non ce l’hai fatta in vent’anni.


Cosa ti rende più rende orgoglioso o felice del vostro percorso musicale e cosa invece hai fatto e non rifaresti?
Sono orgoglioso di essere qui a parlare del Best, il nostro ottavo disco ufficiale, perché sto facendo il musicista da grande. Quanto alle mosse che non rifarei penso di doverti dire di no, ci sono cose che possiamo avere sbagliato, scelte di singoli inappropriati, scelte di video sbagliati, ma è un po’ il senno del poi, è facile vedere a posteriori se una cosa non ha funzionato per il verso giusto, e non sono sicuro che diversamente avrei potuto fare una scelta migliore.




(09/02/2009)

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