Marlene Kuntz

Prima domanda: perché avete scelto di pubblicare un’antologia ora,
gennaio 2009.
Queste considerazioni riguardano casomai
le strategie discografiche. Noi abbiamo semplicemente accolto l’invito della
nostra etichetta, che ha ritenuto opportuno piazzare il “Best of” a gennaio del
2009. Intanto ci sono dei mesi che si ritengono più adatti di altri per certe
uscite e ci sono dei mesi che si ritengono più adatti di altri per altri tipi
di uscite. In breve, se un gruppo come i Marlene Kuntz ha qualcosa di pronto è
bene che non esca intorno a Sanremo. O almeno cinque, sei, sette anni fa, era
una regola imprescindibile siccome tutte le forze vendita delle varie realtà
discografiche in quel momento sono concentrate sui prodotti sanremesi. Quindi
se esci in quel tipo di mare magnum,
affoghi. Sono strategie loro. Il best in sé è un’operazione esattamente
discografica: i gruppi non arriverebbero mai a pensare che ne sia giunto il
momento, a meno che non siano artefici dei propri percorsi in maniera forte.
Detto ciò non voglio lasciare sottinteso fra il non detto che i Marlene non
siano favorevoli: siamo felici che ci sia un nostro best. Per quanto mi
riguarda, rappresenta il fatto che siamo arrivati a un certo livello della
nostra carriera e perciò è giustificato. Soprattutto, sono convinto che esista
il libero arbitrio: quindi, se qualcuno non vuol comprare l’antologia perché ha
già i pezzi, è libero di non comprarla. Al giorno d’oggi accusarci di speculare
su un’operazione di questo tipo – metto le mani avanti forse, credo sia un’excusatio non petita – sarebbe ipocrita,
se ci sono tre cover che non hai te le vai a scaricare in rete, perciò mi chiedo
e domando all’eventuale accusatore: “Non hai mai scaricato nulla?”.
In ogni caso non vi siete limitati alla raccolta dei singoli ma avete
allestito un percorso all’interno della vostra storia e della vostra musica.
Sì, proprio così. Da ciò io credo
si possa rintracciare per l’ennesima volta il tipo di gruppo che siamo: non
siamo un gruppo pop. Non lo siamo mai stati. Una mossa pop sarebbe stata fare
la collezione di tutti i singoli. Noi abbiamo voluto comunque dare uno spessore
artistico anche a questa raccolta.
Come avete scelto le canzoni?
Mah, è stato un bene che ci sia
stata una prima proposta da parte di Enrico
Romano, uno dei ragazzi dell’etichetta. Adesso lavora in EMI ma è stato il
nostro primo referente quando ancora non avevamo inciso “Catartica”: ci
contattò perché aveva letto la recensione di un nostro demo su Rockerilla,
quindi conosce bene il nostro percorso. Enrico ha buttato giù una prima idea e
noi sul suo impianto abbiamo cominciato a fare la spunta; siamo partiti da lì.
Se fossimo rimasti soli io, Riccardo e Luca a scegliere dall’inizio tra le
nostre ottanta/novanta canzoni credo non ne saremmo usciti. Ci sono canzoni che
ritenevamo non avessero avuto la giusta luce. Per lo stesso motivo alcuni pezzi
che invece l’avevano avuta in quanto singoli potevano essere messi da parte. Un
esempio, per colpa nostra che l’abbiamo piazzata male in scaletta sul suo disco,
è Fingendo la poesia, una canzone che
amo e credo abbia un grandissimo potenziale; solo, non eravamo stati bravi a
sfruttarla.
Il singolo Il pregiudizio mi
è sembrato un brano un po’ diverso da quelli di “Uno”. È stato scritto di
recente?
È stato scritto da me credo
intorno a settembre/ottobre dell’altro anno. Stavo iniziando a provare per
conto mio – quando compongo da solo appena trovo qualcosa che mi piace lo
registro in maniera molto rudimentale – e avevo inciso una serie di brani, credo
fossero dodici o tredici, che ho girato agli altri proprio in occasione di
questo best per scegliere l’inedito. La scelta unanime è caduta su due/tre
pezzi; abbiamo pensato che Il pregiudizio
fosse quello più facile da gestire e potesse arrivare prima. Siamo stati
lungimiranti perché in tre giorni suonandolo un po’ abbiamo ottenuto un
risultato soddisfacente.
La scelta di interpretare due classici italiani come La libertà e Impressioni di settembre è legata al vostro cambiamento di stile?
Può essere, può essere. Però io
credo che La libertà abbia un tiro
che non è esattamente quello dell’ultimo album, eppure l’abbiamo gestita poco prima
dei pezzi di “Uno”. Avevo chiesto io al gruppo di interpretarla dando alle
strofe una botta alla Nine Inch Nails,
più che altro per far capire che volevo quel tipo di impeto. Non amo
particolarmente i Nine Inch Nails, ma li apprezzo in quanto creatori di ottimi
suoni.
Avete anche inciso Siberia
nel tributo ai Diaframma “Il dono”. Avete scelto voi quale canzone
interpretare?
Sono stato cercato da Federico Fiumani. Ci sentiamo ogni
tanto e ci rispettiamo molto l’un l’altro. Federico teneva molto al fatto che i
Marlene partecipassero al progetto. Io come mio costume temevo di non avere
tempo e non avere energie quindi mettevo le mani avanti, non sapevo se ce
l’avrei fatta: stavamo preparando un tour ed eravamo pieni di impegni. Lui è
stato bravo a insistere dicendomi di scegliere il pezzo che più mi piaceva. Siberia è una canzone che ho ascoltato
veramente tanto quando ero giovane e ho ballato molto nelle discoteche rock.
Federico ha molto apprezzato la nostra versione. Credo di dovermi un po’
scusare per il fatto che non sia nel Best. Mi dispiace, però sono stati scelti
altri pezzi.
Continua il vostro tour nei teatri con la nuova formazione: trovate
molte differenze rispetto ai luoghi in cui eravate abituati a suonare, anche
nel rapporto con il pubblico?
C’è un silenzio che potrebbe
addirittura incutere timore, perché è religioso: c’è una totale assenza di
rumore ed è quello che cercavamo per esprimerci su un piano diverso. Era proprio
una nostra esigenza andare nei teatri, non per fare una scelta elitaria perché
non è assolutamente vero; il teatro è semplicemente un luogo dove possiamo
suonare anche nel modo che in un club
rock non è permesso, soprattutto, devo dire, a causa di un malcostume italico
evidente, per cui si va ai concerti a far cagnara. Vidi i Low, un complesso che amo, a Berlino, in un club rock dove si suona
pestone quando c’è da suonare pestone, non volava una mosca ed erano tutti in
piedi; c’era un bar ma la gente che andava a prendere da bere lo faceva in
maniera molto silenziosa. Ho notato un ragazzo tedesco che addirittura
appoggiava il suo boccale di birra cercando di non far rumore. Questo non è
pensabile in Italia, o perlomeno non accade, quindi siamo stati costretti ad
andare in teatro.
Pensate di poterne ricavare un nuovo disco dal vivo?
Stiamo registrando tutte le date.
Questo tour è una novità per noi e per gli ascoltatori potenziali, non so se si
trasformerà in disco ma ho fiducia nel fatto che prima o poi se ne faccia
qualcosa. Da quello che ho sentito a livello di registrazioni, quando siamo in
palla ed è la serata giusta le performance sono molto fighe.
Siete convinti che “Uno” rappresenti davvero uno stacco rispetto agli altri
dischi e sarà quella la vostra direzione futura?
Di sicuro è un disco che può
arrivare come una frattura in rapporto tutto quello che abbiamo fatto prima. Ne
eravamo consapevoli ma non avevamo bisogno di dimostrare di voler rompere con
il passato, avevamo solo bisogno di realizzare quel tipo di disco, ed eravamo
consapevoli che saremmo andati incontro per l’ennesima volta alle
incomprensioni da parte di alcuni, come da “Il vile” in poi accade. Non c’era
nessun intento provocatore, abbiamo semplicemente voluto incidere un album pensato
con l’intento di poter andare un giorno a suonare nei teatri; e quindi a
posteriori si può considerarlo una frattura, ma non cercata in maniera
programmatica.
Stai ancora lavorando con Nick Cave alle traduzioni dei tuoi testi in
inglese?
No. Lui è stato disponibilissimo:
Luca gli aveva detto che stavo lavorando alla traduzione di quattro/cinque miei
testi e Nick in maniera impulsiva si è offerto di darmi una mano. Però la cosa
si è chiusa lì. Chi lo sa se un giorno ci sarà ancora occasione di riprenderla.
Sanremo: quest’anno partecipano i vostri amici Afterhours. Vi vedremo
mai all’Ariston?
Eravamo curiosi e in fondo
disponibili a questa e già alla scorsa edizione. È evidente che se in Italia ci
fossero altre occasioni di fare le cose in un altro modo senza passare per
Sanremo, un sacco di gruppi non solo rockettari come noi o gli Afterhours non andrebbero lì, perché è
evidente che lì ci si sente a disagio; ma per altri verso credo che andandoci con
lo spirito giusto in fondo siano solamente cinque o sei giorni di delirio e di
divertimento, secondo me, abbastanza garantito. Sanremo è una l’unica realtà
che – se ti è concesso di partecipare – ti mette di colpo, come per incanto,
quasi fosse un colpo di bacchetta magica, in contatto con tutta l’Italia, quando
dopo sette o otto dischi di onorata carriera e di musica suonata sempre con una
certa intenzione creativa e voglia di fare bene, i media grandi non si
accorgono di te o comunque manca quello scarto che ti permette poter arrivare a
più gente. Non penso alle vostre realtà o ai giornali di settore, quelli sono
luoghi dove noi ci siamo e siamo di pubblico dominio, contestati dalle frange
oltranziste bla bla bla; ma se uno vuole vivere di rock in Italia non è sufficiente.
Voi dovreste avere nel vostro codice deontologico l’insegnare alla gente che è
un casino vivere di musica rock in Italia; a questo punto certe scelte possono
diventare a priori obbligate. Ci si chiede se sia opportuno andare a Sanremo
oppure no, c’è chi va e chi non va. Sanremo ha fatto la fortuna dei Subsonica, che tramite il Festival
hanno cominciato a esplodere, tra l’altro con uno dei pezzi più belli del loro
repertorio. Bisogna imparare a vederla così: Sanremo è quel posto dove di colpo
l’Italia si accorge che esisti. Con un’apparizione sanremese, se non va male,
puoi riuscire dove non ce l’hai fatta in vent’anni.
(09/02/2009)