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Antonio Castrignanò

Emanuele Crialese firma il nuovo video di Antonio Castrignanò

Antonio Castrignanò è un artista giovane, ma ha già una lunghissima storia da raccontare. La sua strada si sta allungando oltre i confini della Puglia, dell'Italia, verso il mare della Turchia, ma si estende anche a ritroso nel tempo fino ad abbracciare molte generazioni passate. Tutto questo si sente nitidamente nella sua pizzica, intrisa di tante vite e tanti suoni che immergono chi ascolta nella profondità della storia umana, dove il passato vive ancora ma guarda avanti, non si ferma mai. Il musicista scoperto un giorno da Emanuele Crialese, per il quale - giovanissimo - scrisse le musiche del suo Nuovomondo, oggi è ricambiato dal talentuoso regista che ha voluto offrirgli la sua arte cinematografica per il video (primo e unico della sua carriera registica) di Fomenta, title track del nuovo, bellissimo disco di Castrignanò.

Come fare, dunque, a rileggere in modo nuovo la canzone che fino a tempi molto recenti – ma in qualche modo ancora oggi – ha solo contato sulla tradizione orale?
Non è una cosa banale in realtà. Nel senso che è molto difficile scrivere qualcosa che non perda, sia nella melodia sia nel testo, quell’essenza e quella matrice che nel mondo è riconoscibile come musica di un territorio, e come testo di un territorio. Non è una cosa semplice. Per esempio, una poesia che tu ritrovi in una terra è fatta di alberi, colori, vento e cose che ti appartengono nell’iconografica, che ci hai dentro, e che tu devi comunque comunicare con la stessa magia. No, non è una cosa così semplice. Ecco perché io finché non son sicuro delle cose che istintivamente mi vengono non mi va di pubblicarle. E poi c’è l’aspetto timbrico, degli strumenti che si usano nell’arrangiamento di un brano. Ci sono le suddivisioni ritmiche... È un po’ un lavoro certosino, parte istinto e parte moderazione, ma su cui vale la pena interrogarsi e poi proseguire.

Parlavamo del tuo primo disco che è poi la colonna sonora di Nuovomondo di Emanuele Crialese, un film peraltro di una bellezza sconfinata... Ci racconti come sono andati i fatti?
Sono stato fortunato. Mi va di raccontarlo perché fa parte di una verità che mi va di accomunare a quest'ultima esperienza. È successo qualche anno fa, credo nel 2004, quando Emanuele Crialese cercava un giovane, o meglio una figura dall’aspetto giovane che avesse però qualcosa di arcaico da raccontare in una scena particolare del viaggio di migranti che partivano nel 1913 dalle coste meridionali dell’Italia e dopo una lunghissima traversata arrivavano in America, a Ellis Island in particolare, dove passavano altri quaranta giorni, perché c’erano dei test per poter entrare in America... E nel suo girovagare alla ricerca di questo giovane è arrivato in Salento, dove mi ha incontrato, in una festa in campagna. Era estate, e io cantavo con degli anziani, come abitualmente facevo in quel periodo. Lì la lampadina si è accesa, e dopo questa scena girata per Nuovomondo, mi ha chiesto di scrivere prima delle cose per alcune scene e poi da lì ho firmato tutta la colonna sonora.

In questo caso ti sei provato con solo musiche e non con canzoni?
No, la scena comprendeva anche delle canzoni, e poi c’era la musica... È stato un tassello fondamentale anche per me, nel senso che era un’esperienza particolare perché staccata da tutto quello che è il concerto live, ma anche da tutte quelle cose che io fino a quel momento avevo fatto: non mi ero mai cimentato a scrivere veramente qualcosa di mio, sia dal punto di vista compositivo, melodico, sia dal punto di vista autoriale.

Cosa facevi prima di allora?
Io ero legato solo alla tradizione orale, alle cose che mi erano state consegnate...

Quindi lui ti ha proprio dato un nuovo compito...
È stata l’esperienza attraverso la quale io mi sono interrogato e dalla quale sono riuscito a estrapolare da dentro di me altre potenzialità, altri modi di comunicare. Solo questo. È stata un’esperienza che mi ha aperto qualcosa dentro.

Scrivi tutto tu, musica e testi?
In questo disco molto è mio, e alcune cose sono un po’ fuse tra racconti vecchi e nuove composizioni nello stesso brano.

Racconti vecchi che vuol dire?
Che sono testi tradizionali, affiancati a nuova scrittura. E questo è veramente difficile, ma a me piace, mi piace questa scommessa, perché se io non te lo dicessi tu non te ne accorgeresti. Il bello è quello. Mauro Pagani lo ha scritto nella recensione del vecchio disco, “Mara la fatìa”, che la cosa più bella è che non riesci a distinguere ascoltando il disco quali brani siano effettivamente appartenenti alla tradizione orale e quali invece appartengano alla nuova scrittura.

Questa è una cosa importantissima, perché diventa una sorta di proseguimento di uno stesso percorso...
Esatto. E infatti è quello che voglio raccontare. È quello che voglio dare.

Parliamo di “Fomenta”.
Intanto bisogna ricordare che “Fomenta” è stato prodotto da pondertosamusic&art e Alberto Fabris e da Mercan Dede, un live performer polistrumentista turco, produttore a trecentosessanta gradi, dj, che racconta l’incontro di due civiltà musicali molto forti. Questo rispetto anche al discorso precedente che stavamo facendo sulla rielaborazione e sulla riscoperta di alcuni timbri musicali. Io mi sono spostato un po’ nel Medio Oriente perché è una zona che mi affascina particolarmente rispetto a quella che è la loro tradizione, e come riescono a raccontare la loro tradizione anche nella musica pop. Questa è una mia scommessa, qui, questo l’ho voluto particolarmente. Se tu senti i dischi di musica orientale, o medio orientale, maggiormente, sono impregnati, imbevuti di tecniche di musica tradizionale, di timbri tradizionali, sia nelle percussioni sia nel modo di cantare, cioè nelle vibrazioni del canto, nell’espressione vocale, nella timbrica delle voci. Questo esiste nella musica pop in Medio Oriente, non esiste nella musica occidentale, men che meno nella musica italiana.

Sì, sembra essere una cosa molto tipicamente italiana, questa...
A me non va più che la musica tradizionale – che ha la dignità veramente grande che ormai ha dimostrato avere – debba essere considerata ancora di terza classe. Non credo che meriti questa considerazione, ancora. Certo, con la dovuta crescita della musica tradizionale, che come dicevo prima deve adattarsi ad alcuni stilemi, però senza perdere quelle caratteristiche che la identificano come musica tradizionale.

Il fatto che Mercan Dede sia anche un dj la dice lunga, per esempio.
Sì, è un artista completo, è anche un pittore… Per me è stato molto bello lavorare con Mercan, perché anche negli arrangiamenti in generale ho trovato quell’apertura, quella sinergia, una visione così aperta, senza essere per forza radicato a qualcosa, che ti può mettere dei paletti o da una parte o dall’altra. Un’esperienza bellissima.

Gli altri artisti che suonano con te in “Fomenta” chi sono?
Oltre a Mercan c’è un bravissimo violinista che suona il kemane, un violino turco, che si chiama Cafer Nazlibas, e Mert Elmas alle percussioni; e poi c’è lo zoccolo duro salentino, quello che mi accompagna ormai da anni: Rocco Nigro alla fisarmonica e Gianluca Longo alla mandola. Alcuni musicisti che fanno parte anche dell’Orchestra della Notte della Taranta. Giuseppe Spedicato al basso, al basso tuba Andrea Doremi, Giulio Bianco... un bel gruppo che mi segue da un po’ di tempo e che condivide questa scoperta continua, come deve essere l’arte.

Quindi siete anche ormai molto rodati…
Sì sì!

Da quanto tempo sei impegnato nell’Orchestra della Notte della Taranta?
Nel 2003, con Steward Copland, il batterista dei Police, è stata la prima esperienza di maestro concertatore che io ho fatto... Ormai un po’ di anni.

Hai cominciato presto a metterti in giro...
A mettermi nei guai! Sì, ho cominciato molto presto, effettivamente.

Parliamo del passaggio tra il disco precedente e questo... Dicevi prima che ti sei preso il tempo necessario per avere delle storie nuove. Diverse, o semplicemente nuove?
È che devono succedere delle cose. Non molto diverse, no. Devo dire: nella sostanza non molto diverse, nel modo di comunicarle, sì. È quello che è cambiato. Devono succedere delle cose nel proprio percorso evolutivo, o involutivo, chi lo sa!, per poter raccontare...

La differenza principale è quella musicale, come si diceva prima.
È stata proprio questa, rispetto al primo, sì. Lì avevo fatto una ricerca molto più legata ai suoni della tradizione territoriale. Però avevo già incominciato la nuova scrittura, aggiungendo queste cose, mettendole dentro, filtrandole... La nuova scrittura è una cosa che mi interessa molto. Ma molto molto molto. Perché credo che sia fondamentale per non creare quelle fratture che già si sono create nella musica tradizionale; già è avvenuto un periodo di silenzio buio, per esempio mi riferisco agli anni '50 fino ai primi anni '80, quando la musica tradizionale era legata solo ad alcune categorie di persone, ai contadini, e veniva associata ai momenti bui della vita, ai problemi che c’erano nella società, alla voglia di riscattarsi. Noi siamo stati bravi a riprendere questa voglia di riscatto e di prendere quello che di bello ci è stato consegnato dal fenomeno del tarantismo, questa potenza vitale che ti dà la possibilità di dire con un’identità precisa: «noi siamo e veniamo da qui, in questo modo». Questo però nel corso del tempo ha bisogno di essere alimentato. Le nuove generazioni devono riconoscersi in questo. Quindi se tu, essendo sempre nella tradizione orale, racconti storie che non esistono più, in cui le nuove generazioni hanno difficoltà a riconoscersi, si perde quell’essenza. Bisogna essere bravi. L’ambasciatore deve essere bravo.

I tuoi programmi per i prossimi mesi quali sono?
Intanto abbiamo fortunatamente lavorato alla produzione di un videoclip con Emanuele Crialese, che uscirà a brevissimo e che sarà molto particolare: è già pronto, stiamo solo finalizzando (uscito poi il primo agosto, n.d.r.). Poi ci sono dei concerti live, un paio di festival importanti in Polonia, uno a Bruxelles... L'Europa manifesta la voglia di dare un respiro internazionale a questo tipo di musica, che diventi veramente una musica di confronto, una musica “world”, appunto, e non solo ed esclusivamente tradizionale intesa come solo territoriale. Il folklore non appartiene alla musica tradizionale. Il folklore è sapere del popolo, però nell’immaginario collettivo “folkloristico” è inteso come qualcosa di superficiale, e invece c’è molta più profondità nella musica di tradizione orale di quanto si possa pensare. Ben vengano queste esperienze. E la buona musica.


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