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Yari Carrisi

Dalla band con Sean Lennon ai mantra con Thea Crudi. Storia di un artista libero e senza etichette.

Nel 2001 mi capitò tra le mani il primo EP ufficiale di Yari Carrisi. Il titolo è un gioco di parole, Eye Sea U, e la grafica piuttosto essenziale, con un paio di foto che lo ritraggono all’epoca della pubblicazione dell’album e un altro paio di foto di lui da bambino (tra cui quella usata per la copertina, sul cui sfondo c’è un quadro dipinto da Romina Power che raffigura la piccola Ylenia al mare). Ad ogni modo, più che i dettagli grafici e formali, che per il figlio di Albano e Romina sembrano ricoprire un’importanza minima, la protagonista indiscussa di questo suo lavoro è prima di tutto la musica: i sei pezzi contenuti nel disco (in realtà cinque più la title-track proposta in due versioni diverse) attraversano con naturalezza una folta vegetazione funk, si arrampicano su scogliere folk-rock a picco su mari blues, approdano alla calda terra del folklore salentino e celtico per poi riprendere il cammino su campi di psichedelia che si estendono a perdita d’occhio. Yari, che in questo EP come in tutti i suoi lavori suona praticamente tutti gli strumenti, è un abile sperimentatore e si diverte a confrontarsi con stili e generi disparati pur filtrando le diverse ispirazioni attraverso la sua mente aperta, forse in parte dono di natura ma sicuramente forgiata soprattutto dalla sua vera e propria vita “da film” – di cui ci svelerà qualcosa in questa intervista – che lo ha portato a viaggiare per il mondo incontrando e spesso collaborando con artisti immensi, da Sean Lennon e Yoko Ono ad Allen Ginsberg, da Alterisio Paoletti a Jovanotti e all’attore e poeta Remo Remotti, ma la lista completa sarebbe lunghissima. Per la Soleluna di Jovanotti, Yari ha inciso nel 2004 il primo album ufficiale, Yari & The undercover monks, anticipato dal singolo “Pezzo” in featuring proprio con Remotti. Nelle quattordici tracce di questo disco si ripropone e anzi si enfatizza ancora di più l’attitudine dell’artista a viaggiare lungo i generi liberamente come fa con i continenti del mondo, cosa che, come ci racconterà, ai discografici piace poco, tanto più che in quest’album neanche la lingua dei testi è unica, alternando brani in inglese e in italiano (questi ultimi firmati da Lorenzo Cherubini). A Yari non piace però mettere le leggi del marketing avanti al suo impeto creativo, per questo, dopo la tiepida accoglienza riservata all’album con la Soleluna, giudicato spesso “incatalogabile” per la sua versatilità di stili, il nostro ha deciso di dedicarsi piuttosto alla carriera di produttore e autore per altri artisti, con infinite collaborazioni e qualche presenza sul palco come turnista, continuando a lavorare con la musica ma più spesso “dietro le quinte”. In realtà, qualche anno dopo la pubblicazione del disco con l’etichetta del Cherubini, l’artista di Cellino San Marco ha inciso e pubblicato Indoor, disco però realizzato su commissione e fatto uscire praticamente in sordina. Un vero peccato non averlo fatto circolare, perché al suo interno – oltre ad un brano dello stesso Yari (“Phone train”, già presente nell’EP “Eye Sea U”) – sono presenti versioni sopraffine di brani scelti all’interno del repertorio di artisti come sempre eterogenei, dai Led Zeppelin a Crosby, Still & Nash, da Bob Marley a Skip James, di cui il nostro ha riscritto completamente gli arrangiamenti impreziosendole e portandone alla luce aspetti intimi e inconsueti. Poi ci fu il silenzio, almeno per quanto riguarda le sue produzioni personali, fino a quest’anno, quando, grazie all’incontro con l’altrettanto eclettica e talentuosa artista italo-finlandese Thea Crudi, il “figlio d’arte” ha finalmente deciso di rimettersi in gioco con un nuovo ambizioso progetto artistico che fonde musica indiana, cantautorato, spiritualità e mantra e che i due artisti stanno già portando in giro sui palchi.

Ma andiamo per ordine, Yari. Prima di giungere a questo progetto con Thea Crudi hai avuto una lunga e direi decisamente “avventurosa” formazione artistica e umana al tempo stesso. Vuoi parlarcene un po’?
Ho imparato a suonare da bambino ma è stato verso i 14 anni, quando ero in collegio in Svizzera, che ho fatto le prime esperienze importanti. In Svizzera ho incontrato tanta gente stupenda, tra cui Sean Lennon, il figlio di John Lennon. Con lui abbiamo messo su una band che è andata avanti per qualche anno, finché sono rimasto lì. Facevamo le prove in un bunker antiatomico, il primo pezzo suonato con la band era “Little Wing” di Jimi Hendrix. A 13 anni Sean era già un artista completo, suonava Hendrix perfettamente ed era sciolto sul palco come lo è mio padre. Dopo ci siamo divisi per un po’ perché io sono andato a studiare alla Berklee a Boston, dove ho studiato canto e antropologia musicale. Mi ha sempre affascinato molto il movimento dei suoni, degli strumenti e degli stili che girando per il mondo si influenzano e si contaminano tra di loro. Quando poi mi sono trasferito a New York mi sono ricongiunto con la mia band iniziale, che ormai era anche il gruppo di Yoko Ono, i Cibo Matto. Abitavo insieme ad alcuni elementi della band e il nostro appartamento era proprio di fronte a quello di Allen Ginsberg, c’era solo un ascensore nel mezzo e le nostre porte erano sempre aperte, infatti ogni tanto i suoi amici entravano da noi e si fermavano per un po’. La casa era un continuo viavai di artisti, poeti, musicisti… Facevamo jam session dalla mattina alla sera e contemporaneamente scrivevamo, componevamo pezzi, facevamo arte a 360°. Lì ho imparato a suonare tutti gli strumenti, perché ce li scambiavamo e poi ognuno era paziente con l’altro finché non si faceva abbastanza pratica. Così ci siamo esercitati tantissimo un po’ con tutti gli strumenti.

E non avete pensato ad incidere un disco insieme?
Sì, ci stavamo lavorando, ma ad un certo punto, a Natale del 1998, ho iniziato a sognare l’11 settembre!

Davvero?! Un sogno premonitore?
Guarda, non lo so, fatto sta che ho fatto questo sogno per cinque notti di fila, poi il sesto giorno ho capito che non potevo più restare lì. In realtà nel mio sogno l’episodio non succedeva alle torri gemelle ma dietro l’Empire State Building. In pratica vedevo un’esplosione in Central Park, una mini bomba atomica, diciamo così, proprio dietro l’Empire State Building, che di conseguenza esplodeva a tre quarti dell’edificio, in maniera simile alle immagini che conosciamo delle torri dell’11 settembre. Ho pensato fosse un segno e quindi ho liquidato tutto e sono tornato in Italia. Volevo iniziare una vita nuova. Poi però non sono tornato subito stabilmente in Italia perché il giorno del mio compleanno, giorno in cui dicono che gli angeli custodi ti siano più vicini, ero su internet e ho scoperto un villaggio di nome Yari nell’ovest del Nepal, quindi, dato che prima di iniziare la nuova vita volevo andare in un posto a meditare per capire che cosa dovevo fare davvero del mio futuro, ho pensato che quello fosse il posto perfetto. Volevo starci per un mese o un mese e mezzo e poi tornare, ma le cose sono andate diversamente…

Racconta…
Arrivando in Nepal ho scoperto che purtroppo in quel villaggio non ci potevo andare perché c’erano i maoisti che stavano facendo rivolte proprio in quella zona. Il villaggio però era sul sentiero per il monte Kailash, in Tibet, che per i buddisti è il centro dell’universo mentre per gli indù è la casa di Shiva, dea della trasformazione consapevole e positiva. Lì tra l’altro è nato suo figlio Ganesh, l’essere di luce con la testa di elefante che ti libera da tutte le barriere, quindi è un posto specialissimo. Andare lì e fare il giro della montagna purifica una tua vita passata. Chi riesce a fare 108 giri raggiunge direttamente il Nirvana. Insomma, pur non riuscendo a raggiungere Yari sono riuscito comunque a liberarmi e riflettere su quello che volevo fare.

Quindi è stata quella l’occasione in cui ti sei avvicinato ad un certo tipo di spiritualità, che poi è una componente fondamentale anche del tuo nuovo progetto artistico con Thea?
All’epoca più che altro stavo cominciando a rendermi conto che siamo circondati da “convergenze”, da particolari situazioni karmiche che ci lanciano continuamente dei segni. Ad esempio una volta Yoko portò me e Sean nel suo appartamento a Ginevra, dove c’era una copia di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” su cui abbiamo visto che la testa di mio nonno Tyrone è proprio dietro la testa di John, come un’aureola. Succedono cose di questo tipo durante tutta la vita e perciò ho iniziato a connettere i punti un po’ come quando guardi il cielo e cominci a mettere insieme i vari segni. Così in occasione di quel viaggio mi si è aperto un mondo. Quando sono partito non ero preparato alla situazione: sono arrivato a Lhasa e ho scoperto che non c’era alcun modo per ritirare soldi. Non esistevano carte di credito, bancomat né western union. Avevo solo 100 dollari in tasca e con quelli ho affrontato tutto il viaggio per un mese e mezzo, praticamente senza mangiare, bevendo poca acqua, quella dei ruscelli, e non avevo neanche i vestiti adatti. In queste condizioni mi sono fatto tutto il giro del Kailash ma posso dire che è stato davvero un momento epico della mia vita, un’esperienza che mi ha cambiato completamente. Successivamente sono poi tornato a Katmandu e ho iniziato a fare a zigzag per tutto l’antico mondo indù. Ho girato praticamente tutta l’India per quasi un anno, anche perché negli anni 90 la vita lì costava pochissimo quindi sono riuscito ad andare avanti con pochissimi soldi, giusto l’occorrente per viaggiare, dormire, mangiare una cosa e via. Dormivo ovunque, nelle stazioni, nei templi, girando l’India palmo per palmo, andando soprattutto in tutti i posti considerati più spirituali. Per un periodo, anche quando rientravo in Italia, avevo sempre l’obiettivo di ritornare in India, quindi facevo dei lavori, mettevo da parte dei soldi e poi partivo per l’India e ci restavo finché non finivo i soldi, dedicandomi intanto a studiare tutta la loro musica: la loro musicalità è veramente di un’apertura incredibile. Una volta, poi, proprio tornando in Italia dopo uno di questi viaggi, ho incontrato Alessandro Vanara in aeroporto. Da lì è nata l’idea di incidere un disco insieme.

Con Vanara hai inciso “Eye Sea U”, il tuo primo EP, giusto?
Sì, esatto. Alessandro l’avevo conosciuto tanto tempo prima. È un fonico bravissimo, un vero scienziato del suono. In quel periodo abbiamo registrato tantissima musica ma poi alla fine nel disco ho deciso di mettere solo canzoni un po’ più “rock”, perché abbiamo fatto molta roba più sperimentale per la quale sarebbe servita la situazione giusta e non mi sembrava ancora il momento adatto per presentarla.

La sperimentazione in un certo senso non manca neanche in questo EP, tanto è vero che in sei canzoni ti sei confrontato praticamente con altrettanti generi musicali. Nella title-track, poi, su elementi pop hai inserito influenze di musica celtica e soprattutto di pizzica salentina: è una dimostrazione del fatto che, pur avendo viaggiato tanto, sei comunque molto legato alla musica della tua terra?
Sì, infatti. Di quel brano c’è una versione un po’ più pop e l’altra invece che mette più in evidenza la pizzica salentina e la musica irlandese. La pizzica originale è più lenta, è terzinata ma lenta, mentre fondendola con gli elementi celtici l’ho velocizzata un po’. In questo modo ho realizzato un mix tra la musica delle mie due terre, non solo il Salento, perché mio nonno Tyrone non era il primo Tyrone Power della dinastia bensì questo nome gira fin dal 1700 e ha rappresentato una lunga tradizione di attori shakespeariani di origine irlandese.

È per questo che ti viene così naturale fondere nei tuoi dischi influenze tanto diverse tra loro?
La musica è l’effetto dell’ambiente in cui uno vive. Già solo qui in Salento soffiano vari venti: quando soffia quello del sud a noi arriva la musica africana con i suoi ritmi, i suoi cori, il suo blues, e la musica arabesca; quando c’è la tramontana le nostre persiane iniziano a sbattere in 7/8 dei Balcani. Poi il porto di Brindisi è stato una via di passaggio importantissima e quindi ci sono arrivate un sacco di influenze e musicalità diverse, senza contare che come territorio siamo stati invasi praticamente da tutti, mescolando così le nostre tradizioni con quelle altrui. Penso ad esempio agli spagnoli e al loro flamenco che, tra l’altro, deriva dai gitani partiti dall’India. C’è una musicalità infinita in questa terra e la senti nell’aria, per cui, oltre ai miei viaggi e alle esperienze varie, credo che sia questa la ragione per cui trovo limitante e ho difficoltà a riconoscermi in un solo genere.

Già in passato, in tal proposito, hai parlato del fatto che la sperimentazione di vari tipi di scrittura e d’espressione non sempre viene compresa o più che altro accettata dalle label. Ritieni che questo possa essere davvero un limite del pubblico o piuttosto sono solo i timori del settore discografico?
Non credo che il pubblico abbia questo limite ma le case discografiche preferiscono che si rimanga in un ambito preciso perché a loro avviso la gente ti deve identificare con uno stile. Visto che, quando si va in fase di registrazione, loro devono investire, come si suol dire, “tempo, energia, denaro”, hanno esigenza di focalizzare la cosa per poterla poi commercializzare, quindi in realtà quando si arriva alla fase di commercializzazione di un prodotto musicale bisogna essere un po’ più mirati anche se il pubblico è aperto ad ascoltare cose più varie. Io non mi ci ritrovo troppo in questo principio, non mi piace limitarmi a dover scrivere e produrre solo un certo tipo di cose se in quel momento ho bisogno di fare altro, ma proprio perché funziona così ad un certo punto ho lasciato perdere il mercato discografico in generale e ho iniziato a fare altro, anche perché non mi bastava più il pezzo da tre minuti e mezzo radiofonico, la mia curiosità musicale andava oltre.

Tendenzialmente i tuoi brani, qualcuno più apertamente e qualcuno meno, hanno tutti una forte impronta psichedelica e talvolta ipnotica. Si ritroveranno questi aspetti anche nel progetto che stai portando avanti con Thea?
Adesso più che mai sono tornato alle origini, ad ogni modo penso di sì, visto che con Thea stiamo facendo principalmente i mantra. Abbiamo iniziato le registrazioni del disco, intanto stiamo facendo alcuni concerti in cui proponiamo soprattutto i mantra indiani ed è molto liberatorio perché si esprimono concetti universali in maniera molto semplice ed è una cosa che eleva lo spirito, è bella e fa bene, tanto è vero che la gente sta apprezzando: si rilassa, balla e ne esce fuori estasiata, anche perché non tutti sono abituati ai mantra e all’effetto che possono avere sulla nostra mente.

Come è nata questa sinergia artistica con Thea?
Io e Thea ci siamo praticamente appena conosciuti. Ad un occhio distratto può sembrare che ci siamo conosciuti per caso ma noi abbiamo subito riconosciuto il disegno cosmico. Il 24 giugno 2020. Io ho ideato il programma “Pellegrinaggi”, di cui a settembre gireremo la puntata pilota, e stavo cercando professionisti con cui realizzarlo. Thea l’ho trovata su internet, cercando probabilmente qualcosa come “musica e filosofia indiana” o qualcosa del genere. Quando ho cominciato a vedere quello che faceva mi ha davvero impressionato per la sua cultura e per come sa spiegare l’antica filosofia indiana in maniera precisa e accessibile a tutti. Durante il lockdown, tutte le sere faceva un’ora di diretta spiegando l’antica filosofia indiana con una grande ricchezza di linguaggio e musica propria, incorniciata dalla sua bellezza pura e naturale che la contraddistingue, e per questo ho pensato che sarebbe stata perfetta per il mio programma, sia per fare i seminari che per presentarlo. L’occasione per incontrarci è stata durante un suo concerto qui in Puglia. Sono andato a trovarla con mia madre e ho scoperto – un altro segno – che anche lei stava cercando noi, perché un suo amico, lo scrittore Giorgio Cerquetti, le aveva detto che la sua ricerca e il suo lavoro avrebbero potuto esser supportati da mia madre, con cui ci sono forti affinità di pensiero, e quindi le consigliò di cercarci una volta venuta qui in Puglia. Lei però non sapeva come trovarci e tutt’ad un tratto siamo stati noi a trovare lei, così, senza appuntamento.

La vostra esibizione a fine luglio, durante l’Ischia Global Fest, è stata quindi la prima scintilla di questo vostro progetto?
Sì, si può dire che praticamente ci siamo conosciuti sul palco, perché siamo andati direttamente lì, con i nostri strumenti, e tutto è venuto fuori in maniera naturale. Lei canta divinamente, suona divinamente l’harmonium ed è un’enciclopedia dei mantra indiani, conosce anche benissimo il jazz ma da anni ormai si dedica solo ai mantra. C’è un documentario su Thelonius Monk in cui si vede lui girare intorno a se stesso, ecco: io vedo un po’ il jazz come uno che gira intorno a se stesso mentre il mantra lo vedo un po’ come volare, come liberazione, come un’aquila himalayana in volo. Dopo il concerto ad Ischia abbiamo fatto poi un sacco di eventi. Ormai a causa del COVID si organizzano serate all’ultimo minuto e per noi ne stanno nascendo una dietro l’altra. Che poi è anche più bello così, mi piace tantissimo questa cosa, queste evoluzioni libere e inaspettate, anche perché le nostre performance sono facili da portare in giro, visto che siamo solo in due, la musica è accessibile e gli strumenti sono acustici quindi non richiedono grandi risorse tecniche ed è tutto facile da trasportare.

Prima parlavi delle registrazioni del disco. Si sa già quando uscirà?
Per ora abbiamo deciso il titolo, “Peace, Love, Meditation”, ma ci metteremo un po’ per pubblicarlo perché ci stiamo ancora lavorando. Ci saranno soprattutto delle cover, che stiamo provando e testando sul palco per vedere come risponde il pubblico durante i concerti, intanto cerchiamo di capire il tipo di arrangiamento. Comunque se vuoi te lo spiega meglio Thea.

Volentieri. Ciao Thea, insomma qual è l’obiettivo che vi siete prefissati tu e Yari con questo bel progetto?
T: Prima di tutto vogliamo far arrivare un messaggio spirituale attraverso delle canzoni che hanno fatto la storia di un momento molto particolare del pianeta terra, un momento in cui tanti giovani hanno avuto dei grandi risvegli di coscienza collettivi e in massa sono partiti per l’India. Oggi gli adulti conoscono benissimo queste canzoni ma i giovani no, noi invece crediamo che adesso più che mai, con questa storia del COVID che non si sa quando finirà, le persone di tutte le età abbiano bisogno di risvegliare la propria coscienza, andando ben oltre la loro cultura di appartenenza, la razza, la religione e tutte queste barriere che gli uomini ottusi hanno creato. La realtà è che siamo spiriti e quindi in questo momento storico più che mai c’è bisogno di risposte, di ispirazioni che aiutino i giovani a riprendere coscienza del proprio grande potere che va al di là della foto su Instagram o del numero dei followers e che è il potere spirituale, il potere mentale che ognuno di noi ha. Ci sono tante canzoni, sia in italiano che in inglese, che in qualche modo hanno ispirato i giovani degli anni 60/70, ma anche nei tempi successivi, e che erano tutte sulla stessa linea di “pace, amore e meditazione”, come il titolo del nostro disco. Io e Yari abbiamo deciso di riprendere alcune di queste canzoni e rifarle con un vestito più attuale per far conoscere questi brani alle nuove generazioni ma anche farli riapprezzare e riscoprire da coloro i quali li conoscevano già. Vorremmo ispirare chi ci ascolta a diventare “entronauta”, ovvero a viaggiare dentro se stesso, dato che adesso viaggiare nel mondo non è più facile come prima. Proprio in un momento come questo inizia il viaggio più grande, il viaggio dentro te stesso. Questo è il messaggio che ci interessa dare perché ognuno di noi, al di là del COVID, vive in un corpo a termine, invece lo spirito dopo la morte continua; per questa ragione prima lo spirito incarnato si risveglia e prima può vivere meglio questa esperienza umana che è caratterizzata da un continuo cambiamento. Se qualcuno si identifica troppo in questo corpo fisico soffre inutilmente, invece se si tende alla spiritualità riscoprendo la nostra vera natura di esseri spirituali che stanno facendo semplicemente un’esperienza su questo pianeta terra, allora il viaggio diventa molto più piacevole e lo viviamo come un’esplorazione, come fossimo dei viaggiatori, ma viaggiatori cosmici, viaggiatori spirituali, viaggiatori che stanno semplicemente visitando un pianeta. Questo ci interessa fare con questo cd e con il libro che lo accompagna, che sarà un percorso nella storia di queste canzoni attraverso le quali si cerca di ispirare più persone ad avvicinarsi alla spiritualità ovvero alla libertà di essere se stessi. La spiritualità infatti non è res ligo, ovvero “ciò che lega”, ma è libertà di essere se stessi. Per essere te stesso però ovviamente devi conoscerti perché la spiritualità non ha etichette e si manifesta in modo individuale in ognuno di noi. Il messaggio finale è quindi conosci te stesso.

Potete già accennarci i nomi di qualcuno degli artisti che reinterpretate nel disco?
Y: Ci saranno Battisti-Mogol, John Lennon, George Harrison, Franco Battiato…ci sono molti brani che meritano davvero. Poi ci sono comunque anche pezzi nostri.

T: Per adesso è un work in progress ed essendo un progetto un po’ particolare, con le finalità che ti spiegavo prima, conterrà soprattutto pezzi di altri, a cui comunque aggiungeremo almeno un brano nostro. Nel frattempo stiamo lavorando anche su altri brani che andranno a comporre poi altre opere. Diciamo che questo è solo l’inizio, un “humble beginning”, un umile inizio, ma faremo poi altri cd interamente con i brani nostri.

Mi sembra di capire che avete quindi già parecchio materiale.
Y: Sì perché un po’ tutti e due abbiamo scritto canzoni in India e quindi, dato che sono rimaste ancora nel cassetto, abbiamo pensato che questo è momento buono per tirarle fuori. L’inedito che inseriremo alla fine di questo disco avrà lo scopo di dare intanto un’idea della nostra composizione e di quello che abbiamo passato noi, seguendo sempre la scia dei grandi artisti che ci hanno indicato la strada.

Il libro invece è scritto sempre da voi due?
T: È scritto da noi due ma anche da alcuni amici, come Giorgio Cerquetti, spirito libero e scrittore, che è l’amico di cui parlava prima Yari, quello che ci ha aiutato a incontrarci perché aveva avuto questa visione di me che dovevo assolutamente incontrare Romina Power; e poi ci saranno anche dei contributi di scrittori esperti nella scrittura sulla musica dal punto di vista storico, critici musicali, musicologi...

Splendido! Non vediamo davvero l’ora di poter mettere le mani su questo lavoro, intanto grazie mille per la bella chiacchierata.
Grazie a te. A presto!

In attesa della pubblicazione di questo lavoro potete aggiornarvi sui prossimi eventi live di Yari & Thea tramite i loro profili IG (@yaripower e @thea.mantra) o sul sito ufficiale di Thea https://www.theacrudi.com.

 

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