Moleskin

“Penelope”:
un titolo evocativo che ben si adagia sulla bella copertina del vostro disco.
Quali fra le caratteristiche della virtuosa sposa di Ulisse sono vicine al
vostro ultimo lavoro?
Marco: Banalmente,
le più note: la fedeltà, l’abnegazione, la pazienza, la capacità di creare, di
distruggere, la forza della speranza e dell’illusione. Tutte queste
caratteristiche possono essere riscontrate nel nostro lavoro e, attualmente, in
noi stessi.
Matteo: In fase di creazione, tutte le
qualità elencate da Marco sono state preziose, e l’averle sperimentate
direttamente e faticosamente le ha per noi tratte fuori dal territorio della
banalità, spesso definito solo dalla mancanza di semplicità di chi usa questa
categoria. In fase “post-uscita”, come era ampiamente
previsto, il nostro lavoro, anche rimanendo nel piccolo mondo dei pochi
che ascoltano musica indipendente, “non è visibile”, il che oggi equivale a
dire, anche se ci sarebbe parecchio da discutere, che "non esiste".
Eppure, quella dimensione "non esistente" è il centro attorno al
quale le nostre vite girano, è il perno di tutto il resto. In maniera analoga, “Penelope”
è il vuoto che genera, è il punto silenzioso e immobile attorno al quale tutto
il resto della storia si muove e di cui Ulisse è satellite: tutti i suoi viaggi
e le sue azioni girano attorno ad esso, e la forza centrifuga della sua
(presuntuosa?) volontà di «seguir virtute e canoscenza» si mette in moto, senza
che l’eroe si perda, solo grazie all’altra forza, quella centripeta che infine
lo riporta a "quel" punto vuoto dove "non succede niente". Insomma,
mi sento ancora molto attratto da Penelope, per fortuna.
Tra “Moleskin”
(2003) e “Penelope” (2008) c'è un periodo di tempo piuttosto
lungo: quasi cinque anni. Quante cose cambiano, quanti atteggiamenti, quante
tensioni e quante nuove influenze possono affiorare in così tanti mesi. In cosa
si differenziano musicalmente e liricamente i due album? In cosa vi sentite
cambiati come gruppo?
Marco: Il pericolo maggiore che si corre, nell’elaborare un lavoro
in un lasso di tempo così ampio, è proprio quello di sentirsi distanti da
alcune componenti del lavoro stesso. La nostra fortuna, comunque, è quella di
saper valutare con attenzione ogni singolo aspetto del lavoro ivi compresa la
coerenza stilistica; conseguentemente, le idee più lontane nel tempo sono state
rimodellate “in fieri” alla luce di nuove scoperte, influenze e contaminazioni
conferendo così omogeneità e coesione al lavoro.
Matteo: Siamo, semplicemente e tutt'altro che semplicemente,
cinque anni più vecchi, e per fortuna nel percorso fatto in questi anni insieme
abbiamo pian piano cominciato a
liberarci di alcune delle tensioni, delle ansie di riconoscimento e
delle difficoltà di comunicazione che forse chiunque si trova a dover
affrontare. Forse è finito il periodo
in cui l’essere gruppo era soprattutto una palestra dove “farsi” come uomini, e
questo secondo me ci sta permettendo di concentrarci molto di più su quello che
è davvero importante, cioè la musica che facciamo. Nella
lavorazione di “Penelope” tutto questo è avvenuto, lentamente, e si è riflesso
nella volontà e nel coraggio di cominciare a rompere certe abitudini di
scrittura, certi stilemi che in certi casi erano diventate inutili
autoprotezioni. In più di un episodio il brano si rompe, per fare spazio, per
lasciare margine a qualcosa che non sappiamo bene: è lì che si tratta di andare
a cercare, ed è lì che forse si sta indirizzando il nostro percorso in questo
momento
I testi di Penelope sono molto particolari,
mai banali, ed è possibile incontrare temi che ricorrono:ad esempio, i colori («un impatto viola», «pareti color ghiaccio»). Da che cosa nascono queste immagini?
Marco: Tutto nasce dall’inevitabilità dell’osservazione. I colori
non sono altro che diverse manifestazioni di uno steso fenomeno, ovvero la
riflessione della luce. Ogni colore si differenzia da un altro in base alle
diverse lunghezze d’onda percepite dalla retina, così il cervello viene
modificato in base ai colori che percepisce dando luogo a riflessioni visive
che, con un po’ di fortuna, si trasformano in parole.
Matteo: L’elemento della luce ha assunto per noi, nel fare questo
disco, diverse valenze, e a più livelli: una di queste, ne abbiamo parlato più
volte, è sicuramente quella di una dimensione tanto irraggiungibile quanto
inevitabilmente obiettivo di raggiungimento; la luce come luogo di verità, e in
quanto tale elemento determinante al cui confronto non ci si può sottrarre. In
questo senso l’elemento della luce è anche quello che mette in moto e che
ingenera le dinamiche, del disco e non solo: la copertina secondo me esprime
bene questa compresenza di staticità apparente e movimento che “sta per farsi”. Non posso fare a meno, ogni volta che la guardo, di
chiedermi chi è la bambina, cosa si sta chiedendo di fronte alla luce, se ne è
spaventata ed è pronta alla fuga o se si appresta a cedere alla tentazione di
spogliarsi del salvagente e gettarsi in mare per raggiungere quella strana
palla di fuoco. Ho nel cassetto almeno tremila domande su quella foto, e se le
incrociamo insieme alle interpretazioni degli altri Moleskin si moltiplicano a
dismisura. Forse questo è il segno che la copertina è azzeccata.
Alcune liriche di Penelope descrivono - evocano - grazie a versi
intensi forte fisicità, come se le parole cantate si trasformassero in
sensazioni in grado di investire, supportate dalla musica, chi ascolta l'album.
C'è una forte componente intellettuale nei testi, ma allo stesso tempo,
l'emotività riesce (felicemente) a coesistere. In che misura queste due
componenti sono coinvolte in fase di scrittura?
Marco: A mio parere la formazione
personale, culturale ed intellettiva è un dovere per chi si cimenta nell’arte
della scrittura; ogni forma di espressione necessita di una adeguata educazione
nel campo stesso in cui pretende di manifestarsi. L’emotività, invece, è
semplicemente una conseguenza del respiro; non si può pretendere d’essere vivi
senza decidere liberamente di abbandonarsi alle emozioni.
Matteo: Lo “sforzo” intellettuale lo
interpreto nel senso di esercizio di conoscenza, desiderio di comprensione,
palestra di umiltà: in questi sensi, e in parecchi altri, è un dovere di chiunque,
non solo di chi scrive canzoni. Se sincero e onesto non fa altro che alimentare
l’emozione, la fa crescere. Poi si può esprimere in mille modi, anche con il
testo meno ricercato del mondo, anzi, spesso non ci si accorge di quanto certi
testi pieni di parole inusuali siano il frutto di un’estrema inattività
cerebrale. Tutto va bene, ripeto, purché sia emozionato, onesto e frutto del
desiderio puro: so per certo che la scrittura di Marco soddisfa tutti e tre i requisiti, e questo mi basta.
La produzione artistica di questo disco ha
coinvolto anche Paolo Benvegnù che ha partecipato all'album anche in veste di
musicista. Che apporto ha dato al vostro percorso musicale?
Marco: A tratti fondamentale, essendo riuscito tramite la sua
personalità, la sua formazione artistica e la sua forza a sciogliere nodi che
autonomamente non saremmo mai riusciti a districare. In altri frangenti si è
limitato a svolgere una funzione di supporto a distanza, comunque
preziosissima. Un’altra persona che citerei, perché fondamentale quanto Paolo nella realizzazione
di “Penelope”, è Michele “Parola”
Pazzaglia; la sua presenza è stata, oltre
che tecnicamente indispensabile, artisticamente volitiva ed in taluni casi
illuminante.
Matteo: D’accordissimo, aggiungerei solo che in tema di apporti
importanti, non possiamo non “annunciare” l’arrivo del “sesto molesto”: Ciro Fiorucci, un musicista, anzi di
più, una persona semplicemente enorme, con cui
abbiamo trovato subito un’intesa miracolosa sia nel proporre dal vivo “Penelope”, sia nel cominciare a
scrivere cose nuove.
La vostra casa discografica, Micropop, è
stata fondata nel 2007 ed ha una linea editoriale ben precisa. Quali i percorsi
che vi hanno portato a questo realtà? Quali le affinità con i vostri obiettivi
e valori?
Matteo: Tony Vivona ci aveva contattati per realizzare, nello
studio nostro e di Michele Pazzaglia, il Freego!, il mix di un altro disco Micropop, “Nuvole di
passaggio” degli Jokifocu. Lui si
ricordava del nostro disco precedente, e una volta lì ha sentito le sessioni di
registrazione di “Penelope” e ci ha chiesto se eravamo liberi: al che io ho chiamato
la Universal per disdire tutto e siamo usciti con lui. A parte gli scherzi,
devo dire che di Tony ho apprezzato da
subito la concretezza e la passione con cui ha affrontato l’avventura Micropop,
e il coraggio nello scegliere una linea di predilezione per le liriche in
italiano. Mi auguro davvero che nonostante le difficoltà che ogni etichetta
incontra in questo periodo si riesca a trovare il modo migliore per proseguire
il percorso insieme.
Un disco, un film e un libro vicini alla
poetica dei Moleskin. Che cosa consigliereste ai nostri lettori per avvicinarsi
anche in questo modo al vostro universo?
Marco: “Le Cosmicomiche” di Italo Calvino, “Al di là dei sogni” di Vincent Ward e “Armstrong” degli
Scisma, il miglior album italiano mai uscito.
Matteo:”Il grande
mondo laggiù” di Ray Bradbury, “Brazil”
di Terry
Gilliam, “Poste e Telegrafi” di Alessandro “Asso”
Stefana.
Un disco pubblicato
da poco, alcune date in giro per l'Italia... e ora?
Matteo: Probabilmente faremo uscire entro poche settimane un ep
digitale da distribuire gratuitamente, contenente un paio di pezzi del disco
vecchio che ci siamo divertiti a risuonare qualche tempo fa in studio, un video
di un brano tratto da Penelope e se
possibile qualche altra “sorpresina”... più che un tentativo di ridare spinta
commerciale a Penelope
(l’espressione mi fa piuttosto ridere), si tratta di una cosa fatta per il
piacere di farla, e per sperimentare la nuova organizzazione dello studio, che
probabilmente ci permetterà di farci vivi senza aspettare altri cinque anni.