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Moleskin

Dedizione e luce

I Moleskin hanno pubblicato da pochi mesi Penelope, un disco originale e raffinato, frutto di quasi cinque anni di preparazione. Intervistiamo Marco Mencarelli, cantante e autore dei testi, e Matteo Bianchini, bassista e molto altro, alla scoperta delle influenze, dei riferimenti culturali e, più in generale, dell'universo sonoro e lirico della band umbra.


Penelope: un titolo evocativo che ben si adagia sulla bella copertina del vostro disco. Quali fra le caratteristiche della virtuosa sposa di Ulisse sono vicine al vostro ultimo lavoro?
Marco:
Banalmente, le più note: la fedeltà, l’abnegazione, la pazienza, la capacità di creare, di distruggere, la forza della speranza e dell’illusione. Tutte queste caratteristiche possono essere riscontrate nel nostro lavoro e, attualmente, in noi stessi.
Matteo
: In fase di creazione, tutte le qualità elencate da Marco sono state preziose, e l’averle sperimentate direttamente e faticosamente le ha per noi tratte fuori dal territorio della banalità, spesso definito solo dalla mancanza di semplicità di chi usa questa categoria. In fase “post-uscita”, come era ampiamente previsto, il nostro lavoro, anche rimanendo nel piccolo mondo dei pochi che ascoltano musica indipendente, “non è visibile”, il che oggi equivale a dire, anche se ci sarebbe parecchio da discutere, che "non esiste". Eppure, quella dimensione "non esistente" è il centro attorno al quale le nostre vite girano, è il perno di tutto il resto. In maniera analoga, “Penelope” è il vuoto che genera, è il punto silenzioso e immobile attorno al quale tutto il resto della storia si muove e di cui Ulisse è satellite: tutti i suoi viaggi e le sue azioni girano attorno ad esso, e la forza centrifuga della sua (presuntuosa?) volontà di «seguir virtute e canoscenza» si mette in moto, senza che l’eroe si perda, solo grazie all’altra forza, quella centripeta che infine lo riporta a "quel" punto vuoto dove "non succede niente". Insomma, mi sento ancora molto attratto da Penelope, per fortuna.

Tra Moleskin (2003) e Penelope (2008) c'è un periodo di tempo piuttosto lungo: quasi cinque anni. Quante cose cambiano, quanti atteggiamenti, quante tensioni e quante nuove influenze possono affiorare in così tanti mesi. In cosa si differenziano musicalmente e liricamente i due album? In cosa vi sentite cambiati come gruppo?
Marco:
Il pericolo maggiore che si corre, nell’elaborare un lavoro in un lasso di tempo così ampio, è proprio quello di sentirsi distanti da alcune componenti del lavoro stesso. La nostra fortuna, comunque, è quella di saper valutare con attenzione ogni singolo aspetto del lavoro ivi compresa la coerenza stilistica; conseguentemente, le idee più lontane nel tempo sono state rimodellate “in fieri” alla luce di nuove scoperte, influenze e contaminazioni conferendo così omogeneità e coesione al lavoro.
Matteo
: Siamo, semplicemente e tutt'altro che semplicemente, cinque anni più vecchi, e per fortuna nel percorso fatto in questi anni insieme abbiamo pian piano cominciato a  liberarci di alcune delle tensioni, delle ansie di riconoscimento e delle difficoltà di comunicazione che forse chiunque si trova a dover affrontare. Forse è finito il periodo in cui l’essere gruppo era soprattutto una palestra dove “farsi” come uomini, e questo secondo me ci sta permettendo di concentrarci molto di più su quello che è davvero importante, cioè la musica che facciamo. Nella lavorazione di “Penelope” tutto questo è avvenuto, lentamente, e si è riflesso nella volontà e nel coraggio di cominciare a rompere certe abitudini di scrittura, certi stilemi che in certi casi erano diventate inutili autoprotezioni. In più di un episodio il brano si rompe, per fare spazio, per lasciare margine a qualcosa che non sappiamo bene: è lì che si tratta di andare a cercare, ed è lì che forse si sta indirizzando il nostro percorso in questo momento

I testi di Penelope sono molto particolari, mai banali, ed è possibile incontrare temi che ricorrono:ad esempio, i colori (
«un impatto viola», «pareti color ghiaccio»). Da che cosa nascono queste immagini?
Marco:
Tutto nasce dall’inevitabilità dell’osservazione. I colori non sono altro che diverse manifestazioni di uno steso fenomeno, ovvero la riflessione della luce. Ogni colore si differenzia da un altro in base alle diverse lunghezze d’onda percepite dalla retina, così il cervello viene modificato in base ai colori che percepisce dando luogo a riflessioni visive che, con un po’ di fortuna, si trasformano in parole.
Matteo:
L’elemento della luce ha assunto per noi, nel fare questo disco, diverse valenze, e a più livelli: una di queste, ne abbiamo parlato più volte, è sicuramente quella di una dimensione tanto irraggiungibile quanto inevitabilmente obiettivo di raggiungimento; la luce come luogo di verità, e in quanto tale elemento determinante al cui confronto non ci si può sottrarre. In questo senso l’elemento della luce è anche quello che mette in moto e che ingenera le dinamiche, del disco e non solo: la copertina secondo me esprime bene questa compresenza di staticità apparente e movimento che “sta per farsi”. Non posso fare a meno, ogni volta che la guardo, di chiedermi chi è la bambina, cosa si sta chiedendo di fronte alla luce, se ne è spaventata ed è pronta alla fuga o se si appresta a cedere alla tentazione di spogliarsi del salvagente e gettarsi in mare per raggiungere quella strana palla di fuoco. Ho nel cassetto almeno tremila domande su quella foto, e se le incrociamo insieme alle interpretazioni degli altri Moleskin si moltiplicano a dismisura. Forse questo è il segno che la copertina è azzeccata.

Alcune liriche di Penelope descrivono - evocano - grazie a versi intensi forte fisicità, come se le parole cantate si trasformassero in sensazioni in grado di investire, supportate dalla musica, chi ascolta l'album. C'è una forte componente intellettuale nei testi, ma allo stesso tempo, l'emotività riesce (felicemente) a coesistere. In che misura queste due componenti sono coinvolte in fase di scrittura?
Marco:
A mio parere la formazione personale, culturale ed intellettiva è un dovere per chi si cimenta nell’arte della scrittura; ogni forma di espressione necessita di una adeguata educazione nel campo stesso in cui pretende di manifestarsi. L’emotività, invece, è semplicemente una conseguenza del respiro; non si può pretendere d’essere vivi senza decidere liberamente di abbandonarsi alle emozioni.
Matteo
: Lo “sforzo” intellettuale lo interpreto nel senso di esercizio di conoscenza, desiderio di comprensione, palestra di umiltà: in questi sensi, e in parecchi altri, è un dovere di chiunque, non solo di chi scrive canzoni. Se sincero e onesto non fa altro che alimentare l’emozione, la fa crescere. Poi si può esprimere in mille modi, anche con il testo meno ricercato del mondo, anzi, spesso non ci si accorge di quanto certi testi pieni di parole inusuali siano il frutto di un’estrema inattività cerebrale. Tutto va bene, ripeto, purché sia emozionato, onesto e frutto del desiderio puro: so per certo che la scrittura di Marco soddisfa tutti e tre i requisiti, e questo mi basta.

La produzione artistica di questo disco ha coinvolto anche Paolo Benvegnù che ha partecipato all'album anche in veste di musicista. Che apporto ha dato al vostro percorso musicale?
Marco:
A tratti fondamentale, essendo riuscito tramite la sua personalità, la sua formazione artistica e la sua forza a sciogliere nodi che autonomamente non saremmo mai riusciti a districare. In altri frangenti si è limitato a svolgere una funzione di supporto a distanza, comunque preziosissima. Un’altra persona che citerei, perché fondamentale quanto Paolo nella realizzazione di “Penelope”, è Michele “Parola” Pazzaglia; la sua presenza è stata, oltre che tecnicamente indispensabile, artisticamente volitiva ed in taluni casi illuminante.
Matteo
: D’accordissimo, aggiungerei solo che in tema di apporti importanti, non possiamo non “annunciare” l’arrivo del “sesto molesto”: Ciro Fiorucci, un musicista, anzi di più, una persona semplicemente enorme, con cui abbiamo trovato subito un’intesa miracolosa sia nel proporre dal vivo “Penelope”, sia nel cominciare a scrivere cose nuove.

La vostra casa discografica, Micropop, è stata fondata nel 2007 ed ha una linea editoriale ben precisa. Quali i percorsi che vi hanno portato a questo realtà? Quali le affinità con i vostri obiettivi e valori?

Matteo
: Tony Vivona ci aveva contattati per realizzare, nello studio nostro e di Michele Pazzaglia, il Freego!, il mix di un altro disco Micropop, “Nuvole di passaggio” degli Jokifocu. Lui si ricordava del nostro disco precedente, e una volta lì ha sentito le sessioni di registrazione di “Penelope” e ci ha chiesto se eravamo liberi: al che io ho chiamato la Universal per disdire tutto e siamo usciti con lui. A parte gli scherzi, devo dire che di Tony ho apprezzato da subito la concretezza e la passione con cui ha affrontato l’avventura Micropop, e il coraggio nello scegliere una linea di predilezione per le liriche in italiano. Mi auguro davvero che nonostante le difficoltà che ogni etichetta incontra in questo periodo si riesca a trovare il modo migliore per proseguire il percorso insieme.

Un disco, un film e un libro vicini alla poetica dei Moleskin. Che cosa consigliereste ai nostri lettori per avvicinarsi anche in questo modo al vostro universo?

Marco
: “Le Cosmicomiche” di Italo Calvino, “Al di là dei sogni” di Vincent Ward e “Armstrong”  degli
Scisma, il miglior album italiano mai uscito.
Matteo
:”Il grande mondo laggiù” di Ray Bradbury, “Brazil” di Terry Gilliam, “Poste e Telegrafi” di Alessandro “Asso” Stefana.

Un disco pubblicato da poco, alcune date in giro per l'Italia...
e ora?
Matteo:
Probabilmente faremo uscire entro poche settimane un ep digitale da distribuire gratuitamente, contenente un paio di pezzi del disco vecchio che ci siamo divertiti a risuonare qualche tempo fa in studio, un video di un brano tratto da Penelope e se possibile qualche altra “sorpresina”... più che un tentativo di ridare spinta commerciale a Penelope (l’espressione mi fa piuttosto ridere), si tratta di una cosa fatta per il piacere di farla, e per sperimentare la nuova organizzazione dello studio, che probabilmente ci permetterà di farci vivi senza aspettare altri cinque anni.



(28/10/2008)

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