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Cristina Donà-Ginevra Di Marco

Volevamo fotografare questo nostro camminare insieme

Abbiamo avuto l’occasione di incontrare e intervistare Ginevra Di Marco e Cristina Donà al temine della prima tappa del loro tour - durante il Lilith Festival di Genova - e il giorno stesso della pubblicazione del loro disco eponimo. Ne è nata una chiacchierata che ha spaziato dal tema dell’amicizia a quello della maternità, dalla voglia di contaminarsi alla difficoltà che oggi sembrano dover affrontare le cantautrici per emergere, in un mondo apparentemente sempre più maschilista.      

Inevitabile partire dall’inizio: al di là dell’amicizia che vi unisce, il vostro percorso artistico è notevolmente differente, come è nato questo progetto, da chi è partita l’idea?
Donà: l’idea a essere sinceri fino in fondo è partita dalla mia amica toscana, perché un giorno di qualche anno fa mi ha scritto una bellissima e commovente mail in cui ha fotografato un momento di questo percorso comune e il desiderio di trovare un modo per fermarlo nel tempo e unire queste due energie che hanno viaggiato in parallelo e che spesso si sono incontrate a partire dal 1999 con il tributo a Robert Wyatt. Ma anche durante il periodo con i C.S.I e i P.G.R.capitava di incontrarci spesso ai concerti. Per me è stato fondamentale, in questo legame, il progetto che Ginevra porta avanti con Francesco Magnelli che è “Stazioni lunari” dove sono stata spesso coinvolta e dove ho potuto conoscere il repertorio e il nuovo viaggio che stava percorrendo Ginevra rispetto alla musica tradizionale ed etnica. “Stazioni lunari” è bello, perché ti fa incontrare tanti artisti, l’idea è unire voci che hanno esperienze musicali diverse: si sta sul palco sempre, si canta ciò che si vuole e si può intervenire anche quando suona qualcun altro. Nel condividere i nostri repertori ci siamo rese conto di quanto fosse bello questo stare insieme in musica. E poi ci sono tante cose che hanno segnato alcune tappe della nostra vita privata che ci sono accadute in simultanea, cose che sembrano coincidenze ma che poi in realtà non lo sono…

Quelle che Jung chiamava sincronicità…
Donà: Esattamente, è proprio quello.
Di Marco: Cristina ha fotografato bene le intenzioni che sono nate da un rapporto ventennale. Anche portando avanti un percorso molto diverso, ci siamo poi sempre riconosciute nell’approccio alla musica e nella sensibilità comune. Insomma era il momento, perché poi il tempo te lo devi prendere, come quando aspetti il momento giusto per fare un figlio e sembra che non ci sia mai, ma invece sei tu che devi acchiappare quel momento.

Spesso chi si occupa di musica tende un po’ a voler etichettare o schematizzare, per cui tu Cristina sei rock, mentre tu Ginevra sei il versante popolare. Poi vi si vede sul palco e questi schemi saltano…
Donà: Ma sai, alle volte gli schemi ce li facciamo anche noi stessi. Io negli anni ho lasciato degli schemi per entrare in altri, per poi distruggerli di nuovo. Ci tenevo all’inizio ad uscire di più come autrice, adesso quello che mi interessa è una ricerca che abbraccia anche momenti diversi. In realtà anche io nasco come interprete, d’altronde all’inizio, quando fai la gavetta, spesso si cantano cover. Devo dire che tutto sommato non è da tanto che ho cominciato a dividere la mia scrittura con altri, a livello musicale con Saverio Lanza e adesso con Ginevra per la parte testuale. Questo è proprio il mio primo disco in cui ho condiviso per intero il mio lavoro. Devo dire che io mi sono sempre lasciata condurre laddove vedevo che c’era una possibilità di ricerca.

A proposito di questo, come è stata la scelta dei brani nella scaletta dei vostri concerti?
Di Marco: L’ha fatta Magnelli, è lui lo scalettofilo della situazione! Abbiamo cercato di fondere questi mondi e di incontrarsi con Cristina, la quale è giunta ad interpretare delle cose che non aveva mai fatto prima, il gioco era quello di intrecciare i nostri repertori, di fondersi all’occorrenza in una voce sola, di esaltarci nelle nostre differenze che pure ci sono. Poi, naturalmente, abbiamo inserito i pezzi nuovi del disco.
Donà: Ci sono anche pezzi che facevamo già in “Stazioni lunari” come In un soffio e Ho sempre me, erano già rodati, venivano bene. Avevamo pensato la scaletta in realtà per i due concerti dello scorso anno, poi si sono aggiunte canzoni nuove, altre sono state tolte. Stiamo rodando anche noi cercando di capire cosa funziona meglio.

Quello che emerge, oltre alla leggerezza di calviniana memoria, è una grande gioia dello stare insieme. Non traspare mai una forzatura o anche una minima insincerità, c’è grande autenticità…
Di Marco: Be’ questo non può che farci contente.
Donà: Credo che ciò derivi proprio dal fatto che il progetto è nato da una spontanea voglia di stare insieme e forse ci aiuta anche l’età anagrafica, voglio dire: ci sono momenti della tua vita che magari sei portato a dover dimostrare, vuoi mettere i puntini sulle i…

[A proposito di autenticità, qui l’intervista viene interrotta da un uomo di colore che si rivolge a Cristina e Ginevra: “Volevo fare i complimenti a queste due ‘mandinghe’ del palco. Quando lei andava giù, lei saliva e a me venivano i brividi. Questa è la verità!”].

Dicevo che adesso non dobbiamo più dimostrare niente o cercare di sovrastare l’altra. Ovvio ci teniamo tutte e due a fare bene, ma all’interno dell’armonia di questo incontro.

Potete insomma rompere gli ormeggi…
Di Marco: Ma sì, lasciarsi andare e lì c’è un incontro davvero più sincero, non sei guidato da un sentimento di egocentrismo e di piccoli sgomitamenti che ci possono essere. E questo è accaduto anche in quei giorni in cui siamo stati insieme per scrivere i nuovi brani, è stato molto armonico tutto quanto, sinceramente armonico. E questo non è scontato.

A proposito del disco, uno dei temi fondamentali è quello del camminare, atto inteso come simbolo archetipo del viaggio umano. Mi ha colpito però il fatto che voi abbiate aggiunto a questo il tema quello delle femminilità e della maternità. Nella quarta di copertina scrivete proprio “il cammino di essere madre” e in Un passo alla volta ripetete come un mantra il verso “figlia, donna, madre” prima a voi stesse, poi rivolte a tutte le donne e poi - in un afflato universale - alla madre Terra…
Donà: Siamo molto contente che tu abbia colto questo allargamento che per noi è molto importante. Pensa che ci siamo proprio chieste se metterlo questo finale oppure no, quando stavamo scrivendo il pezzo.

Credo che non sempre i maschi abbiano questa sensibilità. È molto interessante anche come avete declinato questa idea del cammino nei primi tre brani [quelli inediti], prima c’è la necessità di fare un passo alla volta e poi il cammino [in Camminare] diventa passo spedito e tutto acquisita solarità. Mentre il terzo [Confine, il cui testo è di Francesco Gazzè] affronta molto poeticamente un camminare decisamente più faticoso nella concretezza: quello dei migranti…
Donà: Devo qui spezzare una lancia a favore dei “maschi”, perché la persona che mi ha maggiormente portata a riflettere sull’arte del camminare è mio marito, Davide Sapienza, che è un grande camminatore e mi ha iniziato a questa arte in montagna e che ha aperto tanti quadri rispetto a questo tema. 

C’è poi il cammino di essere madre: nel disco riprendete infatti due brani scritti nelle vostre gravidanze, Perpendicolare e J.
Donà: Il cammino di essere madre è un modo per ripartire nella vita, perché ripercorri la tua infanzia. È come una sorta di canone che si ripete, ripeti te stessa ma ti rinnovi. Comunque oggi è un mestiere abbastanza complicato quello di madre, perché ti devi relazionare con una serie di mondi nuovi che noi conosciamo adesso: i nostri figli sono più avanti. Però è un mestiere meraviglioso.  
Di Marco: È anche complesso in questo momento storico, abbiamo a che fare con un sacco di mondi che si sono aperti, di pericoli possibili. È difficile tenere la barra a dritta e guidarli in qualche modo.

Siamo al Lilith Festival, festival dedicato alla canzone d’autrice e ne veniamo da una serie di polemiche dopo il Concerto del Primo maggio, che ha visto la scarsa partecipazione del versante femminile. Proprio ieri [il 27 giugno per chi legge] c’è stato, poi, l’evento organizzato a Roma da Tosca e da Michele Monina, “Femminile plurale – “Stati generali” del cantautorato femminile”, che ha visto la partecipazione di tante cantautrici tra cui anche le organizzatrici del Lilith, Cristina NicoSabrina Napoleone e Valentina AmandoleseAnche voi avvertite la difficoltà per una donna di emergere in questo momento storico?
Donà: Guarda, Io ho avuto la fortuna di non sentire questo problema, anzi sono stata supportata dagli uomini a partire da mio marito, da Manuel Agnelli o da Robert Wyatt, per fare qualche nome. Però il problema esiste e in Italia più che in altri paesi, perché è un problema culturale non solo nella musica ma in tanti settori. A questo proposito non posso non citare il Premio Bianca d’Aponte che conosce bene anche Ginevra, dal 2013 io faccio da madrina della rassegna e ascolto tutti gli anni le venti finalista; ce ne sono tante brave, poi magari me ne colpiscono due o tre però se pensi che questo accade tutti gli anni, vuol dire che sono tante quelle che meriterebbero di emergere. Lo spazio per loro però sembra davvero ridotto, figurati che mi è giunta voce che da un’analisi di Spotify, sembrerebbe che chi ascolta le playlist e viene a “contatto” con una canzone cantata, in italiano, da una donna skippa dopo pochi secondi. È chiaro quindi che è una questione culturale, un qualcosa di atavico contro la figura femminile, oltretutto non credo che siano solo gli ascoltatori uomini a skippare ma anche le ascoltatrici donne. Bisogna continuare a produrre fino a quando l’Italia non sarà alla pari negli ascolti e nel desiderio di avere una rappresentanza femminile in musica. Ma ci arriveremo! 

(Le foto sono di Angela Ravaioli che ringraziamo)

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