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Carlo Valente

È da questi particolari che si giudica un cantautore

Chitarra mancina, ciuffo mosso e una grinta da fare invidia. È l’immagine di Carlo Valente, cantautore di ultima generazione che lo scorso 2 marzo ha presentato all’Asino che vola (live club quotato della Capitale) il suo disco d’esordio Tra l’altro….
Per incontrarlo abbiamo aspettato che tutta l’adrenalina di quel concerto frenetico e sudato si depositasse. Due settimane dopo ci siamo addentrati nelle sale di Officina Pasolini, bottega che permette a giovani artisti di studiare il mestiere della canzone (ma non solo) sotto l’egida di Tosca e Piero Fabrizi. Carlo Valente è uno di questi, e poco dopo il suo soundcheck per una delle tante serate dal vivo che il laboratorio romano organizza con i suoi cantautori, ci siamo accomodati con lui nella zona living per parlare del concerto di lancio, di tutti i brani del suo disco, dei migranti, del passato e del presente della canzone e dei particolari da cui si giudica un cantautore.

L’impressione è che il concerto del 2 marzo all’Asino che vola fosse per te una liberazione. Come hai reagito?
In effetti è così. È stata dura ma siamo riusciti a organizzare una bella serata, sono molto soddisfatto. Il giorno dopo ho riascoltato il disco, e mi ha reso più orgoglioso di quanto fossi stato fino a oggi. Ho ricevuto tanti messaggi anche per le canzoni meno conosciute, di cui rimarrò per tutta la vita insicuro.

Perché?
A meno che tu non sia un fenomeno, in un disco ci sono sempre canzoni minori. Io ho puntato tutto su tre pezzi (ride, ndr), quelli che so come cantare e che hanno un maggiore impatto sul pubblico.

Qual è per te una tua canzone che ha il maggior impatto sul pubblico? Personalmente indico Tra l'altro.
Tra l’altro è una di quelle canzoni di cui sei sicuro e che esegui tranquillamente. Ti lasci travolgere completamente dalle parole fino a creare una patina, un satellite. Sei isolato, e quell'isolamento è universale.

Come del resto è la canzone, che nasce per Federico Aldrovandi ma racconta la violenza e l'abuso come temi universali.
Questo dovrebbe essere un po’ il trucco di tutte le canzoni (sorride, ndr).

Affrontare un tema anche personale e trasformarlo in universale. In questo senso Sto giocando è un manifesto di Carlo Valente: racconti un amore normalissimo, quotidiano, indirizzando chi ascolta verso un cantautorato di prima scuola, mescolato però alla freschezza di un ventiseienne e a una musica ariosa. Come mai non l’hai scelta come singolo?
Avrei voluto, ma poi abbiamo fatto scelte diverse. L'ho messa in apertura perché forse è il mio pezzo più pop.

È riconoscibile da un pubblico più vasto.
Poi dietro c'è una vicenda personale, le parole non sono messe a caso.

Si sente, si vede, è chiaro, ma allo stesso tempo il 21 aprile potrebbe essere di chiunque altro.
È dedicata a una ragazza precisa. Quel 21 aprile è una strada di Roma (via XXI Aprile collega via Nomentana a Piazza Bologna, ndr), ma è anche il giorno in cui ho scritto la canzone. Si sviluppa in un giorno solo. Il fatto esiste e io lo metto in musica senza inventare niente.

Il disco poi prende uno sviluppo socio-politico e si chiude con una canzone non tua, completamente opposta rispetto a Sto giocando: dall’amore quotidiano, in Canzone moschina (testo di Eugenio Rodondi e musica di Fra Diavolo, ndr) si passa all'amore idealizzato e un po' più poetico.
E di mezzo c'è quello paradossale de Gli amanti. Ci sono tre sfaccettature dell'amore, è un aspetto voluto.

Gli amanti
somiglia molto a una canzone d’amore per l’amore. Ti ritrovi?
Sì, assolutamente. Le donne che ho amato le ho amate per l’amore che mi davano. Ho scritto quella canzone sulle scale della casa di Lucio Dalla, uno che era innamorato di tutto. Nei versi «perché in fondo sono noie da colmare senza un velo/senza dare mai abbastanza a chi hai davanti/senza dare più importanza a chi lasci indietro» c’è un altro manifesto della mia vita: quando non puoi fare a meno di amare tutto, e ti trovi a stare con una donna una sera, non le dai troppo perché stai pensando a quella che lasci indietro. Sei amante dell’amore ma non lo sai in fondo che cos’è, quindi è anche un limite. È una canzone a cui sono molto affezionato perché è scritta di getto e in alcuni passaggi armonici mi ricorda molto Lucio.

Perché «non c'è più niente di clamoroso al Cibali»?
In quel caso avevo in mente un riff contiano ma non sapevo come svilupparlo, così l'ho dato a un'altra persona che ci ha messo il testo (Germano D’Ambrosio, ndr). Un giorno mi sono trovato anch'io a dire «clamoroso al Cibali», e mi sono reso conto che ci sono frasi che, una volta entrate nell'uso comune, si possono usare in qualunque ambito. Ho provato a risalire fino al senso di quella frase, e ho voluto semplicemente raccontare, dando indicazioni precise a chi l'ha scritta, un calcio che non c'è più, quello fatto di almanacchi, statistiche, sfottò, docce calde e non fredde, consumato tutto di domenica pomeriggio alle tre. «Non c'è più niente di clamoroso al Cibali» perché il calcio moderno è tutto scontato e si basa semplicemente sui soldi.

Verrebbe spontaneo un parallelo con la musica.
«Piacere qui è il nuovissimo che avanza sulla scena»: certamente chi l'ha scritta la intendeva anche in quel senso, ma si tratta di un vero e proprio sfogo nostalgico, come spesso accade nelle mie canzoni.

«Gli anni hanno sempre un corpo diverso dal mio»: questo verso di Vanità fa pensare alla storia di Dorian Gray.
Quasi tutte le canzoni hanno come leitmotiv un oggetto preciso, lo specchio. Vanità è la canzone più autobiografica, autocelebrativa e autolesionista del disco. È funambolica anche dal punto di vista delle parole: la maggior parte del testo è stata scritta di getto davanti allo specchio, per un flusso di coscienza contro se stessi. Parla di una persona che invecchia e si riflette anche nel futuro.

Il tuo protagonista però sembra confrontarsi non solo con se stesso, ma anche con una donna e con Dio.
Una donna ce la metto sempre, anche se non identificabile, perché di solito è quella che ti fa soffrire di più.

E che magari ti fa scrivere le canzoni.
Esatto (sorride, ndr). Ma a parte questo, Vanità è il manifesto autocelebrativo e autolesionista di Carlo Valente. È guardare lo specchio e dargli un bel cazzotto. Dal vivo era concepita proprio con il suono della rottura di uno specchio, perché è proprio un’incazzatura, un ammettere a te stesso che vorresti essere diverso. Quando hai rotto lo specchio devi trovare qualcosa per rifletterti, ti sei pentito di averlo rotto. Allora cerchi lo specchietto retrovisore o il vetro di un bar.

Lo specchio si rompe in tanti pezzi, e tu ti vedi in ognuno di quei pezzi.
È la continua ricerca di piacersi. Io sono un vanitoso. Non egocentrico, ma vanitoso, anche se a volte non posso permettermelo (ride, ndr). Ha un ritornello filmico da night club, mentre il passaggio al piano è esattamente uno sfogo mal riuscito che rappresenta la vanità.

Crociera maraviglia ha un arrangiamento tutto nuovo rispetto alle versioni che eravamo abituati a sentire.
L’abbiamo resa più hawaiana, citando forse Renzo Arbore (sorride, ndr). Abbiamo cercato di mettere più Africa possibile per rendere il senso di questa carovana che parte.

È una scelta azzeccata, perché una canzone di quel tipo rischia di diventare una caricatura, anche dal punto di vista musicale. Invece l'arrangiamento gli dà un'impostazione etnica precisa.
Personalmente non avrei tolto il riff, ma Piergiorgio (Faraglia, produttore e arrangiatore del disco assieme a Francesco Saverio Capo ndr) ha deciso di inserire elementi che sedessero un po' il brano per farlo viaggiare meglio.

Domenico Quirico, giornalista de La Stampa sequestrato per 5 mesi in Siria nel 2013, nel suo ultimo libro Esodo racconta come il viaggio trasforma questi uomini centimetro dopo centimetro. Il loro viaggio ti ha trasformato?
La mia canzone è ispirata al libro A sud di Lampedusa di Stefano Liberti, che viaggia con i migranti dal Sudafrica al Marocco, dove arrivano solo i più fortunati.

Ma in Carlo Valente c’è un prima e un dopo Crociera maraviglia?
È più forte il prima. Ero a casa con la chitarra e facevo un riff che mi ricordava il mare. Poi ho preso in mano il libro di Liberti. Il viaggio è una scommessa, «la morte è il prezzo meno caro da pagar», come dico nella canzone. Mentre scrivevo mi sono immedesimato nel viaggio di questi ragazzi, e nel frattempo ne ho conosciuti tanti.

Quirico nel suo libro fa una differenza: ci sono i migranti utili, che non hanno bisogno della compassione e che si abituano a un mondo che gli somiglia, quello economico occidentale, e i migranti inutili, quelli che sbarcano scappando dalla guerra senza avere nulla se non braccia, mani e una lingua che nessuno conosce.
Anche Liberti parla di utilità e inutilità. Nella canzone riassumo il concetto nel verso «spendono miliardi per non farmi entrare il giorno dopo poi mi vengono a cercare»: c’è chi paga per respingerli mentre molti incravattati vanno a ripescarli per scegliere il loro giro laido. È tutta una farsa.

Quirico parla anche degli scafisti doppiogiochisti.
C’è chi lavora otto mesi per gettarsi in un viaggio che magari gli darà la morte. Otto mesi per morire.

Per morire lasciando famiglie intere a casa, perché spesso sono i primogeniti a partire.
È un viaggio di cui non conosci minimamente l’esito. Se sopravvivi forse ti tocca lavorare dalle 5 del mattino alle 10 di sera. Sono persone incredibili.

Tornando al punto, com’è il dopo Crociera maraviglia?
Dopo l’uscita la canzone è libera e diventa di tutti, e quando la canti sei ubriaco pure tu. Se l’avessi fatta in minore anziché in maggiore, probabilmente non sarebbe stato così (ride, ndr).

In Nel mio vecchio porcile si scorge un po’ Pasolini. La parte iniziale in cui parli della ricerca del non voto ricorda vagamente una frase di Porcile (film del 1969, ndr): «chi vuole il nulla come te vuole il potere».
«Tu voti chi non vota se non voti vinci tu» in realtà non ha un grande senso dietro, nemmeno a livello metrico, è un gioco di parole inserito all’inizio per mandare in confusione chi sta ascoltando.

E poi c’è Orwell con La fattoria degli animali in quel verso «prova a capire se un porco ha più dignità e poi confrontalo con l’Alta società».
Certo, è un riferimento voluto.

Ecco, come e quando la letteratura entra nelle canzoni di Carlo Valente?
La letteratura entra quando lo decidi tu. In Nel mio vecchio porcile Orwell è un riferimento di memoria. Io lavoro molto con le citazioni e con le figure, ma l’unica canzone in cui ho detto «poso la chitarra e prendo il libro» è Crociera maraviglia.

Il che può sembrare un paradosso, perché quella che si può tranquillamente definire una hit un po' danzereccia è in realtà un lavoro testuale serio e profondo.
È una canzone fabbricata.

Tornando a Nel mio vecchio porcile, nella prefazione di La fattoria degli animali si legge «se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire». Come si coniuga la libertà all’interno delle tue canzoni, o della tua vita?
Se non gli fossero state commissionate, Michelangelo avrebbe fatto opere più grandi o più piccole? Il mecenatismo è una cosa utile o no? Quando si parla di libertà paradossalmente mi chiudo, perché è talmente grande che non si sa mai come parlarne. Ho un concetto molto terreno di libertà, la riconduco alla libertà d'espressione: è l’unica cosa che mi fa chiudere le ali e stare in un angolino, perché è talmente vasta che in realtà è piccolissima.

In ognuno dei tuoi brani si coglie un riferimento a un ascolto preciso. Ma c’è un modello autoriale principale per Carlo Valente?
Senza dubbio Lucio Dalla. Dopo aver concluso il disco mi sono affezionato a Lucio Battisti, anche se all’inizio ero molto più vicino a Rino Gaetano.

Di cui hai musicato una canzone che ci hai fatto ascoltare all’Asino che vola.
Già. C’è anche una registrazione, ma la famiglia aveva altri progetti e non l’ho potuta inserire nel disco. È una canzone assurda del 1974.

Potrebbe essere una canzone di Carlo Valente?
È stata la prima che ho musicato, quindi volevo inserirla nel disco anche come omaggio a me stesso.

Da buon vanesio.
Un vanesio incredibile (sorride, ndr). È il trionfo della capacità di sintetizzare un tema peraltro scottante per l’epoca (la droga, ndr). Rino non lo banalizza ma lo porta all’estremo: il protagonista per guarire beve benzina, e muore sniffando la miscela. Siamo davanti alla grandezza di un cantautore.

A proposito di temi, ce ne sono alcuni per cui bisogna edulcorare il messaggio, come tu fai con La trattativa Sandro-Maura, dove parli di un tema preciso attraverso un’allegoria. La trattativa stato-mafia è un tabù troppo grosso per poterne parlare in modo diretto come fai con la violenza in Tra l’altro? (per un istante passa di lì Tosca, e regala un gran sorriso a due giovani che parlano di musica)
La canzone è nata parlando di come ci palesano o meno la trattativa stato-mafia. «Vorrei parlarvene, ma non posso», quindi sono omertoso anch’io: è omertà nell’omertà. Mi piace molto lavorare per allegoria. All’inizio cito il fascismo, poi la DC, mi sono divertito a giocare con la storia d’amore. È un gesto, come si dice, ‘paraculo’, forse snob, che farebbero un po’ tutti (sorride, ndr). È un brano di avanspettacolo.

Che funziona perfettamente nella resa dal vivo. In fondo si tratta di una questione quasi tragicomica.
Ed è quello che deve passare. È una storia triste, e nella canzone io ammetto che non solo c’è stato l’incontro, ma anche il bacio e la notte di sesso (sorride, ndr).

Dal punto di vista musicale quali sono le influenze di questo disco? Abbiamo detto dell’Africa, ma c’è anche il jazz, c’è il samba.
Vanità e La trattativa Sandro-Maura sono state scritte sotto pesante influenza caposseliana. Sto giocando invece ha subito di più l’influsso di De Gregori e Brunori, mentre Tra l’altro è unica. Ha l'impronta di Dalla in quell’arpeggio al piano, ma ha una carica tutta sua.

Come ci si sente a stare nella schiera dei «giovani che non sanno raccontare, non emozionano»?
Male. Secondo me molte canzoni di oggi sono più belle di alcune scritte in passato, se proprio vogliamo fare paragoni.

Fare paragoni potrebbe essere limitativo, perché la canzone è un fatto sociale e si finisce per comparare produzioni nate in tempi e in contesti diversi.
Molti giovani non la pensano così, e qualche anno fa tra loro ci sarei stato anch'io. In giro c’è gente fortissima che parla di questa generazione disastrata in maniera impeccabile: facciamo canzoni bellissime su una generazione di merda.

Ritornerei al parallelo di Clamoroso al Cibali. Come nel calcio ormai contano solo i soldi, nella musica comanda chi punta solo sul prodotto e non sull'arte.
Alcuni dei miei coetanei non amano gli autori contemporanei, specie gli esponenti del panorama indipendente, e spesso molti si adagiano o cadono nell’autoreferenzialità. A volte chi scrive buone canzoni non viene capito, ed è un peccato.

Spesso hai ribadito di rivolgerti a un pubblico più vasto possibile, il che è una mossa giusta: scrivere canzoni che possano parlare di se stessi e diventare universali.
Il pubblico è cambiato ed è cambiato il modo di ascoltare musica, siamo noi a dover stare più attenti. Io mi sento abbastanza diverso dagli altri, affronto temi diversi e anche dal punto di vista sonoro ricordo altri tempi.

Ma sei più sentimentale, ironico o anacronistico?
Più ironico. Il paradosso è la chiave di tutto: bisogna stimolare, perché è rimasta la canzone per informare. Dobbiamo riuscire a destare la curiosità ed evitare le famose canzoni retoriche.

Ci sono volte in cui, come dice Orwell, è giusto che l’ascoltatore in una canzone senta qualcosa che in realtà non vorrebbe sentirsi dire.
Ci dobbiamo divertire e dobbiamo stimolare al ragionamento. Altrimenti imitiamo tutti Battiato (ride, ndr).

C’è in questi tempi un’accelerazione, un fermento nei cantautori che stanno nascendo.
A Roma c’è un movimento incredibile, e le persone intelligenti ci consigliano di fare squadra e suonare assieme.

Un modo per fare squadra l'hai trovato ideando un concorso, “Non è mica da questi particolari che si giudica un cantautore”, che ha raggiunto la sua quinta serata.
Il premio è stato concepito l'estate scorsa e messo in pratica nel settembre 2016 da me ed Eleonora Tosto con la collaborazione del Teatro Porta Portese, dell'Antica Stamperia Rubattino e dell'Associazione Entroterra, che raccoglie un discreto numero di noti poeti italiani. Personalmente volevo creare un festival diverso, in cui poesia e parole tornassero al centro della canzone d'autore in questo periodo complicato.

Oltre a privilegiare la parola come fulcro della canzone d'autore, il concorso esalta anche un aspetto di cui parlavi prima, la commissione.
Abbiamo messo in rete il bando con l'obiettivo primario di rivalutare soprattutto la canzone su commissione, la canzone a scadenza. Infatti i tredici cantautori selezionati hanno un mese a disposizione per lavorare sulla traccia bandita da un poeta dell'Associazione Entroterra.

E la squadra si sta formando?
Fin da subito si sono create dinamiche incredibili tra i partecipanti. Ci siamo accorti che lo stimolo e la scadenza aiutano l'autore a mettersi in gioco: le canzoni prodotte finora sono di livello altissimo, davvero sorprendenti. Un grande cantautore deve avere la capacità di metter su un pezzo in un tempo piccolo, limitato, con dei confini. Sono amico dell'ispirazione, ma come sai nemico della libertà, perché mi fa una paura bestiale.

Il tempo delle parole si chiude apprezzando le personalità totalizzanti del passato, di cui oggi si sente un po' la mancanza. Lasciamo Carlo Valente agli ultimi istanti prima dello spettacolo. Una sigaretta e un sorso di birra, poi via ad aprire la serata con un cappello che non mette mai e una chitarra, quella sì, sempre in braccio.

Foto: Simone Vanzo

 

 

 

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